di Carmelo Russo

TRIDUO PASQUALE 2026

Ciclo A

Messa nella Cena del Signore

2 aprile 2026

Vangelo (Gv 13,1-15)

La sera del Giovedì Santo, vigilia della passione e morte di Gesù, segna l’inizio del Triduo Pasquale. Secondo i vangeli sinottici, al tramonto di quel giorno (14 di Nisan) Gesù siede a tavola con i suoi discepoli per celebrare il rituale domestico che commemora la liberazione del popolo ebraico dall’Egitto (il seder pasquale). Anche la lavanda dei piedi, raccontata unicamente dal Vangelo secondo Giovanni, è ambientata durante una cena «prima della festa di Pasqua»; essa, tuttavia, non coincide con il seder pasquale; infatti, secondo la cronologia del Quarto Vangelo, il 14 di Nisan è la data della crocifissione e morte di Gesù. Ben al di là delle differenze narrative, il memoriale della Cena condensa, in un’unica celebrazione, la postura di Gesù, nella quale già si scorge la sua imminente consegna totale sulla Croce. Attraverso questi segni eucaristici, la chiesa di ogni tempo rivive nel proprio presente la salvezza di allora, «finché egli venga» (1 Cor 11,26).

«Sino alla fine»

Con la pericope della lavanda dei piedi inizia la seconda parte del Vangelo di Giovanni (il cosiddetto Libro della Gloria: 13,1 – 20,31). Il tono è, al contempo, solenne e drammatico: si descrive un ambiente di grande intimità — la cena «prima della festa di Pasqua» — manipolato dall’ambiguità di un traditore. La presenza di Giuda poteva rappresentare un valido motivo per “far saltare il tavolo”. Ma Gesù non ripiega; e continua ad amare i suoi «sino alla fine» (eis telos). Telos non indica solo il breve tratto temporale che lo separa dalla morte: a ben vedere, i richiami al Padre sembrano scortare l’amore di Gesù verso un fine: solo amando compiutamente Gesù può salvare la nostra natura, primariamente tesa all’amore, ma ingannata dal diavolo; morti-ficata, dunque, condizionata, ambigua; e, insieme, capax Dei, desiderosa di redenzione. Era necessario che Gesù continuasse ad amare, anche se tradito, perché noi potessimo cominciare ad amare, anche se traditori. A salvarci non è il dolore di Gesù, sebbene esso emerga quale estrema via di riscatto, ma il suo amore estremo (eis telos). Tutto quello che ora possiamo dare, è già stato dato. Quanto possiamo amare, tanto è già stato amato. Tutto è stato vinto in Colui che ha vinto tutto. E il Padre si coinvolge completamente nella spoliazione finale del Figlio. Anzi, la Trinità tutta è implicata nel gesto della lavanda dei piedi: tra Gesù e il Padre emerge anche il ruolo dello Spirito-Amore, che procede verso i discepoli attraverso il segno profetico.

La lavanda dei piedi

Nel bel mezzo del pasto, «Gesù si alzò da tavola». Ciò esclude che la lavanda dei piedi possa essere interpretata come rito di purificazione che precede i pasti. Piuttosto, si tratta di qualcosa di nuovo, che, interrompendo il ritmo atteso, sorprende, cattura l’attenzione degli astanti, iniziandoli a una nuova forma di culto gradito a Dio. Nel contesto intimo di un pasto, Gesù consegna l’esempio (teandrico!)  che dà forma all’identità stessa della chiesa. Da quel momento in poi, la ritualità dovrà — ogni volta (l’osakis della liturgia) — confrontarsi con la logica del servizio all’ultimo e assimilare da essa l’identità del Maestro e il suo perenne comando. Anche il segno della lavanda deve essere “mangiato”, in modo che i segni eucaristici del pane e del vino siano “compiuti”.

«Depose le vesti»: queste vesti deposte — al plurale! — sottolineano la sua totale spoliazione. I verbi usati per deporre (tithēmi v. 4) e riprendere (lambanō v. 13) le vesti richiamano l’autorità del Buon Pastore, che ha il potere di deporre la sua vita e riprenderla di nuovo (Gv 10,18).

Poi, «prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita»: il cingersi l’asciugatoio è proprio del servo, che si china sui piedi dell’ospite per lavarli dalla polvere. Il monito della prima creazione, che è risuonato nell’imposizione delle ceneri all’inizio della Quaresima — «polvere tu sei e in polvere ritornerai!» (Gn 3,19) — è aggiornato da un tema nuovo: il servizio, la don-azione, nella quale l’abbassamento del Signore, fino alla polvere dei nostri piedi, diventa rivel-azione.

Infine, «versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto». Il volto chino di Gesù sui piedi dei discepoli, mentre consegna l’esempio più grande, anticipa il suo estremo chinare il capo sulla croce, quando consegnerà lo Spirito (Gv 19,30). L’aspetto incoativo della perifrasi «cominciò a lavare» conferisce una certa solennità al gesto, che riassume, fin lì, le numerose volte in cui il Figlio di Dio si è chinato sull’umanità sofferente; ed anticipa, da lì e per sempre, il cominciamento della sua passione.

La reazione di Pietro

Sembra che Gesù si accosti a Pietro per ultimo, dopo aver lavato i piedi agli altri discepoli. La sua opposizione alla lavanda potrebbe sembrare innocua ritrosia, quasi una garbata reazione di buona creanza. In realtà, essa manifesta un atteggiamento interiore tutt’altro che innocente, che merita di essere ben sviscerato. Le parole di Pietro — «Signore, tu lavi i piedi a me? … Tu non mi laverai i piedi in eterno!» — sottendono una mentalità assai mondana di percepire (e, poi, di esercitare) l’autorità (e, dunque, il servizio). Pietro è convinto che servire non è da “signori”: chi ha autorità, infatti, non può (anzi, non deve!) compiere gesti di servizio. Ciò è coerente (e, in qualche modo, speculare!) con quanto Pietro dice in Mt 16,22, dopo il primo annuncio della passione: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Pietro non ce la fa a reggere la nuova forma di regalità proposta da Gesù, che si esprime nel servizio (cruciforme!). Figurarsi se ora, nella lavanda dei piedi, possa pure cogliere l’amore estremo di quel gesto! Senza esserne pienamente cosciente, Pietro tiene le distanze, crea diaframmi (diabolici). L’esperienza di resistere al bene, porta con sé qualcosa di tragico che irriducibilmente pervade l’umano; ancor più tragico dell’arrendersi al male: lo vediamo nella condotta dei discepoli, che, anche quando vedono, ascoltano, toccano, …, puntualmente non capiscono. E ciò vale anche per noi: per quanto si possa essere iniziati alla frequentazione di Gesù, il suo gesto d’amore fino all’estremo resta inospitato. L’aspetto tragico di questa inospitalità non è tanto l’incomprensione, quanto la compulsione a reiterare una mentalità mondana che intristisce il cuore.

Gesù è ben consapevole di queste infedeltà — alla vita, anzitutto — che il discepolo fa fatica a contenere; e vince le resistenze di Pietro con la tenerezza di una frase, che sembra fermare il tempo ed obbliga l’ascoltatore ad interrogarsi: «lo capirai dopo». Ogni esperienza umana impara, spesso sciogliendo in lacrime il proprio rimorso, che l’amore non si può capire tutto e subito. Per questo è importante raccontare, di nuovo, ancora, con memoria grata, quel gesto d’amore ricevuto senza alcun merito. Solo nella ri-cognizione di sé e nell’essere continuamente educati a risuonare ai segni della sosta celebrativa, il tempo diventa occasione per assimilare quanto si è vissuto, rilanciandolo verso una pienezza che resta tensione verso un ulteriore compimento: «lo capirai dopo». A ben vedere, il vero tema omiletico del Giovedì santo è sì l’eucaristia, ma in quanto azione di grazie che si schiude, continuamente, nel rapporto sempre nuovo tra celebrazione rituale e vita cristiana. Il tema è, irriducibilmente, il culto totale, che prende forma, ogni volta, nell’osmosi tra liturgia e vita. Non vi è rendimento di grazie in una celebrazione senza vita. Non si dà una forma di vita cristiana, né manifestazione della comunione ecclesiale, senza che la celebrazione eucaristica venga a svelarne il senso e dilatarne gli orizzonti. Propriamente “eucaristico” è, allora, il culto che nutre le soste e le ripartenze della chiesa nel “già e non ancora” del Regno, accompagnate da «fate questo in memoria di me» e «lo capirai dopo»: entrambe le espressioni impreziosiscono di senso il percorso — mai lineare — dei discepoli; ora, fatto di slanci in avanti; ora di ritirate (non sempre strategiche!); ora, scandito da passi vigorosi per gli “obiettivi raggiunti”; ora rallentato dai fallimenti, dalle delusioni. Comunque, passo «dopo» passo, grazie alla liturgia, fiorisce in loro l’inesauribile ri-generarsi della vita.

«Capite quello che ho fatto per voi?»

Mentre le operazioni di spoliazione di Gesù sono scandite solennemente, il suo ritorno a tavola è descritto in modo frettoloso: «Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti». Non ci viene riferita alcuna dismissione dell’asciugatoio (l’abito del servo), che sembra restargli cinto alla vita; a vita; anzi, in eterno. Ciò è coerente con la caratterizzazione del Gesù patiens offerta dai racconti della passione del Quarto Vangelo (Gv 18 – 19), nei quali due tratti apparentemente inconciliabili — Gesù servo sofferente e Gesù sovrano e signore — vengono tenuti insieme, anche davanti ai suoi carnefici.

I gesti e le parole della Cena si offrono carichi di una solennità che ammutolisce; ma contengono un chiaro intento educativo: il Signore, infatti, domanda: «Capite quello che ho fatto per voi?». Come era già accaduto in altre circostanze, i discepoli di allora non hanno capito molto. Ma anche noi, lettori di oggi, benché coscienti dell’orizzonte della croce, facciamo fatica a riconoscere il significato profondo di quel gesto, raccontato da un testo che sembra non aver bisogno di commenti: «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri». I comandi, di solito, fondono la propria validità su una gerarchia delle fonti. Questo comando, invece, zampilla da una Fonte che sta in basso, in ginocchio, all’altezza dei piedi, non in alto. Gesù, proponendosi come esempio, comanda con autorevolezza l’amore fraterno, che rimanda, come un segno, alla presenza di Dio nella comunione fra i suoi discepoli.

Prima lettura (Es 12,1-8.11-14)

La consumazione di un pasto quasi clandestino, «con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano» — una cena frettolosa ma nutriente —, segna l’inizio dell’avverarsi di una speranza. La descrizione minuziosa dei riti che precedono il passaggio del Mare va letta come anticipazione simbolica della liberazione che sta per compiersi. D’altra parte, «gli autori biblici hanno ricostruito il passato in modo che esso potesse parlare e ispirare — sia nella comprensione che nel comportamento — il presente, proprio attraverso una procedura di simbolizzazione delle vicende raccontate» (L. Gasparro, Parlare per immagini. Analisi simbolica dei testi biblici, San Paolo, Cinisello Balsamo 2025, p. 11).

Gli elementi della cena

Le prescrizioni per la cena pasquale possono apparire arcaiche all’orecchio non avvezzo al linguaggio biblico. La loro ricchezza di rimandi simbolici, tuttavia, non può essere tralasciata.

Il pane azzimo è il pane dei pellegrini, cibus viatorum, cioè di coloro che non hanno avuto il tempo di far fermentare la pasta, perché devono essere sempre pronti ad avanzare nella marcia. Le erbe amare sono quelle tipiche di zone aride o di terreni a bordo strada; è ancora la precarietà a dar senso alla loro consumazione: il pellegrino si accontenta di quello che offre la tappa del viaggio, e non va in cerca di altri prodotti; nel cammino, rimane concentrato sul percorso che, ancora, lo separa dalla meta.

La cena avviene di notte, dopo aver organizzato masserizie, greggi e armenti per la partenza prima dell’alba. Una preparazione alla quale Dio stesso ha preso parte, rimanendo sveglio: «Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dal paese d’Egitto» (Es 12,42). Il pasto della libertà si consuma insieme, mai da soli. Non è solo un’indicazione funzionale alla consumazione dell’agnello, ma una questione di stile: la liberazione è un dono che Dio porge alla comunità tutta. La solidarietà e la comunione della cena profetizzano l’attraversamento del mare e la marcia nel deserto di un popolo ormai risorto.

Il sangue sugli stipiti e sull’architrave delle porte prefigura il riscatto che Gesù, nuovo Agnello pasquale, ha compiuto per la nostra salvezza con l’offerta della sua vita. I bracci orizzontale e verticale della croce disegnano ora la “porta” cosparsa dal sangue del nuovo Agnello, il cui sacrificio offre il rifugio sicuro dall’ira di Dio: «io vedrò il sangue e passerò oltre». Grazie al segno profetico del vino, il sangue versato sulla croce si rinnova nel rito della nuova ed eterna alleanza, diventando bevanda di salvezza per la moltitudine.

Il memoriale ebraico

Il commento a questa pagina deve concentrarsi soprattutto sulla logica simbolica che la anima: la cena è un anticipo dell’evento fondativo; quest’ultimo — ovvero la liberazione del popolo dalla schiavitù egiziana — non resta una salvezza puntiforme, intrappolata nel passato, ma, grazie alla ripresa rituale di quella cena ancestrale, ha la forza di riattualizzarsi ogni anno, per tutte le generazioni future. La ripetizione annuale della cena pasquale, dunque, è essa stessa salvifica: «Questo giorno sarà per voi un memoriale [zikkarôn, in ebraico]; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne». Il memoriale non è solo (non è tanto) una rappresentazione della cena — anzi, nella liturgia bisogna aver cura di non scadere nel “mimetismo” —, quanto (soprattutto) ripresentazione della salvezza.

Nel contesto odierno, solitamente privo di accoglienza e sensibilità nei confronti del simbolico, e pervaso, piuttosto dalla rappresentazione visuale, sarà opportuno suscitare un atteggiamento ospitale nei confronti di questo racconto; permettendogli di rammentarci che la nostra liberazione si realizza sostanzialmente attraverso l’esercizio di una memoria grata, che lascia fiorire naturalmente (e simbolicamente) l’aggiornamento dell’esistenza. Viceversa, s-cordare (far cadere dal cuore) e di-menticare (non tenere più a mente) rappresentano quegli atteggiamenti anti-simbolici (dunque, diabolici) che fanno ripiombare il popolo nella schiavitù.

Richiamo al Vangelo

Come l’ultima cena in Egitto anticipa i doni dell’Esodo, riattualizzati ogni anno dalla cena pasquale, così la cena di Gesù con i suoi discepoli anticipa la passione, morte e risurrezione di Gesù, la cui portata salvifica si attualizza «ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice». Ebbene, anche se la cena pre-pasquale raccontata nel Vangelo di Giovanni non coincide con il seder pasquale, vale anche per essa il significato di gesto profetico che istituisce il culto cristiano. Pertanto, ogni celebrazione eucaristica è una ri-presa; non solo dell’ultima cena («fate questo in memoria di me»), ma anche degli insegnamenti della cena della lavanda dei piedi: «vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13,15); «amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato» (Gv 13,34).

Seconda lettura (1Cor 11,23-26)

Dalla Prima Lettera ai Corinzi (scritta poco dopo il 50 d.C.; quindi, prima dei Vangeli) ascoltiamo un brano in cui Paolo afferma di trasmettere quanto ha ricevuto, probabilmente dalle prime esperienze di culto espresse dalla Chiesa d’Antiochia: si tratta delle parole sul pane e sul vino pronunciate dal Signore nella cena in cui fu tradito.

Il culto dei primi cristiani di Corinto si esprimeva in un rendimento di grazie completo e accogliente. Al rituale eucaristico seguiva un pasto di fraternità, allo scopo di sovvenire alle necessità dei più poveri. Tuttavia, queste assemblee non erano immuni dall’opportunismo di alcuni, che rendevano opaco il significato profondo della cena cristiana. Sullo sfondo di questi accadimenti — sempre attuali nelle comunità cristiane di ogni tempo —, Paolo interviene; e, con l’autorevolezza e la responsabilità del ruolo che riveste, ricorda le parole stesse del Signore, ricevute e trasmesse; da ricevere, ancora, come l’eredità più cara; e da trasmettere, nuovamente, con altrettanto affetto. Oltre a correggere le disfunzioni — poco dopo Paolo dirà: «chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1Cor 11,29) —, l’esortazione ha l’obiettivo di sottolineare il valore ecclesiale della liturgia: “l’Eucaristia è il sacramento dell’assemblea” (Alexandre Schmemann).

Il memoriale cristiano

La differenza del memoriale cristiano non emerge tanto dall’applicazione di uno schema di sostituzione, quanto dalla necessità di un perfezionamento e aggiornamento, senza soluzione di continuità con il memoriale ebraico. A ben vedere, anche se gli elementi del rito cambiano, resta immutata la logica che presiede l’efficacia del rito: quella di farci contemporanei agli eventi della salvezza.

Adesso, è il pane spezzato che sostanzia la presenza salvifica dell’«Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29.36). Il pane è preso, non come furto dall’albero antico, ma rendendo grazie, ossia come dono ricevuto dal Padre. Un dono che, una volta spezzato, può essere distribuito, diventando a sua volta dono per altri. In questo diffondersi e moltiplicarsi esso incontra la sua piena realizzazione. Consumando quel pane, il gesto oblativo di Gesù accade di nuovo, davanti a noi, e orienta il nostro sguardo verso la liberazione.

Adesso, è il vino versato che ci rende consanguinei di Dio. La nuova “consanguineità”, prefigurata dal sangue sparso sugli stipiti delle case degli israeliti, è resa ancora più pregnante dal vino, bevendo il quale, non solo siamo risparmiati dall’ira divina, ma diventiamo noi stessi familiari di Dio (cf. Ef 2,19). Il sangue non può essere spezzato, ma tutti devono prenderne un sorso dall’unico calice. Si completa, così, la simbolica del dono: pur raggiungendo tutti, resta unico. Condividere il calice significa partecipare alla stessa sorte (di morte e di risurrezione) di Gesù, in forza di un’alleanza in cui Gesù, solo, è vittima, altare e sacerdote. Avviene quanto già annunciato dal profeta Geremia: «con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò un’alleanza nuova» (Ger 31,31). La Nuova Alleanza è realizzata nel sangue di Cristo versato sulla croce.

Il comando «fate questo in memoria di me» richiama lo schema dello zikkarôn ebraico. Quanto Cristo ha compiuto «una volta per sempre» (ephàpax: cf. Rm 6,10; Eb 7,27; 10,10.12.14), adesso diventa memoriale. Nella partecipazione alla cena del corpo e sangue di Gesù si affida ai cristiani il dono esigente di realizzare nella propria vita l’attraversamento pasquale: «Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga» (v. 26). Grazie a questo «ogni volta» (osakis, in greco), l’oggi della chiesa che celebra il mistero della fede, non solo è contemporaneo all’evento salvifico della prima venuta del Verbo nella carne, ma pregusta anche un anticipo del suo ritorno nella gloria.

Richiamo al vangelo

La seconda lettura, proponendo la versione paolina delle parole dell’istituzione dell’eucaristia, completa la presentazione del memoriale eucaristico: dopo il segno profetico della lavanda dei piedi (narrato nel vangelo), lo stesso mistero d’amore è contemplato attraverso il segno del pane spezzato e del vino versato. Nello sforzo omiletico conviene sottolineare la “rotondità” del mistero eucaristico illustrato da questi due gesti profetici. «L’Eucaristia edifica la Chiesa e la Chiesa fa l’Eucaristia» (Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Ecclesia de Eucharistia, 17 aprile 2003, n. 26). L’antico testo dell’Ubi Caritas, ricco di sacri affetti e traboccante di antichi simboli, approfondisce questo indicibile Mistero, potendolo perfino esprimere nel canto, insieme all’assemblea tutta.