Per un cammino spirituale a Capo Milazzo

“Hic naufragium. Hinc itineris initium“ , è il simbolo del nostro Santuario.
Qui il naufragio. Da qui inizia il cammino

Un luogo di accoglienza, preghiera e devozione profonda legata al naufragio di Antonio, al ritorno dal suo viaggio in Africa

Santuario di Capo Milazzo: un rifugio di fede

Un cordiale benvenuto a te, chiunque tu sia: Pellegrino, Turista o Cercatore della Bellezza. La Comunità di Capo Milazzo ti accoglie nel Santuario di Sant’Antonio (Lisbona, 15 agosto 1195 — Padova, 13 giugno 1231).

Un’accreditata tradizione narra che il veliero su cui viaggiava il Santo, di ritorno da una missione in Africa, sia naufragato in questa suggestiva baia. Antonio fu accolto dai generosi pescatori del luogo e trascorse qualche tempo in questa grotta, utilizzata come riparo dalle piogge e per custodirvi reti e attrezzi per la pesca.

Nel XVI secolo la grotta fu eletta da un anonimo eremita come luogo di orazione e di contemplazione del Creatore.

L’armonia che si respira in questo luogo, soprattutto al tramonto, compone come in un mosaico le differenze religiose, culturali e linguistiche ed è un invito a sentirsi coinvolti nel progetto di Colui che “ha creato i cieli con sapienza, perché il suo amore è per sempre” (Sal 136,5).

Vivi l’atmosfera sacra e la tradizione del Santuario

Ascolta le storie di chi ha trovato pace e ispirazione nel nostro Santuario, condividendo la loro esperienza di fede e accoglienza.

Antonio La Malfa

Fotografo

Un luogo che trasmette serenità: ogni visita al Santuario è un’esperienza di profonda spiritualità e bellezza.

Mariagrazia Toto

Artista

Non è solo un luogo religioso, ma una vera e propria soglia interiore: un punto d’incontro tra natura e spirito, tra leggenda e quiete. Camminare fino al santuario è già di per sé un pellegrinaggio, breve ma significativo. E una volta lì, davanti all’immensità del mare, non resta che fermarsi. In ascolto.

Silvio Resta

Guida turistica

Il santuario è su uno strapiombo, circondato dagli elementi della vita: acqua, terra, aria, fuoco (Etna), luogo colmo di fede e devozione.
Quando mi trovo al suo interno con Sant’Antonio mi sento amato e protetto, il suo volto irradia luce e speranza ai pellegrini.
Egli è il gran Santo.

Un rifugio di fede e serenità

Scopri l’essenza del Santuario, un luogo ricco di storia e spiritualità, dove la pace e la devozione si fondono in un’esperienza indimenticabile, ripercorrendo anche l’esperienza del Santo di crescita nella sconfitta, la sua missione evangelizzatrice in Marocco.

L’incanto del Santuario di Sant’Antonio da Padova

Qui trovi risposte chiare alle domande più comuni per orientarti facilmente durante la tua visita.

Qual è la storia del Santuario di Sant’Antonio?

Il Santuario nasce come luogo di devozione, legato al naufragio di Sant’Antonio durante il rientro dall’Africa, nel cuore di Capo Milazzo

Quali sono gli orari di apertura del Santuario?

Il Santuario è aperto il sabato e la domenica, dalle 9 alle 18 e il martedì pomeriggio dalle 16.00 alle 19.30; in altre giornate su orari concordati con il Rettore del Santuario

Chi è il Responsabile del Santuario?

Il Rettore del Santuario è Don Carmelo Russo, il Parroco della Parrocchia S. Maria Addolorata di Capo Milazzo

Come posso partecipare alle funzioni religiose?

Le funzioni sono aperte a tutti: puoi unirti personalmente o seguire alcune celebrazioni online.

Ci sono eventi speciali durante l’anno?

Sì, il Santuario ospita feste e celebrazioni legate a Sant’Antonio, oltre a momenti di preghiera collettiva.

E’ possibile organizzare una celebrazione al Santuario ?

Sì, il Santuario offre a coloro che vengono in pellegrinaggio la possibilità di celebrare l’Eucaristia secondo gli orari concordati con il Rettore.

Santuario di Sant’Antonio: spiritualità e paesaggi unici

Scopri le nostre proposte di partecipazione, pensate per valorizzare la tua esperienza di fede e cultura.

Visita guidata al Santuario
e alla Riserva naturale

Un’esperienza che unisce storia sacra e bellezza naturale del Santuario e dell’Area marina protetta circostante.

Accoglienza e Preghiera

Un ambiente sereno per momenti di riflessione e spiritualità immersi nella natura.

Patrimonio Storico

Esplora la ricca storia del Santuario attraverso visite guidate e racconti coinvolgenti.

Eventi e Celebrazioni

Partecipa alle festività e alle attività culturali che animano la comunità locale.

L’Abbrivio – Cammino sulle orme di Antonio

Rivivi il viaggio a piedi di Antonio da Capo Milazzo a Messina, attraverso un percorso tra borghi e natura, percorrendo i 73 km in quattro (o tre) giornate.

Notizie
8 Aprile 2026di Carmelo Russo 12 aprile 2026 Vangelo (Gv 20,1-9) La pericope evangelica può essere suddivisa in tre brani: l’apparizione del Risorto ai discepoli riuniti a porte chiuse (vv. 19-23); l’apparizione a Tommaso (vv. 24-29); la prima conclusione del Quarto Vangelo (vv. 30-31). Il primo brano ritornerà anche nel giorno di Pentecoste, nell’orizzonte pneumatico-ecclesiale. Qui si preferisce dare spazio al commento del secondo brano, quello ambientato «otto giorni dopo», sincronizzato con la liturgia dell’ottava di Pasqua. La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. Passaggio di testimone La Maddalena annuncia agli apostoli: «Ho visto il Signore!» (Gv 20,18). Gli apostoli annunciano a Tommaso: «Abbiamo visto il Signore!» (Gv 20,25). Lo straordinario evento di Pasqua scatena una “staffetta” che continua fino ad oggi. Ma cosa rende credibile quest’annuncio? La validità di una staffetta è assicurata dal passaggio di un testimone. Nel nostro caso, il testimone è l’annuncio del Risorto da parte dei discepoli, che passando di mano in mano, certifica la continuità del contatto tra tutti i membri della squadra. La metafora della staffetta ci sprona a riflettere sulla missione della chiesa di oggi. Non mancano gambe che corrono; piuttosto, manca l’abilità di passare il testimone durante la corsa. Chi sta alle spalle non è pronto a consegnare il testimone al momento giusto, rischiando di farlo cadere. Ma anche chi corre avanti spesso non è in grado di riconoscere la posizione del compagno che è alle spalle per sapere quando afferrare il testimone. Ebbene, il vangelo odierno ci parla di questa difficoltà attraverso le parole di Tommaso, che sembra lasciar cadere il testimone: «Se non vedo [idō, congiuntivo aoristo di horaō] nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo» (Gv 20,25). Tommaso è presentato altrove come uno che fraintende le parole di Gesù (cfr. Gv 11,16 e 14,5). Questa volta, però, la sua reazione è da prendere molto sul serio. Nell’omelia non bisogna biasimare il suo scetticismo. Al contrario, va elogiato il suo desiderio di partecipare alla stessa esperienza degli altri testimoni che hanno visto: anche Tommaso vuole vedere e conoscere (e, non a caso, il suo desiderio si esprime con il verbo horaō). La strategia dell’Evangelista, infatti, è di condurre il lettore a immedesimarsi nel personaggio di Tommaso, che è Dìdimo, cioè nostro “gemello” (dìdymos), paradigma dei cristiani delle generazioni successive a quella apostolica. Anche in noi, seppur lontani cronologicamente da quel giorno «primo della settimana», vogliamo vedere Gesù oggi e raccogliere il testimone della sua risurrezione. Tommaso, nostro “gemello” Tommaso vuole vedere Gesù e gettare (si usa due volte il verbo ballō) il suo dito e la sua mano nei segni dei chiodi (vuole gettare tutta la sua vita in lui!). La fede — conviene ricordarlo — non può essere cieca e disincarnata; non si “appalta” ad altri, ma va accolta anzitutto attraverso i propri sensi: o è sperimentata in prima persona, oppure semplicemente non è. Tommaso è l’inventore del “metodo sperimentale” nei fenomeni che riguardano la vita spirituale. Bisogna dargli atto che la sua richiesta è legittima, anche sotto un altro profilo: per credere nel Risorto, Tommaso non va alla ricerca di segni soprannaturali, ma chiede solo di vedere e di toccare i segni della passione; gli basta verificare che il Risorto sia lo stesso Gesù che poco prima era stato crocifisso; capisce che, non un qualsiasi personaggio redivivo, ma solo il Crocifisso risorto può essere quella buona notizia che trasforma l’esistenza. Tommaso è il risvolto virile del desiderio ardente della Maddalena. Anch’egli brucia del desiderio di rivedere il Maestro amato. È una fortuna che Tommaso non fosse presente la sera in cui il Signore apparve ai discepoli, di modo che anche noi, che non siamo contemporanei all’evento, possiamo imparare da Tommaso un metodo di ricerca del Risorto. Questo “gemello” ci rappresenta tutti: il suo desiderio di vedere e di toccare è anche il nostro. È possibile, dunque, fare esperienza del Risorto oltre quell’appuntamento storico, magari in altri «otto giorni dopo»? Ogni domenica è per noi l’ottavo giorno in cui possiamo incontrare il Signore, ma questa esperienza settimanale è tutt’altro che scontata. La seconda apparizione Gesù ritorna otto giorni dopo in quella casa, ancora sbarrata; si colloca sempre «in mezzo»; rinnova il saluto di pace. Il Risorto si rivolge a Tommaso e va dritto al punto: «Metti [phere] qui il tuo dito e guarda [ide] le mie mani; tendi [phere] la tua mano e mettila [bale] nel mio fianco» (v. 27). In pratica, le parole che usa Gesù riprendono il desiderio che Tommaso aveva espresso poco prima. C’è solo una variazione nei tempi verbali, che rendono le indicazioni di Gesù ancora più vivide e incisive. I due phere sono imperativi presenti che esprimono il comando di continuare a tendere il dito e la mano. Gesù si offre continuamente all’indagine di Tommaso e nostra. Chissà che cosa avrà sentito Tommaso, mettendo il dito dentro alla carne di Cristo, tendendo la mano sul suo costato. Non è stata di certo l’autopsia di un cadavere, ma lo stupore di avvertire permanentemente una presenza viva. Invece, ide e bale sono imperativi aoristi, che esprimono così la conclusione dell’indagine nell’atto di vedere definitivamente le mani forate e nel gesto di stendere definitivamente la mano sul costato aperto. «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (cfr. la citazione di Gv 19,37): è in quella ferita, sorgente di sangue e acqua, che viene dissetata la nostra sete di ricerca. Tommaso si accorge del limite del suo metodo sperimentale quando scopre che l’oggetto della sua indagine è un Soggetto realmente presente, che interferisce e non lascia indifferente il punto di vista di chi osserva. Colui che voleva vedere e toccare finisce con l’essere visto, toccato, cercato dal Risorto: è Gesù che si è compenetrato nei sensi di Tommaso. Anche noi, ogni otto giorni, nell’Eucaristia domenicale, siamo invitati a vedere, a toccare, a gustare la carne viva del Signore, per essere compenetrati interiormente da lui ed essere nascosti nel mistero stesso di Dio. È sorprendente il modo in cui Gesù si lascia identificare: il criterio è sempre la carne che, benché trasfigurata dalla risurrezione, porta ancora i segni della passione. Se questo vale per il Verbo incarnato, allora cambia anche il modo in cui anche le nostre cicatrici possono diventare la testimonianza dell’amore divino, del suo passaggio salvifico nelle nostre vite. L’autentica esperienza pasquale richiede, dunque, una contemplazione olistica della passione, morte e risurrezione di Gesù. Gesù rivolge — tanto a Tommaso quanto ai lettori “gemelli” — un’ultima esortazione, che sintetizza il messaggio dell’intero Quarto Vangelo: «Smetti di essere incredulo [mḕ ginou àpistos], ma credente [pistòs]!» (v. 27). È un appello alla libertà di credere: alla luce della Pasqua le ferite possono essere lette come un travaglio che anticipa la vita eterna. Gesù chiede di essere pistòs, di avere fiducia nella sua percezione; non a una generica sensazione, ma a un preciso accadimento che trova eco nelle piaghe e nelle pieghe della storia, nelle sofferenze degli uomini di ogni tempo. Il male non sarà più capace di offendere coloro che hanno veduto e toccato la carne del Messia: «per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53, 5). Neppure la morte può fare paura, perché nascosti in Cristo anche noi siamo vincitori: «dentro le tue piaghe dammi rifugio…», recita un’antica preghiera. La reazione di Tommaso è convinta: «Mio Signore e mio Dio». Si tratta di una delle più importanti dichiarazioni cristologiche del Quarto Vangelo, che fa da inclusione con Gv 1,1. Tommaso si rivolge a Gesù nello stesso modo in cui Israele si rivolge ad Yhwh: «Ho detto a Dio: “Sei tu il mio Signore, senza di te non ho alcun bene”» (Sal 16,2). Il termine greco Kyrios traduce il tetragramma sacro ebraico che identifica il Nome del Dio d’Israele. La professione di Tommaso, dunque, opera una cucitura definitiva tra il Verbo incarnato e Yhwh. A questo si aggiunge la tenerezza della doppia ricorrenza di «mio»: la dirompente novità teologica si accompagna ad una profonda e affettuosa adesione del discepolo, che rilegge le Scritture dentro un’esperienza intima di amore che lo coinvolge totalmente. Tommaso, dunque, ha visto e toccato la carne ferita del “suo” Dio. L’aggettivo «mio», tuttavia, non esprime un possesso incomunicabile, ma diventa il fondamento attraverso cui è possibile “triangolare” quella stessa esperienza di intimità anche ad altri. Siamo, così, pronti a ricevere l’ultima frase di Gesù, che sigilla la validità della staffetta. La beatitudine più grande Quanti vivono nel XXI secolo come possono attingere al mistero pasquale? L’esperienza di Tommaso è paradigmatica, non a causa della sua visione, ma per la testimonianza della sua fede. Egli, in definitiva, non taglia il traguardo di una verifica empirica circa l’identità del Risorto (molti commentatori sottolineano che il testo non riporta alcuna iniziativa tattile di Tommaso, malgrado l’invito che gli aveva rivolto Gesù); eppure, arriva a pronunciare la più completa confessione di fede del Quarto Vangelo. Bisogna distinguere la percezione dall’empirismo: “percepire” la presenza del Risorto non significa appiattire la fede ad una sensazione empirica. I sensi sono porte che devono aprire il cuore e la mente a percezioni ancora più profonde. Certo, il racconto dell’apparizione a Tommaso è così vivido che sembra un’icona più che un testo. E già questo fatto rende il nostro ascolto vedente. Indimenticabile, in questo senso, è il realismo del famoso dipinto di Caravaggio. Gesù, tuttavia, vuole aiutarci a superare un empirismo cieco, spronandoci a rendere permanentemente attingibile l’esperienza della risurrezione attraverso lo sguardo di fede: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». In qualche modo, si richiede lo stesso sguardo del discepolo amato che ha saputo vedere e interpretare il segno della tomba vuota (cfr. Gv 20,8). Viceversa, l’episodio dell’apparizione alla Maddalena aveva dimostrato che la visione materiale del Giardiniere non abilita automaticamente a riconoscerlo come il Risorto. Insomma, c’è modo e modo di vedere. Per questo Gesù sottolinea la possibilità di una fede che, senza il condizionamento dell’empirico, sappia aprire gli occhi sulla realtà. Non è la sensazione visiva del Risorto a costituire un vantaggio per la libera adesione di fede, ma paradossalmente la sua assenza. Ciò non contraddice quanto detto prima, a proposito della prospettiva giovannea circa l’esperienza del vedere. Il v. 29, infatti, tradotto alla lettera, afferma la beatitudine dei «non-vedenti e credenti»: il kai che unisce i due participi non ha valore avversativo (come se fosse: «non-vedenti, ma credenti») ma copulativo («non-vedenti e credenti»). Beati i “credenti diversamente vedenti”, insomma. L’essere empiricamente non-vedente non esclude una visione di fede. L’apparente contraddizione va letta come approfondimento della percezione visiva, che viene aumentata dalla fede. Non è tanto il fatto che l’essenziale sia invisibile agli occhi, come diceva il Piccolo Principe, ma che l’essenziale è sempre visibile agli occhi di quanti credono, sperano e amano. Inoltre, emerge la portata ecclesiale della beatitudine: «in una chiesa in cui sono morti i testimoni oculari, in cui l’apparizione pasquale in se stessa ha perduto la sua forza di persuasione, l’evangelista ricorda da un lato che il valore dell’apparizione pasquale è relativo e non assoluto, quindi che la fede ha il suo autentico fondamento nella parola e nel Paraclito, e infine che solo la parola dischiude un accesso permanente alla comunione col Cristo innalzato. In questo senso, il tempo della chiesa non è un deficit, ma un vantaggio» (J. Zumstein, Il Vangelo secondo Giovanni, Torino 2017, p. 951). Un nuovo inizio! La beatitudine della fede è l’obiettivo del Quarto Vangelo. Nell’epilogo di Gv 20,30-31 si fonda un nuovo inizio! La missione della chiesa si trova condensata in queste poche righe. L’Evangelista conclude le apparizioni del Risorto ricordando che quanto raccontato ha l’intento di condurre tutti gli uomini a credere. La gloria di Gesù si è manifestata anche in «molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro». Quelli raccolti nel Quarto Vangelo sono più che sufficienti per aprire gli occhi della fede. Questi segni continuano a risuonare nella chiesa, la comunità dei credenti che rivive i misteri della salvezza. La buona novella non è un “museo” di eventi conclusi, ma il grembo che genera ancora l’incontro con il Trafitto risorto, per credere che Egli è il Cristo, il Figlio di Dio, e per avere «la vita nel suo nome». “Vivi!”: è questo, in sintesi, l’invito che l’Evangelista e, con lui, la chiesa rivolgono all’umanità di ogni tempo e luogo. Prima lettura (At 2,42-47) Il libro degli Atti degli Apostoli è scandito da diversi sommari, che hanno lo scopo di fornire al lettore elementi di continuità circa gli eventi raccontati. La prima lettura odierna propone il primo e, forse, più celebre sommario di Atti degli Apostoli. erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati. Questo sommario si colloca subito dopo l’episodio di Pentecoste. L’autore scrive una magnifica “icona” della chiesa nascente usando forme verbali all’imperfetto, che suggeriscono durata e reiterazione. L’esperienza di Pasqua e di Pentecoste non si estinguono come un fuoco di paglia, ma diventano memoriale da celebrare di generazione in generazione. Ricorre per ben due volte il verbo “perseverare” (cfr. proskartereō nei vv. 42 e 46), derivato probabilmente dall’aggettivo kratos (ossia “forte”), quindi col significato di “tenersi pronti”, “tenersi forti, focalizzati”, nei riguardi di qualcosa. In questa cornice spiccano quattro caratteristiche essenziali della vita cristiana (di allora e di oggi): l’insegnamento degli apostoli, la comunione, la frazione del pane, le preghiere. La didachḕ L’insegnamento degli apostoli non è la notificazione arida di un contenuto, ma l’ambito in cui si esprime la rilettura e l’attualizzazione del mistero pasquale. L’inerranza di tale insegnamento non ha a che fare con il concetto di “esattezza”, ma è garantita dalla partecipazione al dono dello Spirito. Un esempio è offerto dal discorso di Pietro nel giorno di Pentecoste (cfr. At 2,22-36, che sarà proposto in parte dalla prima lettura della III domenica di Pasqua). L’obiettivo non è meramente informativo, ma performativo: le parole dell’insegnamento servono a suscitare la fede, la speranza, l’amore. L’insegnamento, inoltre, non si limita nell’esposizione di dottrine religiose e morali, ma si arricchisce dei segni che avvenivano per opera degli apostoli (cfr. At 2,43). La koinōnia La comunione, prima di essere un compito da perseguire, è il fondamento della comunità cristiana, che rende possibile la comunicazione della fede. Comunità, comunione e comunicazione: simul stabunt, simul cadunt. È il Risorto che crea la comunione del suo corpo ecclesiale. In questo senso, essa è un mistero da ricevere, contemplare e custodire. Ma diventa anche un compito: più avanti, si sottolinea lo “stare insieme” dei credenti («nello stesso », fisicamente e spiritualmente insieme: cfr. At 2,44.47). Anche l’avverbio homothymadòn (cfr. At 2,46) esprime efficacemente la comunione dei credenti: non un appiattimento nell’omologazione, ma perseveranza unanime nella fede, componendo le diverse tessere in un unico mosaico. Nel secondo sommario si dirà che «la moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola» (cfr. At 4,32). Il cuore richiama il linguaggio delle scritture ebraiche, mentre l’anima evoca la letteratura greca. In filigrana, si possono notare le componenti fondamentali della chiesa nascente: i cristiani che vengono dalla sinagoga e quelli che vengono dal mondo pagano. Malgrado le profonde differenze, Cristo li unisce in un vincolo di comunione tale da rendere possibile persino la condivisione dei beni materiali: «avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (At 2,44-45). La frazione del pane L’espressione richiama l’eucaristia nella sua dimensione di culto totale: il momento diastolico della ritualità liturgica, in cui si fa memoria della cena del Signore, ma anche quello sistolico della carità. Il rito della frazione del pane, infatti, si accompagna sempre al pasto fraterno, soprattutto con coloro che versano nel bisogno: «spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore» (At 2,46). Questo culto totale porta i suoi frutti: i cristiani godevano del favore di tutto il popolo, mentre «il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati» (At 2,47). Le preghiere L’ultimo ambito in cui si esprime la perseveranza ecclesiale è la preghiera al Tempio gerosolimitano (cfr. anche At 3,1), ancora frequentato dai credenti, al mattino, a mezzogiorno e alla sera, in continuità con la pratica ebraica. La preghiera domestica, nelle case in cui si spezza il pane, si accompagna al ritmo orante del popolo al Tempio. In continuità con la tradizione, emerge così la specificità cristiana della preghiera. C’è il rischio, infatti, che l’uomo preghi se stesso o che la preghiera diventi autoreferenziale. La tephillah (= preghiera di supplica) non riuscirebbe mai a innalzarsi al livello di tehillah (= preghiera di lode che chiama in causa Dio) e resterebbe pratica straniante. Ecco, allora, che nel dono dello Spirito Santo il credente ha la certezza di essere innestato nella preghiera stessa di Gesù. Questa è la liturgia: l’associazione del popolo alla preghiera stessa di Cristo al Padre realizzata nello Spirito Santo. Essa non è solo una pia pratica, ma una forma di vita, già esemplificata da Gesù, l’orante per eccellenza. Ciò è particolarmente vero nell’opera lucana (Vangelo e Atti degli Apostoli). La preghiera cristiana è anzitutto la preghiera di Gesù (genitivo soggettivo). A differenza di altri oranti esemplari presenti nella storia delle religioni, l’orazione di Gesù manifesta un paradosso: Dio prega Dio. Una comunicazione perfetta, vista l’uguaglianza dell’emittente e del ricevente. Il Libro dei Salmi aveva anticipato questo paradosso: appunto, i tehillim sono, allo stesso momento, “preghiera di uomini” e “parola di Dio”. Il pio israelita si rivolge a Dio con le stesse parole di Dio, ispirate da Dio ai salmisti. Si può affermare, allora, che Gesù, tehillah fatta carne, realizza quanto prefigurato dai Salmi: il Verbo eterno del Padre diventa egli stesso Preghiera rivolta al Padre. Richiamo al Vangelo In questo sommario risuona il nuovo inizio prospettato dall’epilogo del vangelo. Con Atti degli Apostoli inizia la “seconda stagione” della redenzione inaugurata a Pasqua, ossia il vangelo della chiesa. Riprendendo liberamente Gv 20,30-31, si potrebbe dire che anche la chiesa ha compiuto “molti altri segni che non sono stati scritti in Atti degli Apostoli”. Ma questi sono stati scritti perché l’umanità, lungo la storia, possa credere che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché i credenti abbiano la vita nel suo nome. Seconda lettura (1Pt 1,3-9) Per la seconda lettura delle domeniche di Pasqua dell’anno A si ricorre alla Prima Lettera di Pietro: nella prima parte di essa, si approfondisce l’identità dei credenti, luce riflessa della cristologia (II, III e V domenica); nella seconda parte, l’Apostolo incoraggia a vivere secondo l’esempio di Cristo, soprattutto nella sofferenza (IV domenica), pronti a rendere ragione della speranza depositata dentro la vita stessa della chiesa (VI domenica). Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo. Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco –, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime. La lettera porta il nome autorevole dell’Apostolo Pietro (1 Pt 1,1), «anziano», «testimone delle sofferenze di Cristo» e «partecipe della gloria che deve manifestarsi». Questi tratti rimandano tradizionalmente al pescatore di Galilea che in origine si faceva chiamare Simone, figlio di Giona, poi ri-chiamato da Gesù col nome di «Kefa», cioè «roccia» (Mt 16,17-18; Gv 1,42; 1Cor 15,5; Gal 1,18); il «pescatore di uomini» (Lc 5,10) per primo confesso la messianicità di Gesù (Mc 8,29; Mt 16,16; Lc 9,20) e per primo dovrà confermare i fratelli nella fede (Lc 22,31). Pietro può confermare perché egli stesso è stato confermato e provato. Al di là delle discussioni tecniche sulla paternità di questa lettera, le esortazioni ivi contenute rispecchiano lo spessore esistenziale di Pietro, che ha conosciuto lacrime amare di pentimento dopo aver rinnegato il Maestro nell’ora della croce (Mc 14,66-72 e paralleli). La lettera potrebbe essere stata scritta alla fine del I sec. d.C., in ambiente romano, a vantaggio dei cristiani dispersi nelle regioni dell’attuale Turchia (Ponto, Galazia, Cappadocia, Asia e Bitinia: cf. 1 Pt 1,1). Accanto ai riferimenti geografici, spiccano le qualifiche dei destinatari: essi sono stati scelti (eklektoi) da Dio, stranieri nella diaspora (parepidēmoi diasporas). È la descrizione di una chiesa “marginale”, che comincia ad avvertire il peso delle persecuzioni. Ma è anche una proposta di autenticità per la chiesa di oggi, che abita uno spazio pubblico secolare, in cui la dimensione spirituale è spesso confinata ai margini. La diaspora dei credenti di oggi non è più una situazione territoriale, ma esistenziale. In qualche modo, i cristiani, lontani dalla “patria”, si trovano a vivere privi di una cornice istituzionale e a parlare una lingua che non è più la loro “lingua madre”. Tuttavia, come allora la diaspora territoriale fu un’opportunità per la diffusione del vangelo, così anche l’odierna “diaspora esistenziale” può diventare una grande occasione per spingere la predicazione oltre i tradizionali confini. A ben vedere, il precariato, il rischio e il disorientamento — in una parola, la vocazione a vivere nel mondo, senza essere del mondo (cfr. la Lettera a Diogneto) — rappresentano una possibilità per l’annuncio della speranza che nasce dalla fede. La lettura odierna è tratta dalla benedizione (euloghia: 1,3-12) che segue il prescritto (i primi versetti con cui l’autore saluta i destinatari) e dà inizio al corpo della lettera (divisa in tre parti: 1,3 – 2,10; 2,11 – 4,11; 4,12 – 5,11). L’apostolo benedice Dio Padre per il progetto di rigenerazione attuato per mezzo della risurrezione di Cristo. L’inno ha un andamento trinitario, focalizzando progressivamente l’azione del Padre (vv. 3-5), del Figlio (vv. 6-9) e dello Spirito (vv. 10-12). Se si resta alla selezione odierna (cfr. vv. 3-9), emergono almeno due paia di contenuti: misericordia e rigenerazione; prove della vita e gioia. Misericordia e rigenerazione Il Padre, «nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti». Il motore della rigenerazione pasquale è la misericordia di Dio. Dal 1992 la domenica dell’ottava di Pasqua, tradizionalmente conosciuta come domenica in albis, è stata arricchita del tema della divina misericordia per volere di Giovanni Paolo II, al fine di sottolineare, appunto, come l’opera del “rigenerare” (anagennaō) sia collegata con l’opera della misericordia (èleos) richiesta dal Signore. L’intento divino (la misericordia) raggiunge il suo scopo (la nostra rigenerazione) grazie alla risurrezione di Gesù. Solo la sua mediazione diventa “generativa”. Qualche tempo fa, alcuni teologi hanno parlato di “pastorale generativa” (cfr. specialmente gli approfondimenti di P. Bacq e C. Theobald sulla pastorale d’engendrement). La riflessione sul fenomeno del “generare” o “rigenerare” prende impulso dalla constatazione di una “degenerazione” delle fede, cioè di un logoramento progressivo della forza creativa del vangelo a vantaggio di una «psicologia della tomba, che a poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo» (Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, n. 83). Alla luce del binomio misericordia-rigenerazione suggerito dall’apostolo Pietro, potrebbe essere interessante sollecitare le nostre comunità a rigenerare l’entusiasmo della fede a partire da uno sguardo di misericordia, sia su se stessi che sul mondo. Il declino si contrasta non solo (non tanto) fustigando la “degenerazione”, ma anche (soprattutto) catalizzando processi generativi, spesso imprevedibili o confusi nel loro sviluppo, ma almeno dinamici e sempre orientabili in itinere. Prove della vita e gioia Il mondo predica una gioia disarticolata dall’esperienza della prova, facendola somigliare più a euforia, sballo, benessere, … emozioni frivole che si consuma nell’istante. Le evidenze della vita, però, ciinsegnano una diversa fenomenologia della gioia, che può essere riassunta dalle parole del Mémorial di Pascal: «Gioia, gioia, gioia, pianti di gioia». Evidentemente, Pietro conosce questi pianti; e invita tutti a saper integrare nella propria vita l’esperienza della prova con quella della gioia. «Perciò siete ricolmi di gioia [agalliasthe], anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove [peirasmòis]». Da un punto di vista grammaticale, agalliasthe potrebbe essere sia un imperativo (cfr. la resa della TILC e della Bibbia Einaudi 2021) che un indicativo (come nella traduzione CEI 2008) presente (anche se alcuni manoscritti greci e latini riportano la forma al futuro). La scelta CEI dell’indicativo presente «siete ricolmi di gioia» non è innocua: l’autore, infatti non rivolge un comando, ma esprime una costatazione. I destinatari della lettera sono effettivamente capaci di attingere alla gioia, nonostante le prove (il termine è lo stesso che nel Padrenostro identifica la tentazione, cioè peirasmòs). Anzi, sembra che esse siano un passaggio necessario per purificare la gioia, come il fuoco per l’oro. Nessuna prova, per quanto dura, può sfregiare in modo irreversibile la gioia, che, in definitiva, è un dono del Risorto. «Perciò esultate [agalliasthe] di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime». Si tratta, ancora una volta, di constatare una gioia «indicibile e gloriosa» (indicativa più che imperativa) che non collima con nessun “prodotto” del mondo e che richiede l’attraversamento delle prove della vita in vista della salvezza. Sì, non esiste solo un’ascesi quaresimale, ma anche un’ascesi pasquale, ossia l’ascesi di intestarsi la gioia, di permettersi la gioia, ascendendo progressivamente alla dignità di essere stati «scelti da Dio»; oppure (ma è la stessa cosa), sprofondando nella sua grande misericordia. Richiamo al Vangelo Memore della tomba vuota, Pietro afferma: «Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui» (1Pt 1,8).Questa è la frase che collega la seconda lettura con l’esperienza di Tommaso e con la beatitudine del credere senza aver visto. È interessante, ancora una volta, cogliere l’intreccio tra il vedere, il credere e, questa volta, anche l’amare. […] Continua a leggere…
8 Aprile 202612 aprile 2026 MOSTRA FOTOGRAFICA – MOSTRA PITTORICA – VISITA CAPO MILAZZO Nei locali della casa Canonica, Via Bevaceto 2, dalle ore 9:00 alle ore 21:00 Mostra fotografica “l’Abbrivio”, a cura di Antonio La Malfa, fotografo Mostra pittorica, con i lavori dei bambini e dei ragazzi delle scuole che hanno partecipato al concorso “Connessi alla Speranza” in occasione della festavi S. Antonio 2025 CAMMINO GUIDATO AL SANTUARIO ore 17:00, appuntamento in piazza S. Antonio, Capo Milazzo, a cura di Antonio Tavilla, guida escursionistica e ambientale […] Continua a leggere…
5 Aprile 2026di Carmelo Russo 5 aprile 2026 Vangelo (Gv 20,1-9) Nelle prime tre domeniche di Pasqua le letture del Vangelo riportano le apparizioni di Cristo risorto. La pericope odierna, in realtà, non prosegue con la scena dell’apparizione a Maria di Màgdala (Gv 20,11-18), ma si ferma a quell’evidenza di libertà che rende possibile ogni esperienza del Risorto: il “vuoto” del sepolcro e il “pieno” delle Scritture. Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. Il giardino della risurrezione Conviene ricostruire l’ambientazione della pericope odierna, richiamando alcuni passaggi precedenti. Il corpo di Gesù era stato tumulato vicino al luogo della crocifissione, dove «vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto» (Gv 19,41). Il Vangelo secondo Giovanni colloca nel giardino, non solo la risurrezione, ma anche due episodi tutt’altro che bucolici, che riguardano il “trattamento” del corpo di Gesù: da vivo, la consegna alle guardie (uscendo dal giardino: cfr. Gv 18,1-14); da morto, la sepoltura nella tomba nuova (entrando nel giardino: cfr. Gv 19,38-42). Da un punto di vista strettamente lessicografico, le due scene, sia l’arresto di Gesù sia la sua sepoltura, presentano alcune corrispondenze: il termine greco kēpos (= “giardino”) ricorre quattro volte nel Quarto Vangelo per indicare sempre questi due giardini (in Gv 18,1.26 e 19,41×2). Se si allarga l’analisi alla scena della risurrezione, ambientata nello stesso luogo della sepoltura, allora bisogna includere anche il riferimento di Gv 20,15, in cui la Maddalena scambia il Risorto per un kēpouròs (= “giardiniere”). Il Nuovo Testamento conosce anche il termine paràdeisos (cfr. Lc 23,43; 2Cor 12,4; Ap 2,7), che evoca il “giardino di delizie” (l’Eden genesiaco) e rimanda a un luogo inteso come meta ultraterrena. Il termine kēpos, invece, mantiene una denotazione più comune, che possiamo rendere con il concetto di “orto”: un giardino antropizzato, recintato ma non esclusivo, fertile, tanto da valere, nella letteratura greca classica, anche come metafora del grembo materno. Il giardino è simbolo di natura e cultura; ed esprime, al contempo, fusione e distinzione, armonia e misura. Nasce da un gesto gentile di mano d’uomo su terra vergine; tocco che cura, ordina, pianta e sradica, affinché il tutto, nel suo insieme, diventi bello, utile e generativo. L’esperienza sensoriale, che offre il giardino, è materialmente immersiva e, al contempo, dematerializzata. L’impiego di kēpos sembra ben informato dell’evoluzione del suo significato, ereditando il concetto di uno spazio distinto sia dalla campagna che dalla città; metafora, quindi, di intimità, riflessione e generatività. Certa è l’influenza sull’opera giovannea del kēpos ricorrente nel Cantico dei Cantici (secondo la resa dei LXX): «L’amato mio è sceso nel suo giardino / fra le aiuole di balsamo, / a pascolare nei giardini / e a cogliere gigli» (Ct 6,2). Insomma, nel giorno di Pasqua siamo immersi dentro al potente simbolo del giardino, paradossale campo di battaglia dove morte e vita si affrontano in un duello straordinario (cfr. la sequenza di Pasqua). Come vedi? La sensazione visiva è un tema assai caro alla teologia giovannea. Lo sforzo dell’autore è orientato a emancipare la sensazione dal suo soggettivismo per aprirla ad una percezione condivisibile, cioè ad una esperienza riflessa che si impone in tutta la sua evidenza: «Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto [heōràkamen] con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita… quello che abbiamo veduto [heōràkamen] e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» (1Gv 1,1.3). La fede è tutt’altro che “cieca”: piuttosto, è una lente che aumenta l’acuità visiva sul reale. La fede autentica si distingue dalla credenza perché la fede, suscitata dalla Parola visibile, è condivisibile e, quindi, capace di generare comunione. È questo l’arduo compito che tocca ai predicatori del vangelo nel tempo di Pasqua: favorire un accesso esperienziale alla presenza del Risorto. In questo tempo è più che mai necessario addentellare liturgia e vita, affinché sia reso visibile il “culto totale” al Signore risorto da parte della comunità. Nella pericope odierna s’intrecciano tre diversi verbi che rimandano alla vista (la traduzione italiana non permette di apprezzare questo dato). Maria di Màgdala «vede» (si usa qui il verbo blepō) che la pietra era stata tolta dal sepolcro e «non sa» dove hanno posto il corpo di Gesù (si usa oida, un perfetto che richiama l’esperienza di «aver visto» e, dunque, di «sapere» con riferimento al presente). Dall’esterno del sepolcro l’«altro discepolo» «vede» (si usa ancora blepō) i teli. In entrambi i casi si tratta di una sensazione visiva che registra i meri accadimenti. Pietro, invece, «osserva» (qui ricorre il verbo theōreō) i teli e il sudario. La sua osservazione è un’indagine utile a formulare una “teoria” su quanto è accaduto: l’assenza del corpo è un fatto storicamente verificato, ma che non dice ancora nulla sul suo vero significato. Forse è stato trafugato? Qualcuno lo ha portato via? Infine, «l’altro discepolo» entra nel sepolcro e «vide [èiden, aoristo di horaō] e credette». Quest’ultima visione è quella che apre a una comprensione totale dell’avvenimento: egli vede non solo con gli occhi, ma anche con il cuore. Le cose del mondo possono essere osservate con sguardo unilaterale e oggettivante. Ma quando s’incontra una Presenza, gli occhi diventano l’organo di un incontro di storie e si comincia a “vedere” veramente, a credere: «alla tua luce vediamo la luce» (Sal 36,10). I tre verba vedendi che abbiamo considerato sembrano rimandare a tre stadi del cammino spirituale e segnano le tappe dell’itinerario pasquale che ci accingiamo a intraprendere: blepō, lo stadio degli incipienti; theōreō, lo stadio dei proficienti; horaō / oida, lo stadio dei perfetti (cfr. A. Persili, Sulle tracce del Cristo risorto. Con Pietro e Giovanni testimoni oculari, Roma 1988, 170). Il Risorto svelato In un inciso, l’evangelista approfitta del punto di vista di Pietro per farci notare che il sudario — simbolo di morte, che copriva il capo di Gesù — non è in mezzo ai teli afflosciati, ma si trova a parte (la morte è stata messa da parte!), ravvolto con cura (da chi?) «verso un determinato luogo» (cfr. Gv 20,7). Ebbene, nel Quarto Vangelo il termine topos è costantemente usato per designare o il tempio di Gerusalemme (cfr. Gv 4,20; 5,16; 11,48) oppure, per contrasto, il luogo in cui Gesù, nuovo Tempio, si trova (cfr. Gv 6,10.23; 10,40; 11,6.30; cfr. anche 14,2.3, detto della dimora del Padre, dov’è Gesù). Anche nel racconto della passione, topos designa sempre il luogo dove si trova Gesù: il giardino dell’arresto (cfr. Gv 18,2); il Litostroto, dove Pilato espone il re dei Giudei (cfr. Gv 19,13-14); il «Cranio», «il luogo dove Gesù fu crocifisso» (cfr. Gv 19,17.20) e il giardino della sepoltura (cfr. Gv 19,41). Si crea, così, un nesso tra il topos-tempio, ossia il vecchio culto definitivamente “avvolto” e messo da parte, e i topoi (dell’arresto, del Litostroto, della crocifissione, della sepoltura) in cui Gesù, nuovo “luogo” di culto, viene progressivamente svelato. Seppur temporaneamente, anche Gesù è stato “velato” dalla morte. La sua partecipazione al dramma è reale, come quella di un seme che marcisce e muore sotterra. Tuttavia, la morte è stata sconfitta, perché non ha previsto che “dentro” di essa potesse gemmare la Vita. Il sudario mortale è definitivamente caduto e messo da parte. Adesso il capo svelato del Risorto propaga la vita a quanti sanno riconoscerlo con gli occhi della fede. La pienezza della Scrittura Il vuoto della tomba verrà presto colmato dall’apparizione del Risorto alla Maddalena (cfr. Gv 20,11-18). Finalmente, anche la sua vista ha raggiunto la profondità del reale: «Ho visto [heōraka] il Signore!» (cfr. v. 18). L’«altro discepolo» crede alla vista dei segni, mentre la Maddalena, che prima aveva visto distrattamente, adesso vede pienamente e crede: il suo “aver visto” il Signore non si chiude nel passato, ma continua a produrre riconoscimento nel presente (si noti l’uso del perfetto heōraka). La sua testimonianza sarà decisiva per gli altri apostoli. Ritorniamo alla selezione liturgica di questa domenica di Pasqua, che si conclude con un commento da parte dell’Evangelista: «non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti» (Gv 20,9). A dire il vero, questa frase suona ingiusta nei confronti dell’«altro discepolo», quello che «vide e credette». Se si dà credito alla tradizione che vede dietro all’«altro discepolo» lo stesso Evangelista, allora la frase andrebbe riferita solo a Pietro e alla Maddalena. Il senso della frase, però, va colto nel suo insieme: neppure l’«altro discepolo» che «vide e credette » aveva compreso bene il segno della Scrittura. Qui “Scrittura” non rimanda a un singolo passo (anche se è chiara l’allusione al brano di Is 26,19-21 LXX), né alla totalità delle scritture ebraiche: piuttosto, è Gesù stesso, il Segno della Scrittura, il Verbo fatto carne, concentrazione di tutta la rivelazione biblica: «Verbo condensato, unificato, perfetto! Verbo vivo e vivificante» (Henri de Lubac, Esegesi medievale. I quattro sensi della Scrittura, vol. III, Jaca Book, Milano 1996). Ebbene, con quella frase conclusiva, l’Evangelista intende spronarci a non perdere tempo: per credere nel Risorto basta scrutare la Scrittura che gli rende testimonianza (cfr. Gv 5,39). Prima della “visione piena” della Maddalena, la scena della risurrezione è già riempita dal richiamo alla Scrittura, “punto di vista” privilegiato per poter vedere e riconoscere Gesù risorto. Prima lettura (At 10,34a.37-43) La prima lettura del tempo di Pasqua è sempre desunta dagli Atti degli Apostoli, ed è distribuita, in un ciclo triennale, in progressione parallela. Anche le selezioni dell’anno A propongono questa progressione che riguarda la vita, la testimonianza e lo sviluppo della Chiesa primitiva. La selezione odierna propone un ritaglio da un episodio che rappresenta un “giro di boa” nella trama di Atti degli Apostoli. In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome». Per la prima volta si attesta che anche ai pagani, ossia a coloro che non provengono dal popolo dell’Alleanza, sono dischiuse le porte della salvezza. Cornelio, un centurione romano, e i suoi familiari, quando Pietro sta ancora parlando, ricevono il dono dello Spirito Santo, come avvenne ai proseliti di Gerusalemme nel giorno di Pentecoste (cf. At 2). Questa circostanza provoca meraviglia tra i circoncisi e persuade Pietro a battezzare Cornelio con tutta la sua famiglia, senza la richiesta di ulteriori prescrizioni (cfr. At 10,44-48). Essi diventano prototipo di coloro che, a prescindere dalla loro provenienza etnico-religiosa, sono innestati per grazia nella storia della salvezza, professando la fede in Gesù morto e risorto. Si tratta della cosiddetta “Pentecoste dei pagani”: qui accade qualcosa di nuovo, non soltanto per i pagani, direttamente interessati alla manifestazione dello Spirito, ma anche per tutta la chiesa, che deve ripensare la portata salvifica della Croce di Cristo e, conseguentemente, deve ri-parametrare la sua azione pastorale in chiave inclusiva e universale. Un tale “aggiornamento di sistema”, che oggi ci appare scontato, deve essere ben evidenziato anche nelle comunità di oggi, che spesso fanno fatica a lasciarsi sorprendere e interpellare dal potenziale di rinnovamento catalizzato dal Risorto. Kerygma… Pietro, prendendo la parola davanti a Cornelio, annuncia sinteticamente il mistero di Gesù di Nazareth (il cosiddetto kerygma della chiesa primitiva), che non ha bisogno di lunghe spiegazioni. Ecco, allora, i tratti essenziali del kerygma esposti nel discorso petrino: Gesù inizia la sua missione facendosi battezzare da Giovanni e ricevendo la consacrazione in Spirito Santo e potenza; il passaggio di Gesù realizza la guarigione e la liberazione dalla schiavitù del diavolo; i Giudei lo hanno crocifisso, ma Dio lo ha risuscitato dai morti; la presenza del Risorto è ancora palpabile nella chiesa che continua ad annunciare il perdono dei peccati a quanti credono nel suo nome. Le parole di Pietro corrispondono a quelle di Paolo: «A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto» (1Cor 15,3-8). Sia Pietro che Paolo tengono dentro al loro kerygma anche lo snodo ecclesiale, ossia l’esperienza del Risorto tramite le apparizioni e il riconoscimento comunitario. L’annuncio pasquale non si limita alla morte e risurrezione, ma si allarga all’esperienza della comunità credente che riattualizza il mistero di Gesù. … e attualizzazione La lettura odierna, più che spiegata, va eseguita, come si fa con uno spartito musicale. Il discorso di Pietro ci giunge come un insieme di note distribuite su un pentagramma: il “testo” è chiaro in sé, fa parte della tradizione e va custodito come tale; ma è utile nella misura in cui viene eseguito oggi. Tra il ricevere e il trasmettere, infatti, si collocano l’adattamento e l’attualizzazione. È quello che fa Pietro davanti a Cornelio: senza la mediazione petrina del kerygma non ci sarebbe stata l’effusione dello spirito sui pagani. La trasmissione del mistero di Cristo non consiste nella riproduzione materiale di quanto precedentemente ricevuto: ogni volta che il vangelo viene annunciato, si arricchisce sempre di più, perché mentre lo conserva lo rende vitale, lo valorizza con nuove risonanze. Lo stesso Spirito che ha ispirato l’autore biblico continua ad essere presente e operante nella comunità cristiana. L’attualizzazione non è solo possibile, ma coessenziale alla conservazione e alla tradizione. Richiamo al Vangelo È Pietro il personaggio che collega la prima lettura al vangelo odierno. Nel discorso petrino presso la casa di Cornelio, in effetti, si realizza quanto era rimasto sospeso davanti alla sorpresa della tomba vuota, dove l’evangelista commentava: «non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti» (Gv 20,9). Pietro, che aveva creduto alla risurrezione, grazie ad un incontro (con la famiglia di Cornelio), è spronato nuovamente ad approfondire l’inesauribile mistero del Cristo risorto e il suo significato universale. Seconda lettura (Col 3,1-4) Anche il tempo di Pasqua, in cui si registra spesso un calo di tensione rispetto al tempo di quaresima, è un “tempo forte” e, come tale, deve essere vissuto intensamente, cercando «le cose di lassù», per non rendere vana la grazia ricevuta. Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria. Il brano proposto come seconda lettura precede la parte parenetica della Lettera ai Colossesi: prima di dire cosa bisogna fare, l’Apostolo fonda l’agire sulla scoperta della nuova identità di coloro che, ormai nascosti in Cristo, partecipano anche della sua gloria. L’invito a cercare «le cose di lassù» non deve essere letto come un alibi per scrollarsi delle responsabilità di quaggiù. La fede nella risurrezione della carne e nella vita del mondo trasfigura radicalmente la nostra vita, qui e ora. Sappiamo dalla Rivelazione che«Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, (2Cor 5,2; 2Pt 3,13) e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini (1Cor 2,9; Ap 21,4-5)» (Gaudium et spes, 39). Dopo la risurrezione e ascensione al cielo di Gesù, le cose di lassù sono diventate fondamento e orientamento anche delle cose di quaggiù. Se fin da ora siamo nascosti con Cristo, è “conveniente” pensare le cose di lassù. Questo nuova “economia” non implica una fuga dalle responsabilità del presente o, peggio, una contrapposizione tra l’annuncio pasquale e l’impegno morale. L’inesorabile procedere della storia verso l’Ultimo coinvolge le realtà penultime. L’invito di Paolo, in altre parole, fonda ancora più saldamente l’impegno e la cura per le cose penultime nell’orizzonte dell’Ultimo. Quest’intreccio escatologico tra identità, azione e destino è stato espresso molto bene dal teologo luterano che, sotto il regime nazista, ha confessato Cristo fino alla morte: «Solo Cristo ci dà la realtà ultima, la giustificazione della nostra vita dinanzi a Dio, ma nonostante ciò, anzi, a causa di ciò, non ci vengono tolte o risparmiate le realtà penultime… La vita cristiana è l’albeggiare delle realtà ultime in me, è la vita di Gesù Cristo in me; ma è sempre anche un vivere nelle realtà penultime in attesa di quelle supreme» (D. Bonhoeffer, Etica). Una testimonianza Qualche anno fa è morto all’età di 28 anni Sanny Basso, affetto dalla sindrome di Hutchinson-Gilford (progeria). La sua vita è stata un esercizio straordinario del mistero pasquale di Gesù, non solo nell’attraversamento della malattia, ma anche nella focalizzazione dell’orizzonte dell’eternità. Le parole del suo testamento spirituale sono il miglior modo per spiegare il significato di una vita nascosta con Cristo in Dio. «La fede è la parte principale, la più intima di me stesso. Potrei dire qualsiasi cosa su di me, ma se non dicessi che ho fede è come se non dicessi niente. Sono credente e spesso magari mi viene anche chiesto come si fa a credere nonostante una malattia genetica così rara. Per me, però, Dio è così grande, cioè una realtà talmente oltre ogni portata, che veramente ogni cosa scompare, perché credo che Dio mi ha dato una vita, mi ha dato una famiglia, mi ha dato degli amici, mi ha dato un mondo dove stare e queste sono tutte cose molto più importanti, molto più grandi di quelle che una malattia può togliere. Della fede cristiana mi piace proprio questo: il fatto che tutti noi fedeli dovremmo cercare di assomigliare a Dio, tenendo però conto che Lui ci ha reso il compito facile, perché è Lui che ha voluto assomigliare tantissimo a noi, ha condiviso ogni cosa con noi: dalla festa al dolore, alla morte» (Sanny Basso, Testamento spirituale). Richiamo al Vangelo «La vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!». Questo nascondimento del credente sembra un prolungamento del nascondimento di Gesù, non solo lungo tutta la sua vita (cfr. Gv 12,36), ma anche nella risurrezione, paradossalmente “nascosta” nell’evidenza di una tomba vuota. Come suggerisce il vangelo odierno, il Risorto nascosto si fa trovare anzitutto nelle Scritture: è nella Parola di Dio che dobbiamo nascondere la nostra vita per cercare e trovare le cose di lassù. […] Continua a leggere…
4 Aprile 2026di Carmelo Russo TRIDUO PASQUALE 2026 Ciclo A 4 aprile 2026 “La madre di tutte le veglie”, con i suoi potenti simboli e la ricchezza dell’eucologia, ha un fascino senza eguali. Se ci si ferma a “leggere lo spartito”, la complessità dei riti potrebbe risultare fuori dal tempo; ma se si comincia a “eseguire il pezzo”, allora viene fuori una musica che muove alla danza. L’occhio s’inceppa nei particolari, ma la visione, nel suo insieme, è vertiginosa: incanto per la mente e struggimento per il desiderio. Il susseguirsi dei vari momenti somiglia all’alternarsi di sistole e diastole di un cuore pulsante: tra l’evento salvifico e l’oggi liturgico s’innesca un movimento osmotico così vitale, che trasforma l’esistenza dei fedeli e delle comunità. Da sempre i cristiani hanno curato la celebrazione della veglia pasquale, rendendola un’esperienza sinestetica. Anticamente era in uso un lungo rotolo illustrato dell’Exsultet (pregevole quello esposto al museo dell’Opera del Duomo di Pisa!), che lentamente il cantore lasciava scorrere giù dall’ambone durante la proclamazione. Le immagini, spesso disposte in senso inverso rispetto al testo, erano visibili ai fedeli mentre il rotolo veniva srotolato. La visione di quelle immagini, il canto del preconio e l’odore dell’incenso contribuivano a rendere penetrante la celebrazione, animata da una continua oscillazione tra esperienza e simbolo, tra affetto e concetto. Quanti guidano l’assemblea celebrante conoscono bene la fatica di far percepire tanta bellezza. L’ars celebrandi è messa a dura prova, ma vale la pena impegnarsi affinché l’intera comunità possa “eseguire” questo straordinario spartito: tramite i segni liturgici, infatti, celebriamo e riattualizziamo la Risurrezione di Gesù, che mai smette, lungo la storia, di rigenerare l’identità e la missione della chiesa. Vangelo (Mt 28,1-10) L’assemblea riceve con rinnovato stupore l’annuncio dell’angelo. Cristo non è più nel sepolcro. «È risorto!». Non è una notizia tra le altre, ma l’evento che ha inciso più radicalmente sulla trama del reale e che non smette di incidere nell’oggi della chiesa, come se fosse la prima volta. L’afflato ieratico e apocalittico della risurrezione secondo Matteo, più che un ostacolo all’attualizzazione, può diventare un vantaggio per un’omelia che vuole sviscerare il significato esistenziale dell’evento salvifico. «O notte beata — canta l’Exsultet —, tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto dagli inferi». La risurrezione è, al contempo, storia e mistero; dunque, sempre nuova e capace di rinnovare. Lo illustra bene l’Evangelista Matteo che traccia una progressione nell’accoglienza di quest’evento: la reazione del creato; l’annuncio dell’angelo; la manifestazione del Risorto. Il sisma Nel giro di poche ore (e di pochi versetti), si registrano due terremoti: il venerdì santo, alla morte di Gesù, a seguito della quale «la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono» (Mt 27,51-52); all’alba del primo giorno della settimana, quando Maria di Magdala e l’«altra Maria» (cioè, secondo 27,56, la madre di Giacomo e Giuseppe) giungono al sepolcro. Questi eventi sismici conferiscono al racconto una cornice apocalittica; fermano il tempo; anzi, lo eternizzano. Se il primo terremoto simboleggia la partecipazione di tutto il creato alla morte di Gesù, il secondo segnala, piuttosto, la vibrante vittoria della vita. Il giorno della Risurrezione è, dunque, «il “primo giorno” della nuova creazione, la cui primizia è l’umanità risorta del Signore, garanzia della trasfigurazione finale di tutta la realtà creata» (Papa Francesco, Lettera enciclica Laudato si’, 2015, n. 237). Eppure, non sarà il sisma a scoperchiare la tomba. La reazione del creato, che si sprigiona dalle profondità della terra, non esaurisce il mistero della risurrezione. Occorre l’annuncio di un angelo che, scendendo dal cielo, scoperchi, non soltanto i sepolcri, ma anche le prigioni concettuali che ci impediscono di aprirci al mistero. L’angelo Un angelo sceso dal cielo, dall’aspetto sfolgorante, rotola via la pietra con la quale Giuseppe di Arimatea aveva sigillato l’ingresso del sepolcro (cf. Mt 27,60). L’intervento dell’angelo non serve a far uscire Gesù (come racconta il Vangelo di Pietro, 10,39-40), ma ad agevolare la verifica della sua assenza da parte delle donne. È curiosa l’annotazione che l’angelo si mette a sedere sulla pietra che aveva fatto rotolare: sembra la postura di chi vuole insegnare qualcosa di nuovo sopra lo scandalo di qualcosa di vecchio. In effetti, egli sta per porgere l’insegnamento più importante della storia. L’angelo non è un corredo mitologico, ma una mediazione intrinsecamente necessaria a rimuovere gli ostacoli che bloccano la fede nella risurrezione. L’indizio della tomba vuota è sì importante, ma in quanto accompagnato dalla parola dell’angelo che interpreta quel vuoto (e, in questo senso, le donne di Matteo sono molto diverse dal discepolo amato di Gv 20,8, che perviene alla fede senza angelo, solamente osservando la tomba vuota). Come l’angelo della prima Pasqua ebraica, anche l’angelo della risurrezione è causa di morte per alcuni e di vita per altri. Lo spavento ha il sopravvento sui soldati, che diventano «come morti» (cf. Ap 1,17). Invece, alle due donne, l’angelo rivolge la consueta rassicurazione: «voi non temete». L’emozione primaria della paura è tra le più presenti nel lessico veterotestamentario (con una grande varietà di radici lessicali) e si presta a essere variamente caratterizzata a seconda dell’intensità (spavento, timore, ansia, panico, terrore, …). Per le due donne, come si legge più avanti (v. 8), si tratta di un’emozione mista, fatta di «timore e gioia grande». Per le guardie, invece, c’è solo terrore: essi non sono in grado di leggere l’accaduto, né di accedere al mistero; restano spettatori, non testimoni. Lo spunto di attualizzazione sorge spontaneo: la risurrezione non è un fatto che s’impone con evidenza geometrica, ma, a parità di circostanze, ovunque essa si manifesti, la sua accoglienza dipende, in definitiva, da una scelta libera e personale. «So che cercate Gesù, il Crocifisso» (estaurōmènon): il participio perfetto, che ricorda alcune affermazioni kerygmatiche paoline (cf. 1Cor 1,23; 2,2), descrive una condizione permanente di Gesù. Anche se risorto, Gesù continua ad essere identificato come «il Crocifisso». L’angelo continua: «È stato risuscitato!». Il passivo sottintende che è Dio, il creatore della vita, l’agente della risurrezione. Poi, l’angelo invita le donne a guardare la tomba vuota e affida loro l’incarico di annunziare ai discepoli il messaggio pasquale: il Signore risorto li precede in Galilea, lì dove aveva avuto inizio il suo ministero pubblico con la sequela dei discepoli. La Galilea, detta “delle genti” in tono dispregiativo, diventa adesso il “quartier generale” della diffusione del vangelo verso i pagani, in contrapposizione a Gerusalemme, la città che uccide i profeti (cf. Mt 23,37) e il Messia. Le donne abbandonano «velocemente» il sepolcro e corrono a raccontare il fatto agli altri discepoli. Il loro punto di vista è certamente credibile e idoneo a fondare la storicità e la ragionevolezza della risurrezione. Tuttavia, ciò non esaurisce ancora la portata trasformatrice del mistero. C’è ancora una lacuna da colmare. Oltre alla credibilità dei fatti occorre anche che l’esistenza credente sia attraversata dall’incontro personale con il Risorto. Il Risorto La corsa delle donne è interrotta dal saluto di Gesù risorto: «gioia a voi!» (chàirete). «Joy is gigantic secret of the Christian» (G. K. Chesterton). In questo modo, il Risorto toglie ogni ambiguità a quell’emozione mista, di «timore e gioia grande», che le donne avevano sperimentato all’apparizione dell’angelo. Senza esitazione, si avvicinano a Gesù, abbracciano i suoi piedi e lo adorano: è lui! L’annuncio dell’angelo diventa presto esperienza concreta e diretta; l’angelìa (la notizia storica) diventa euangèlion (la buona notizia, anche metastorica); il kḕrygma angelico si riversa nell’esistenza e scatena un “terremoto” nella vita di chi incontra il Signore della vita. In effetti, le parole del Risorto non aggiungono nulla all’incarico che le donne avevano già ricevuto dall’angelo (cf. v. 7). Eppure, era necessario intercettarle lungo la strada, per conferire loro, sulla scorta dell’incontro personale, una indiscussa autorità testimoniale. Il Risorto ripete ancora il suo conforto («Non temete»), che adesso appare intempestiva e inutile dopo lo slancio delle donne verso i suoi piedi. Sembra, allora, che questo incoraggiamento abbia uno scopo diverso: non si limita a rassicurare le donne (manca, infatti, il soggetto esplicito “voi”, presente nelle parole dell’angelo), ma assume un valore generale, rivolto a tutti i destinatari dell’annuncio di risurrezione. Il Risorto si riferisce ai discepoli chiamandoli «miei fratelli» (cf. Mt 12,49-50 e 25,40): novello Giuseppe d’Egitto, egli risana con il perdono quei vincoli di fraternità che si erano spezzati a causa dei vari tradimenti. Come Giuseppe, infatti, anche Gesù era stato venduto dai suoi. Nel vangelo di Matteo la fraternità esprime la qualità primaria dei legami all’interno della chiesa (cf. Mt 18). Tradimenti, fughe e rinnegamenti avevano provocato la frantumazione del gruppo dei discepoli. Ora, però, grazie alla convocazione dei suoi «fratelli», risorge anche la chiesa, non per virtù propria, ma sulla parola del Figlio di Dio che convoca in Galilea gli eredi del Regno. Che cosa accadrà in Galilea? Lo scopriremo nella solennità dell’Ascensione, quando verrà proclamato il mandato missionario (cf. Mt 28,16-20). Accostandoci alle (sette) letture veterotestamentarie, conviene offrire qualche indicazione per “tenere alta” la tensione comunicativa e la partecipazione dei fedeli durante la loro proclamazione. Infatti, entrando nella seconda parte della veglia, non è facile far percepire che la Parola proclamata è Presenza viva ed efficace e che anche oggi compie ciò che annuncia. Non è facile, soprattutto, accompagnare l’attenzione dell’assemblea lungo le tappe della storia della salvezza. Pertanto, si potrebbe proporre, all’inizio di ogni lettura, una brevissima monizione o, ancora meglio, una domanda che funga da guida all’ascolto, idonea a tenere il filo narrativo del programma delle letture selezionate, in modo che l’ascolto realizzi il coinvolgimento personale e la meditazione corale. Monizioni troppo didascaliche possono risultare indigeste e irrigidire l’atto performativo della proclamazione. Pertanto, l’ideale sarebbe un’esposizione orale della monizione da parte del presidente (o del catechista), mettendo in esercizio alcune emozioni e incoraggiando l’assemblea ad un ascolto dialogico e attualizzante. Se il ritmo della liturgia della Parola riuscirà a “intrattenere” (questo è il significato del verbo greco homileō) l’attenzione orante dei fedeli e a disporli a una certa familiarità con il percorso storico-salvifico illustrato dalle letture, non servirà una lunga omelia dopo il Vangelo. Prima lettura (Gen 1,1 – 2,2) Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. Per accogliere la redenzione occorre ritornare agli inizi, a ciò che è accaduto «In principio…». «Se fu grande all’inizio la creazione del mondo, ben più grande, nella pienezza dei tempi, fu l’opera della nostra redenzione» (dall’orazione del Messale Romano che segue la lettura). La storia d’amore che ripercorriamo in questa notte inizia con la Parola che crea. Nel mito delle origini contempliamo già il “passo indietro” di Dio, che permette al cosmo — e alla creatura più alta, l’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio — di venire all’esistenza. Nel caos di Auschwitz San Massimiliano Kolbe, poco prima di essere ucciso, disse: «L’odio non serve a niente, solo l’amore crea!». Ascoltando questa lettura, lasciamoci stupire da quella Parola d’amore che ci strappa ancora una volta dal caos. Seconda lettura (Gen 22,1-18) Il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede La prossima lettura — nel tragico paradosso di un figlio prima donato e, poi, richiesto in sacrificio — segna il momento in cui Dio e l’umanità, grazie all’obbedienza di Abramo, sugellano un patto infrangibile. Nel sacrificio di Gesù, nuovo Isacco, Dio estende a tutti gli uomini l’accesso all’adozione filiale, adempiendo così la promessa fatta ad Abramo, quella di renderlo padre di tutte le nazioni. Ascoltiamo questa lettura facendo attenzione, soprattutto, al giuramento finale di Dio e lasciamo che il nostro cuore si apra alla gratitudine davanti alla perennità di quel proposito di salvezza. Terza lettura (Es 14,15- 15,1) Gli Israeliti camminarono sull’asciutto in mezzo al mare. La meravigliosa epopea della liberazione del popolo ebreo è il prototipo di ogni liberazione, dalla schiavitù e dal peccato. Qui appare per la prima volta il simbolo dell’acqua, che ricorda il battesimo: simbolo di morte per l’oppressore egiziano, sovrastato dalle onde del mare; e simbolo di vita per gli israeliti che attraversano il mare all’asciutto. In questo attraversamento — da cui prende il nome la festa di pesaḥ, appunto — si rispecchia la Pasqua di Gesù e riviviamo il nostro personale passaggio alla vita, grazie al battesimo. Ascoltando questa lettura, ripensiamo ai “mari” attraversati nel corso della nostra esistenza e cantiamo anche noi la stupenda vittoria di Dio «che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce» (1Pt 13-4). Quarta lettura (Is 54,5-14) Con affetto perenne il Signore, tuo redentore, ha avuto pietà di te In questa «notte di grazia» stiamo sfogliando le pagine più significative del nostro “album di famiglia”, che racconta la più grande storia di amore. A causa della nostra infedeltà, purtroppo, non tutte le foto sono belle: alcune risultano sfocate o poco esposte alla luce. Ma tutte sono recuperabili secondo la pedagogia divina; anzi, già recuperate dall’amore trasfigurante dello Sposo che con affetto perenne non dimentica mai la sua Sposa. La lettura introduce opportunamente una chiave nuziale alla liturgia di questa veglia. Quinta lettura (Is 55,1-11) Venite a me e vivrete; stabilirò per voi un’alleanza eterna Il racconto di allora si fa accadimento per l’oggi. Veniamo realmente trasformati dall’ascolto di questa storia, perché tutte le volte in cui siamo esposti alla pioggia della grazia divina, qualcosa germoglia nella nostra povera terra. La proclamazione di questa profezia riattualizza ancora una volta l’alleanza eterna e ravviva la nostra sete di Dio, perché sotto l’azione dello Spirito, possiamo sempre progredire nelle vie del bene (dall’orazione del Messale Romano che segue la lettura). Sesta lettura (Bar 3,9-15.32 – 4,4) Cammina allo splendore della luce del Signore Anche i nostri esili, come quelli sofferti dal popolo, possono allontanarci dalla «fonte della sapienza». La profezia di Baruch ci sprona a ritornare a quella fonte vitale. La liberazione, assicurataci una volta per sempre, va continuamente abbeverata, rivitalizzata. Per conservare il dono della vita, liberata e liberante, la lettura ci invita alla prudenza e all’intelligenza, per camminare sempre alla luce della Parola di Dio. Nell’orazione che segue la proclamazione della lettura, infatti, chiediamo questo a Dio: di custodire nella sua protezione coloro che sono rinati dall’acqua del Battesimo. Settima lettura (Ez 36,16-17a.18-28) Vi aspergerò con acqua pura e vi darò un cuore nuovo Nell’ultima lettura ritorna il simbolo dell’acqua, la quale non solo purifica, ma è anche preludio di qualcosa di inaudito. Quando tutto sembrava perduto e arido, fiorisce una nuova speranza grazie al soffio dello Spirito. La sorpresa consiste nel rinnovamento del cuore, organo che biblicamente esprime l’interezza della condizione umana (pensieri e affetti). A Dio, infatti, non basta renderci liberi da un cuore di pietra; egli desidera per noi un cuore di carne, per essere liberi di amare: «Quanto è distrutto si ricostruisce, quanto è invecchiato si rinnova, e tutto ritorna alla sua integrità» (dall’orazione del Messale Romano che segue la lettura). Richiamo al vangelo È possibile illustrare la sequenza delle letture veterotestamentarie a partire dai tre temi che abbiamo enucleato nel vangelo: la reazione della natura; la rivelazione dell’angelo; l’iniziazione alla Presenza (l’incontro con il Risorto). Prima, seconda e terza lettura anticipano il sussulto della natura davanti all’evento della risurrezione. La prima lettura illustra, evidentemente, il prototipo a cui s’ispira il nuovo inizio segnato dall’ottavo giorno della risurrezione. La seconda lettura, narrando la storia contro natura di Abramo, pronto a stendere la mano contro il proprio figlio, illumina la storia sovrannaturale del Padre che non risparmia il proprio Figlio. La terza lettura, raccontando l’acquemoto grazie a cui si realizza il passaggio del popolo verso la libertà, anticipa il terremoto che annuncia la risurrezione. Quarta, quinta e sesta lettura contengono le voci profetiche che anticipano l’annuncio dell’angelo della risurrezione. La quarta “fa rotolare via” il macigno dell’infedeltà. La quinta annuncia l’alleanza eterna. La sesta invita a mettersi in cammino: lo stesso invito che l’angelo rivolgerà alle donne. Infine, l’aspersione promessa nella settima lettura descrive un rito d’iniziazione che trasforma il cuore di pietra in cuore di carne. La stessa dinamica trasformatrice investe le donne, quando incontrano, non la pietra della tomba, ma la carne del Messia risorto. Epistola (Rm 6,3-11) L’itinerario di morte e di vita con Cristo è annunciato al v. 4: «Per mezzo del battesimo dunque siamo stati con-sepolti insieme a lui nella morte [anticipo del tema della morte con Cristo, sviluppato nei vv. 5-7] affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova [anticipo del tema della vita con Cristo, che sarà sviluppato nei vv. 8-10]». Con-crocifissi e con-sepolti insieme a Cristo Le domande retoriche, con cui si apre la lettura, arrivano subito al cuore della questione che Paolo intende presentare: la fondazione cristologica dell’agire etico dei cristiani. Paolo aveva concluso la parte argomentativa della sua Lettera con queste parole: «per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» (Rm 5,19). Adesso, tuttavia, sente di dover precisare le implicazioni di questo dono. Il fatto che le opere della Legge non giustificano, non getta nel lassismo o nell’indifferentismo l’agire dei credenti. Al contrario, la risposta al dono è, per certi versi, assai più esigente dell’obbligo che scaturisce dalla Legge antica. Questo nuovo dispositivo deontologico inaugurato dalla Pasqua trova il suo fondamento nell’essere «con» Cristo (cf. i vv. 4.5.6.8). Solo il battesimo realizza questo «con» definitivo, poiché ci rende contemporanei al giardino della sepoltura e della risurrezione: non sovrappone una nuova identità a quella vecchia, ma realizza una radicale trasformazione, a tal punto che il credente viene intimamente unito a Cristo, cioè viene con-crocifisso e con-sepolto con lui. Immerso nell’acqua battesimale, dunque, l’uomo vecchio “affoga” definitivamente. Chi emerge dall’acqua è un uomo nuovo, con un respiro nuovo: forse gli capiterà di “fare” cose ingiustificabili, ma non potrà più tornare ad “essere” ingiustificabile. Il Male non ha più presa su di lui, perché il battesimo realizza una definitiva separazione dal peccato. «Felice colpa — osiamo cantare nell’Exsultet — che meritò tale e così grande Redentore». Questa emancipazione dalla schiavitù del peccato è illustrata bene dal rito del battesimo, in modo particolare dalla preghiera di esorcismo e dall’unzione con l’olio dei catecumeni. Quest’ultima immagine dell’unzione pre-battesimale ci aiuta a capire meglio la nuova responsabilità sottesa al dono. Se la giustificazione passa, non attraverso l’esecuzione di precetti, ma attraverso l’accoglienza della Grazia, allora l’orientamento etico del credente matura, si irrobustisce, grazie alla consapevolezza di essere “scivoloso” al peccato. «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?» (Rm 8,35). Nessuno, mai più, potrà negare la grazia che inerisce alla vita del battezzato. Giova ricordarselo soprattutto davanti alle “fissazioni” e agli idoli che sembrano capaci di afferrare la nostra esistenza e di obbligarla al peccato. Se, invece, smettessimo di auto-sabotare la grazia e iniziassimo a confidare di più nel dono di Dio, allora anche noi, insieme a Paolo, saremo persuasi che «né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,38-39). L’uomo nuovo vive insieme a Cristo La trasformazione interiore è realizzata dal dono dello Spirito Santo: «anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù» (v. 10). La conseguente vita etica, dunque, non consiste in uno sforzo titanico per meritarsi qualcosa. Sono i meriti di Cristo sulla croce che hanno già realizzato la salvezza per tutti gli uomini. Al credente tocca immergersi nella Pasqua del Signore e partecipare così alla sua gloria. La vita nuova in Cristo non è illustrata dallo schema del cambiamento, sempre precario e reversibile, ma dall’irreversibile dinamismo dello Spirito che trasfigura la vita. Le opere buone, di cui possiamo essere capaci, non rappresentano meriti o avanzamenti di un’ascesi che conta solo sulle proprie forze, ma diventano attestazioni, ricognizioni, ri-conoscimenti, azioni di grazia, atti di culto, in risposta alla metamorfosi realizzata da Dio. Pertanto, la vita etica cristiana non è altro che risposta al dono; è mettere in luce ciò che già si è; è il compito di rendere sempre più visibile il tesoro prezioso, anche se custodito in vasi di creta (cf. 2Cor 4,7); e spesso consapevoli del fatto (o umiliati da esso?) che, grazie alle crepe del vaso, si propaga la luminosità del tesoro. Richiamo al vangelo Dopo il canto del Gloria, l’epistola offre una straordinaria catechesi battesimale, che approfondisce il significato etico della Pasqua. La risurrezione di Cristo è un “terremoto” che libera e salva le nostre relazioni. Le azioni non sono più guidate da un imperativo legale, ma sgorgano dalla consapevolezza di essere intimamente unite a Cristo, grazie all’immersione battesimale. […] Continua a leggere…