di Carmelo Russo
5 aprile 2026
Vangelo (Gv 20,1-9)
Nelle prime tre domeniche di Pasqua le letture del Vangelo riportano le apparizioni di Cristo risorto. La pericope odierna, in realtà, non prosegue con la scena dell’apparizione a Maria di Màgdala (Gv 20,11-18), ma si ferma a quell’evidenza di libertà che rende possibile ogni esperienza del Risorto: il “vuoto” del sepolcro e il “pieno” delle Scritture.
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Il giardino della risurrezione
Conviene ricostruire l’ambientazione della pericope odierna, richiamando alcuni passaggi precedenti. Il corpo di Gesù era stato tumulato vicino al luogo della crocifissione, dove «vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto» (Gv 19,41). Il Vangelo secondo Giovanni colloca nel giardino, non solo la risurrezione, ma anche due episodi tutt’altro che bucolici, che riguardano il “trattamento” del corpo di Gesù: da vivo, la consegna alle guardie (uscendo dal giardino: cfr. Gv 18,1-14); da morto, la sepoltura nella tomba nuova (entrando nel giardino: cfr. Gv 19,38-42). Da un punto di vista strettamente lessicografico, le due scene, sia l’arresto di Gesù sia la sua sepoltura, presentano alcune corrispondenze: il termine greco kēpos (= “giardino”) ricorre quattro volte nel Quarto Vangelo per indicare sempre questi due giardini (in Gv 18,1.26 e 19,41x2). Se si allarga l’analisi alla scena della risurrezione, ambientata nello stesso luogo della sepoltura, allora bisogna includere anche il riferimento di Gv 20,15, in cui la Maddalena scambia il Risorto per un kēpouròs (= “giardiniere”). Il Nuovo Testamento conosce anche il termine paràdeisos (cfr. Lc 23,43; 2Cor 12,4; Ap 2,7), che evoca il “giardino di delizie” (l’Eden genesiaco) e rimanda a un luogo inteso come meta ultraterrena. Il termine kēpos, invece, mantiene una denotazione più comune, che possiamo rendere con il concetto di “orto”: un giardino antropizzato, recintato ma non esclusivo, fertile, tanto da valere, nella letteratura greca classica, anche come metafora del grembo materno. Il giardino è simbolo di natura e cultura; ed esprime, al contempo, fusione e distinzione, armonia e misura. Nasce da un gesto gentile di mano d’uomo su terra vergine; tocco che cura, ordina, pianta e sradica, affinché il tutto, nel suo insieme, diventi bello, utile e generativo. L’esperienza sensoriale, che offre il giardino, è materialmente immersiva e, al contempo, dematerializzata. L’impiego di kēpos sembra ben informato dell’evoluzione del suo significato, ereditando il concetto di uno spazio distinto sia dalla campagna che dalla città; metafora, quindi, di intimità, riflessione e generatività. Certa è l’influenza sull’opera giovannea del kēpos ricorrente nel Cantico dei Cantici (secondo la resa dei LXX): «L’amato mio è sceso nel suo giardino / fra le aiuole di balsamo, / a pascolare nei giardini / e a cogliere gigli» (Ct 6,2). Insomma, nel giorno di Pasqua siamo immersi dentro al potente simbolo del giardino, paradossale campo di battaglia dove morte e vita si affrontano in un duello straordinario (cfr. la sequenza di Pasqua).
Come vedi?
La sensazione visiva è un tema assai caro alla teologia giovannea. Lo sforzo dell’autore è orientato a emancipare la sensazione dal suo soggettivismo per aprirla ad una percezione condivisibile, cioè ad una esperienza riflessa che si impone in tutta la sua evidenza: «Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto [heōràkamen] con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita… quello che abbiamo veduto [heōràkamen] e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» (1Gv 1,1.3). La fede è tutt’altro che “cieca”: piuttosto, è una lente che aumenta l’acuità visiva sul reale. La fede autentica si distingue dalla credenza perché la fede, suscitata dalla Parola visibile, è condivisibile e, quindi, capace di generare comunione. È questo l’arduo compito che tocca ai predicatori del vangelo nel tempo di Pasqua: favorire un accesso esperienziale alla presenza del Risorto. In questo tempo è più che mai necessario addentellare liturgia e vita, affinché sia reso visibile il “culto totale” al Signore risorto da parte della comunità.
Nella pericope odierna s’intrecciano tre diversi verbi che rimandano alla vista (la traduzione italiana non permette di apprezzare questo dato). Maria di Màgdala «vede» (si usa qui il verbo blepō) che la pietra era stata tolta dal sepolcro e «non sa» dove hanno posto il corpo di Gesù (si usa oida, un perfetto che richiama l’esperienza di «aver visto» e, dunque, di «sapere» con riferimento al presente). Dall’esterno del sepolcro l’«altro discepolo» «vede» (si usa ancora blepō) i teli. In entrambi i casi si tratta di una sensazione visiva che registra i meri accadimenti. Pietro, invece, «osserva» (qui ricorre il verbo theōreō) i teli e il sudario. La sua osservazione è un’indagine utile a formulare una “teoria” su quanto è accaduto: l’assenza del corpo è un fatto storicamente verificato, ma che non dice ancora nulla sul suo vero significato. Forse è stato trafugato? Qualcuno lo ha portato via? Infine, «l’altro discepolo» entra nel sepolcro e «vide [èiden, aoristo di horaō] e credette». Quest’ultima visione è quella che apre a una comprensione totale dell’avvenimento: egli vede non solo con gli occhi, ma anche con il cuore. Le cose del mondo possono essere osservate con sguardo unilaterale e oggettivante. Ma quando s’incontra una Presenza, gli occhi diventano l’organo di un incontro di storie e si comincia a “vedere” veramente, a credere: «alla tua luce vediamo la luce» (Sal 36[35],10). I tre verba vedendi che abbiamo considerato sembrano rimandare a tre stadi del cammino spirituale e segnano le tappe dell’itinerario pasquale che ci accingiamo a intraprendere: blepō, lo stadio degli incipienti; theōreō, lo stadio dei proficienti; horaō / oida, lo stadio dei perfetti (cfr. A. Persili, Sulle tracce del Cristo risorto. Con Pietro e Giovanni testimoni oculari, Roma 1988, 170).
Il Risorto svelato
In un inciso, l’evangelista approfitta del punto di vista di Pietro per farci notare che il sudario — simbolo di morte, che copriva il capo di Gesù — non è in mezzo ai teli afflosciati, ma si trova a parte (la morte è stata messa da parte!), ravvolto con cura (da chi?) «verso un determinato luogo» (cfr. Gv 20,7). Ebbene, nel Quarto Vangelo il termine topos è costantemente usato per designare o il tempio di Gerusalemme (cfr. Gv 4,20; 5,16; 11,48) oppure, per contrasto, il luogo in cui Gesù, nuovo Tempio, si trova (cfr. Gv 6,10.23; 10,40; 11,6.30; cfr. anche 14,2.3, detto della dimora del Padre, dov’è Gesù). Anche nel racconto della passione, topos designa sempre il luogo dove si trova Gesù: il giardino dell’arresto (cfr. Gv 18,2); il Litostroto, dove Pilato espone il re dei Giudei (cfr. Gv 19,13-14); il «Cranio», «il luogo dove Gesù fu crocifisso» (cfr. Gv 19,17.20) e il giardino della sepoltura (cfr. Gv 19,41). Si crea, così, un nesso tra il topos-tempio, ossia il vecchio culto definitivamente “avvolto” e messo da parte, e i topoi (dell’arresto, del Litostroto, della crocifissione, della sepoltura) in cui Gesù, nuovo “luogo” di culto, viene progressivamente svelato. Seppur temporaneamente, anche Gesù è stato “velato” dalla morte. La sua partecipazione al dramma è reale, come quella di un seme che marcisce e muore sotterra. Tuttavia, la morte è stata sconfitta, perché non ha previsto che “dentro” di essa potesse gemmare la Vita. Il sudario mortale è definitivamente caduto e messo da parte. Adesso il capo svelato del Risorto propaga la vita a quanti sanno riconoscerlo con gli occhi della fede.
La pienezza della Scrittura
Il vuoto della tomba verrà presto colmato dall’apparizione del Risorto alla Maddalena (cfr. Gv 20,11-18). Finalmente, anche la sua vista ha raggiunto la profondità del reale: «Ho visto [heōraka] il Signore!» (cfr. v. 18). L’«altro discepolo» crede alla vista dei segni, mentre la Maddalena, che prima aveva visto distrattamente, adesso vede pienamente e crede: il suo “aver visto” il Signore non si chiude nel passato, ma continua a produrre riconoscimento nel presente (si noti l’uso del perfetto heōraka). La sua testimonianza sarà decisiva per gli altri apostoli.
Ritorniamo alla selezione liturgica di questa domenica di Pasqua, che si conclude con un commento da parte dell’Evangelista: «non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti» (Gv 20,9). A dire il vero, questa frase suona ingiusta nei confronti dell’«altro discepolo», quello che «vide e credette». Se si dà credito alla tradizione che vede dietro all’«altro discepolo» lo stesso Evangelista, allora la frase andrebbe riferita solo a Pietro e alla Maddalena. Il senso della frase, però, va colto nel suo insieme: neppure l’«altro discepolo» che «vide [il segno della tomba vuota] e credette [nel Signore risorto]» aveva compreso bene il segno della Scrittura. Qui “Scrittura” non rimanda a un singolo passo (anche se è chiara l’allusione al brano di Is 26,19-21 LXX), né alla totalità delle scritture ebraiche: piuttosto, è Gesù stesso, il Segno della Scrittura, il Verbo fatto carne, concentrazione di tutta la rivelazione biblica: «Verbo condensato, unificato, perfetto! Verbo vivo e vivificante» (Henri de Lubac, Esegesi medievale. I quattro sensi della Scrittura, vol. III, Jaca Book, Milano 1996). Ebbene, con quella frase conclusiva, l’Evangelista intende spronarci a non perdere tempo: per credere nel Risorto basta scrutare la Scrittura che gli rende testimonianza (cfr. Gv 5,39). Prima della “visione piena” della Maddalena, la scena della risurrezione è già riempita dal richiamo alla Scrittura, “punto di vista” privilegiato per poter vedere e riconoscere Gesù risorto.
Prima lettura (At 10,34a.37-43)
La prima lettura del tempo di Pasqua è sempre desunta dagli Atti degli Apostoli, ed è distribuita, in un ciclo triennale, in progressione parallela. Anche le selezioni dell’anno A propongono questa progressione che riguarda la vita, la testimonianza e lo sviluppo della Chiesa primitiva. La selezione odierna propone un ritaglio da un episodio che rappresenta un “giro di boa” nella trama di Atti degli Apostoli.
In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui.
E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.
E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome».
Per la prima volta si attesta che anche ai pagani, ossia a coloro che non provengono dal popolo dell’Alleanza, sono dischiuse le porte della salvezza. Cornelio, un centurione romano, e i suoi familiari, quando Pietro sta ancora parlando, ricevono il dono dello Spirito Santo, come avvenne ai proseliti di Gerusalemme nel giorno di Pentecoste (cf. At 2). Questa circostanza provoca meraviglia tra i circoncisi e persuade Pietro a battezzare Cornelio con tutta la sua famiglia, senza la richiesta di ulteriori prescrizioni (cfr. At 10,44-48). Essi diventano prototipo di coloro che, a prescindere dalla loro provenienza etnico-religiosa, sono innestati per grazia nella storia della salvezza, professando la fede in Gesù morto e risorto. Si tratta della cosiddetta “Pentecoste dei pagani”: qui accade qualcosa di nuovo, non soltanto per i pagani, direttamente interessati alla manifestazione dello Spirito, ma anche per tutta la chiesa, che deve ripensare la portata salvifica della Croce di Cristo e, conseguentemente, deve ri-parametrare la sua azione pastorale in chiave inclusiva e universale. Un tale “aggiornamento di sistema”, che oggi ci appare scontato, deve essere ben evidenziato anche nelle comunità di oggi, che spesso fanno fatica a lasciarsi sorprendere e interpellare dal potenziale di rinnovamento catalizzato dal Risorto.
Kerygma…
Pietro, prendendo la parola davanti a Cornelio, annuncia sinteticamente il mistero di Gesù di Nazareth (il cosiddetto kerygma della chiesa primitiva), che non ha bisogno di lunghe spiegazioni. Ecco, allora, i tratti essenziali del kerygma esposti nel discorso petrino: Gesù inizia la sua missione facendosi battezzare da Giovanni e ricevendo la consacrazione in Spirito Santo e potenza; il passaggio di Gesù realizza la guarigione e la liberazione dalla schiavitù del diavolo; i Giudei lo hanno crocifisso, ma Dio lo ha risuscitato dai morti; la presenza del Risorto è ancora palpabile nella chiesa che continua ad annunciare il perdono dei peccati a quanti credono nel suo nome.
Le parole di Pietro corrispondono a quelle di Paolo: «A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto» (1Cor 15,3-8). Sia Pietro che Paolo tengono dentro al loro kerygma anche lo snodo ecclesiale, ossia l’esperienza del Risorto tramite le apparizioni e il riconoscimento comunitario. L’annuncio pasquale non si limita alla morte e risurrezione, ma si allarga all’esperienza della comunità credente che riattualizza il mistero di Gesù.
… e attualizzazione
La lettura odierna, più che spiegata, va eseguita, come si fa con uno spartito musicale. Il discorso di Pietro ci giunge come un insieme di note distribuite su un pentagramma: il “testo” è chiaro in sé, fa parte della tradizione e va custodito come tale; ma è utile nella misura in cui viene eseguito oggi. Tra il ricevere e il trasmettere, infatti, si collocano l’adattamento e l’attualizzazione. È quello che fa Pietro davanti a Cornelio: senza la mediazione petrina del kerygma non ci sarebbe stata l’effusione dello spirito sui pagani. La trasmissione del mistero di Cristo non consiste nella riproduzione materiale di quanto precedentemente ricevuto: ogni volta che il vangelo viene annunciato, si arricchisce sempre di più, perché mentre lo conserva lo rende vitale, lo valorizza con nuove risonanze. Lo stesso Spirito che ha ispirato l’autore biblico continua ad essere presente e operante nella comunità cristiana. L’attualizzazione non è solo possibile, ma coessenziale alla conservazione e alla tradizione.
Richiamo al Vangelo
È Pietro il personaggio che collega la prima lettura al vangelo odierno. Nel discorso petrino presso la casa di Cornelio, in effetti, si realizza quanto era rimasto sospeso davanti alla sorpresa della tomba vuota, dove l’evangelista commentava: «non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti» (Gv 20,9). Pietro, che aveva creduto alla risurrezione, grazie ad un incontro (con la famiglia di Cornelio), è spronato nuovamente ad approfondire l’inesauribile mistero del Cristo risorto e il suo significato universale.
Seconda lettura (Col 3,1-4)
Anche il tempo di Pasqua, in cui si registra spesso un calo di tensione rispetto al tempo di quaresima, è un “tempo forte” e, come tale, deve essere vissuto intensamente, cercando «le cose di lassù», per non rendere vana la grazia ricevuta.
Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra.
Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.
Il brano proposto come seconda lettura precede la parte parenetica della Lettera ai Colossesi: prima di dire cosa bisogna fare, l’Apostolo fonda l’agire sulla scoperta della nuova identità di coloro che, ormai nascosti in Cristo, partecipano anche della sua gloria.
L’invito a cercare «le cose di lassù» non deve essere letto come un alibi per scrollarsi delle responsabilità di quaggiù. La fede nella risurrezione della carne e nella vita del mondo trasfigura radicalmente la nostra vita, qui e ora. Sappiamo dalla Rivelazione che«Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, (2Cor 5,2; 2Pt 3,13) e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini (1Cor 2,9; Ap 21,4-5)» (Gaudium et spes, 39).
Dopo la risurrezione e ascensione al cielo di Gesù, le cose di lassù sono diventate fondamento e orientamento anche delle cose di quaggiù. Se fin da ora siamo nascosti con Cristo, è “conveniente” pensare le cose di lassù. Questo nuova “economia” non implica una fuga dalle responsabilità del presente o, peggio, una contrapposizione tra l’annuncio pasquale e l’impegno morale. L’inesorabile procedere della storia verso l’Ultimo coinvolge le realtà penultime. L’invito di Paolo, in altre parole, fonda ancora più saldamente l’impegno e la cura per le cose penultime nell’orizzonte dell’Ultimo. Quest’intreccio escatologico tra identità, azione e destino è stato espresso molto bene dal teologo luterano che, sotto il regime nazista, ha confessato Cristo fino alla morte: «Solo Cristo ci dà la realtà ultima, la giustificazione della nostra vita dinanzi a Dio, ma nonostante ciò, anzi, a causa di ciò, non ci vengono tolte o risparmiate le realtà penultime… La vita cristiana è l’albeggiare delle realtà ultime in me, è la vita di Gesù Cristo in me; ma è sempre anche un vivere nelle realtà penultime in attesa di quelle supreme» (D. Bonhoeffer, Etica).
Una testimonianza
Qualche anno fa è morto all’età di 28 anni Sanny Basso, affetto dalla sindrome di Hutchinson-Gilford (progeria). La sua vita è stata un esercizio straordinario del mistero pasquale di Gesù, non solo nell’attraversamento della malattia, ma anche nella focalizzazione dell’orizzonte dell’eternità. Le parole del suo testamento spirituale sono il miglior modo per spiegare il significato di una vita nascosta con Cristo in Dio.
«La fede è la parte principale, la più intima di me stesso. Potrei dire qualsiasi cosa su di me, ma se non dicessi che ho fede è come se non dicessi niente. Sono credente e spesso magari mi viene anche chiesto come si fa a credere nonostante una malattia genetica così rara. Per me, però, Dio è così grande, cioè una realtà talmente oltre ogni portata, che veramente ogni cosa scompare, perché credo che Dio mi ha dato una vita, mi ha dato una famiglia, mi ha dato degli amici, mi ha dato un mondo dove stare e queste sono tutte cose molto più importanti, molto più grandi di quelle che una malattia può togliere. Della fede cristiana mi piace proprio questo: il fatto che tutti noi fedeli dovremmo cercare di assomigliare a Dio, tenendo però conto che Lui ci ha reso il compito facile, perché è Lui che ha voluto assomigliare tantissimo a noi, ha condiviso ogni cosa con noi: dalla festa al dolore, alla morte» (Sanny Basso, Testamento spirituale).
Richiamo al Vangelo
«La vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!». Questo nascondimento del credente sembra un prolungamento del nascondimento di Gesù, non solo lungo tutta la sua vita (cfr. Gv 12,36), ma anche nella risurrezione, paradossalmente “nascosta” nell’evidenza di una tomba vuota. Come suggerisce il vangelo odierno, il Risorto nascosto si fa trovare anzitutto nelle Scritture: è nella Parola di Dio che dobbiamo nascondere la nostra vita per cercare e trovare le cose di lassù.

