VOCI BIBLICHE

VOCI BIBLICHE

Mercoledì delle Ceneri

di Carmelo Russo

Vangelo Mt 6,1-6.16-18

Nel contesto giudaico del I secolo d.C. erano già note le pie pratiche dell’elemosina, della preghiera e del digiuno. Gesù, però, intreccia ad esse tre novità che trasformano il senso della penitenza: “Padre”, “segreto”, e “ricompensa”.

Il contesto liturgico. Il ritaglio che la liturgia propone (Mt 6,1-6.16-18), senza il Padre nostro (cf. vv. 7-15), è giustificato dal contesto in cui questi versetti sono proclamati. Nella «splendida monotonia» (R. Guardini) dell’anno liturgico, la celebrazione delle Ceneri segna l’inizio della Quaresima, che annualmente ricorda alla chiesa il bisogno incessante di purificazione, in attesa della parusía.

Sacrosantum concilium 109 ricorda il duplice carattere della Quaresima: penitenziale e battesimale. È il tempo dell’iniziazione cristiana, della catechesi catecumenale e della valorizzazione delle promesse battesimali. Il memento delle ceneri ci pone davanti la transitorietà della nostra condizione umana (tutto passa, solo Dio resta), ma simboleggia anche la speranza di poter essere purificati e fecondati dalla Pasqua di Cristo.

In questa cornice prende forza il monito iniziale del vangelo a non praticare la giustizia davanti agli uomini, per esibizionismo. I successivi inviti all’elemosina, alla preghiera e al digiuno – pratiche ben rodate nel contesto giudaico e, soprattutto, farisaico del tempo di Gesù – hanno senso nella misura in cui si concretizzano in atti di vera giustizia, al riparo dall’ostentazione e dall’ipocrisia, vigilando sulle intenzioni profonde che accompagnano ogni atto. Purtroppo, anche la religione può diventare una pratica alienante. Per questo a ogni invito corrisponde un monito a non “mettere in scena” elemosina, preghiera e digiuno come fanno gli ipocriti, che cercano solo di “ingrassare” se stessi davanti alla gente. La mistificazione autoreferenziale della pratica religiosa nega alla radice Dio, il quale diventa solo un ornamento al proprio ego. E nega pure i vincoli di solidarietà con i fratelli e le sorelle, ridotti a un pubblico da cui spremere consensi.

Elemosina, preghiera e digiuno. Nel contesto del discorso della montagna, Gesù propone ai suoi uditori tre vie privilegiate per ritornare a Dio.

L’elemosina, rettamente intesa, non può esaurirsi nel gesto di “dare” qualcosa, ma deve aprirsi alla possibilità di “condividere” con qualcuno, coinvolgendosi nei bisogni e nelle sofferenze dei poveri. L’elemosina si configura come una “restituzione”. La mano sinistra non deve sapere cosa fa la destra. Non c’è nulla di cui vantarsi, perché chi la pratica non fa altro che ripristinare la giustizia, restituendo al povero quello che gli è stato tolto.

Lungi dall’essere un’attività alienante, la preghiera è una delle manifestazioni più tipiche della natura umana; la esprime genuinamente; anzi, la dilata. Ma a patto che diventi dialogo di amore con il Padre. Senza un atteggiamento orante, l’essere umano non può sperare di realizzare la sua identità personale. L’esodo (da se stessi, anzitutto) che si esercita nella preghiera è fattore di possibilità e paradigma di emancipazione della persona. L’orante, chiuso nella sua camera, accoglie e abita la precarietà, termine che ha la stessa etimologia latina del sostantivo “preghiera”: precari, ossia “supplicare”, “invocare”; ma anche “fronteggiare” Dio, stare davanti a lui, accogliendo la fragilità della condizione umana.

Anche il digiuno corre il rischio di restare una ritualità quaresimale senza spessore esistenziale. Non è un semplice fioretto, ma un gesto di purificazione che crea spazio alla parola di Dio, perché «l’uomo non vive soltanto di pane» (Dt 8,3).

Nel contesto di questa celebrazione è opportuno allargare e attualizzare i consigli penitenziali. Quali strumenti di purificazione possono essere proposti alle nostre comunità cristiane per cancellare l’incantesimo degli «idoli postmoderni» (P. Sequeri)?

Padre, segreto e ricompensa. Elemosina, preghiera e digiuno: in un certo senso, nulla di nuovo rispetto alla spiritualità del tempo. Si tratta di pratiche che svegliano la coscienza davanti al pericolo di fare a meno di Dio. La differenza sta, tuttavia, nel modo in cui queste pratiche devono essere vissute, per attuare un vero rinnovamento interiore.

Anzitutto, a presidio di ogni ripiegamento sui propri meriti, viene continuamente nominato il Padre. Nella nostra pericope per ben cinque volte ricorre l’espressione «Padre tuo». La penitenza trova autenticità in questa relazione con il Padre che vede e cura il desiderio interiore dei suoi figli. La pratica della giustizia non può confidare solo sugli sforzi della volontà, ma deve partire da un “atto di presenza” al cospetto del Padre. Chi cerca una visibilità vanitosa davanti alla gente, si sottrae alla visita del Padre. La vera penitenza non è altro che una riscoperta della propria figliolanza.

Gesù insiste anche sul bisogno della segretezza. La pericope ripete molte volte che la penitenza deve essere fatta «nel segreto»: questo è il modo in cui possiamo incontrare Dio; godere i frutti di tale intimità. Si dice che il Padre «è nel segreto». L’atteggiamento kenotico del Figlio si riscontra anche nel Padre. Non si tratta, dunque, di estetismo spirituale o falsa umiltà. Piuttosto, il riferimento al secretum – participio passato del verbo secernere, “metter da parte, separare, distinguere, vagliare” – garantisce alla pratica esteriore di essere sempre connessa con un discernimento interiore. Solo quest’ultima permette alla penitenza di generare vita; come il seme, che ha bisogno di essere segregato nel buio della terra per germogliare a vita nuova.

Il Padre, che vede nel segreto, dà la ricompensa. Il termine greco misthόs (ricompensa, salario) è ben attestato nel Vangelo di Matteo, sempre con un significato positivo. Indica il premio (escatologico) offerto a coloro che vivono le Beatitudini: «grande è la vostra ricompensa nei cieli» (5,12). Paradossalmente, la promessa di un “salario” rende possibile la gratuità e la libertà della pratica penitenziale: il figlio viene purificato dal suo ego bulimico ed emancipato dall’ossessione delle aspettative altrui, proprio perché egli attende la sua ricompensa unicamente dal Padre.

Prima lettura Gl 2,12-18

Il profeta Gioele esorta il popolo a un rinnovamento che passa dal cuore e non dalle vesti. L’atteggiamento dei sacerdoti, che sciolgono in lacrime la loro preghiera tra il vestibolo e l’altare, può diventare un modello per abitare la “soglia” della quaresima.

Ritorno al futuro. La selezione liturgica fa parte di un crescendo di oracoli (Gl 1,2–2,27) che utilizzano l’immagine delle locuste per spiegare la sofferenza del popolo in esilio. La prima parte (1,2–2,17) descrive la piaga delle locuste e culmina con un appello a Dio affinché rimuova la causa di tanto dolore. La seconda parte (2,18-27) è la risposta positiva di Dio all’appello. Lo scopo dell’oracolo è quello di portare il popolo a pregare Dio per la rimozione della piaga. Il profeta deve fronteggiare la piaga della disperazione: il popolo è scoraggiato e non prega più. Questa astensione dalla preghiera è tipica del periodo esilico, quando il popolo pensava di essere stato abbandonato da Dio. Senza il culto al tempio sembrava irrimediabilmente persa la possibilità di ricorrere a Lui. Gioele cerca di infondere nel popolo nuova speranza: la possibilità di pregare sussiste ancora ed è efficace anche nei momenti di oscurità.

Disposti alla conversione. Gioele alterna toni duri e consolatori. Immagina Yhwh nelle vesti di un generale nemico che muove guerra contro Giuda (cf. 2,1-11). Lentamente, però, questa figura terrificante rivela la sua vera identità compassionevole. Quando il popolo riconosce la signoria di Yhwh, egli può rivelarsi come Dio foriero di benedizioni. L’invito a “ritornare” a Dio con tutto il cuore (2,12) sintetizza il dinamismo di tutta la rivelazione biblica (cf. Am 5,4-5; Gv 3,22; 7,3; 18,11). In effetti, quest’invito esprime efficacemente il modo in cui si realizza un vero progresso nella vita spirituale: non un viaggio di andata verso l’ignoto, ma un ritorno all’origine, a Colui che già si conosce; anzi, che ci conosce e che risponde alle più intime attese del suo popolo. La nota di immediatezza prodotta dagli imperativi («ritornate», «laceratevi», …) appartiene agli appelli al pentimento tipici della Scrittura (cf., ad esempio, Gs 24,14; 26,13; oppure At 17,30; 2 Cor 6,2).

Questo ritorno a Dio non è il ripiegamento nostalgico verso il passato, ma un “ritorno al futuro”. Il ritorno evoca la relazione di alleanza che deve essere rinnovata. Il popolo è un “figliol prodigo” che deve ritrovare la strada verso la casa del Padre.

Abitare la soglia. Tutto il popolo è coinvolto in questo ritorno: «Chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo». È interessante, poi, la posizione dei sacerdoti, che piangono nella zona-soglia che si trova tra il vestibolo e l’altare, forse perché impossibilitati a svolgere il loro servizio in un tempio ormai in rovina. La soglia è un limen architettonico propedeutico all’accesso, che distingue gli ambienti, li rende riconoscibili, impedisce di vedere tutto fuso e confuso. Eppure, anche tra il vestibolo e l’altare, senza sacrifici cruenti, il servizio sacerdotale non è privo di effetto se la preghiera diventa sacrificio di lode. Tra il vestibolo e l’altare: a metà tra le offerte degli uomini e il dono di Dio. Un richiamo ad abitare la soglia, esercitando il proprio sacerdozio comune. Tra il vestibolo e l’altare il nostro pianto e la nostra intercessione deve avere un respiro universale. Nell’immagine di questa “soglia” si condensa il significato spirituale della quaresima: tempo-soglia da cui accedere alla Pasqua, alla speranza di un culto in spirito e verità finalmente riattivato dopo il trauma dell’esilio (e del peccato).

Richiamo al vangelo

Il vangelo e la prima lettura condividono non solo il tema alla conversione, ma anche il modo autentico con cui fare penitenza. L’invito a ritornare con tutto il cuore, in effetti, dà spessore a quelle parole evangeliche – Padre, segreto e ricompensa – che rappresentano il proprium dello stile penitenziale dei discepoli di Cristo.

Seconda lettura 2 Cor 5,20–6,2

La quaresima è un kairòs, un tempo favorevole, in vista della riconciliazione. Ma c’è il rischio che questa grazia possa essere accolta invano se non innestiamo la nostra vita nel Riconciliatore.

San Paolo ci avverte che la verità della riconciliazione non consiste in una pulsione a fare qualcosa per Dio. Piuttosto, occorre mettersi in atteggiamento di ascolto e di accoglienza della sua grazia e lasciare che Dio faccia qualcosa di nuovo in noi.

Di solito il paradigma della riconciliazione prevede che chi provoca un danno si riconcili con la parte offesa. Nella proposta paolina, però, troviamo un ribaltamento di quel paradigma. Dio non è solo il facilitatore della riconciliazione, ma è anche la parte offesa: è Dio che si assume l’onere di riconciliarsi con i propri “nemici”. Parafrasando, si potrebbe dire: lasciatevi riconciliare da Dio con Dio. Ebbene, questa riconciliazione conosce un mediatore, ovvero Gesù Cristo: solo lui può catalizzare il kairós, il momento favorevole, il giorno della salvezza.

Il cambio di paradigma non si esaurisce soltanto nell’inversione dei ruoli, tra chi prende l’iniziativa della riconciliazione e chi la riceve; si tratta anche di un cambiamento nella consapevolezza dei protagonisti del conflitto, che ora non sono – o non possono essere più – “nemici”, perché in Cristo siamo già stati tutti riconciliati. Possono essere fieri in Cristo e avere speranza nel futuro perché si trovano in una situazione totalmente nuova. È come se Paolo, ambasciatore credibile della misericordia di Cristo (cf. 2 Cor 5,20), volesse ora coinvolgere i destinatari della sua esortazione a diventare, essi stessi, ambasciatori della riconciliazione, perché accreditati dal fatto di averla già ricevuta. C’è un “già”, ossia la grazia ricevuta. Ma c’è anche un “non ancora” (l’accoglimento utile della grazia) che dipende da noi. Per questo, Paolo esorta a non accogliere invano la grazia di Dio. Le sbarre del carcere sono state definitivamente divelte: tocca al prigioniero uscire.

Richiamo al vangelo

Il tema della riconciliazione, così come tratteggiato nella seconda lettura, s’intreccia con il carattere “penultimo” delle pratiche penitenziali suggerite da Gesù. Nel vangelo è chiaro, infatti, che “ultimo”, finale, è solo il rapporto con il Padre che ricompensa nel segreto. Allo stesso modo, Paolo sottolinea che il nostro sforzo, per quanto importanti, resta penultimo, perché decisivo è solo il dono di Dio. Nessuno può riconciliarsi da a meno che Dio non lo abbia già riconciliato.

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