di Carmelo Russo

12 aprile 2026

Vangelo (Gv 20,1-9)

La pericope evangelica può essere suddivisa in tre brani: l’apparizione del Risorto ai discepoli riuniti a porte chiuse (vv. 19-23); l’apparizione a Tommaso (vv. 24-29); la prima conclusione del Quarto Vangelo (vv. 30-31). Il primo brano ritornerà anche nel giorno di Pentecoste, nell’orizzonte pneumatico-ecclesiale. Qui si preferisce dare spazio al commento del secondo brano, quello ambientato «otto giorni dopo», sincronizzato con la liturgia dell’ottava di Pasqua.

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Passaggio di testimone

La Maddalena annuncia agli apostoli: «Ho visto il Signore!» (Gv 20,18). Gli apostoli annunciano a Tommaso: «Abbiamo visto il Signore!» (Gv 20,25). Lo straordinario evento di Pasqua scatena una “staffetta” che continua fino ad oggi. Ma cosa rende credibile quest’annuncio? La validità di una staffetta è assicurata dal passaggio di un testimone. Nel nostro caso, il testimone è l’annuncio del Risorto da parte dei discepoli, che passando di mano in mano, certifica la continuità del contatto tra tutti i membri della squadra. La metafora della staffetta ci sprona a riflettere sulla missione della chiesa di oggi. Non mancano gambe che corrono; piuttosto, manca l’abilità di passare il testimone durante la corsa. Chi sta alle spalle non è pronto a consegnare il testimone al momento giusto, rischiando di farlo cadere. Ma anche chi corre avanti spesso non è in grado di riconoscere la posizione del compagno che è alle spalle per sapere quando afferrare il testimone.

Ebbene, il vangelo odierno ci parla di questa difficoltà attraverso le parole di Tommaso, che sembra lasciar cadere il testimone: «Se non vedo [idō, congiuntivo aoristo di horaō] nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo» (Gv 20,25). Tommaso è presentato altrove come uno che fraintende le parole di Gesù (cfr. Gv 11,16 e 14,5). Questa volta, però, la sua reazione è da prendere molto sul serio. Nell’omelia non bisogna biasimare il suo scetticismo. Al contrario, va elogiato il suo desiderio di partecipare alla stessa esperienza degli altri testimoni che hanno visto: anche Tommaso vuole vedere e conoscere (e, non a caso, il suo desiderio si esprime con il verbo horaō). La strategia dell’Evangelista, infatti, è di condurre il lettore a immedesimarsi nel personaggio di Tommaso, che è Dìdimo, cioè nostro “gemello” (dìdymos), paradigma dei cristiani delle generazioni successive a quella apostolica. Anche in noi, seppur lontani cronologicamente da quel giorno «primo della settimana», vogliamo vedere Gesù oggi e raccogliere il testimone della sua risurrezione.

Tommaso, nostro “gemello”

Tommaso vuole vedere Gesù e gettare (si usa due volte il verbo ballō) il suo dito e la sua mano nei segni dei chiodi (vuole gettare tutta la sua vita in lui!). La fede — conviene ricordarlo — non può essere cieca e disincarnata; non si “appalta” ad altri, ma va accolta anzitutto attraverso i propri sensi: o è sperimentata in prima persona, oppure semplicemente non è. Tommaso è l’inventore del “metodo sperimentale” nei fenomeni che riguardano la vita spirituale. Bisogna dargli atto che la sua richiesta è legittima, anche sotto un altro profilo: per credere nel Risorto, Tommaso non va alla ricerca di segni soprannaturali, ma chiede solo di vedere e di toccare i segni della passione; gli basta verificare che il Risorto sia lo stesso Gesù che poco prima era stato crocifisso; capisce che, non un qualsiasi personaggio redivivo, ma solo il Crocifisso risorto può essere quella buona notizia che trasforma l’esistenza. Tommaso è il risvolto virile del desiderio ardente della Maddalena. Anch’egli brucia del desiderio di rivedere il Maestro amato. È una fortuna che Tommaso non fosse presente la sera in cui il Signore apparve ai discepoli, di modo che anche noi, che non siamo contemporanei all’evento, possiamo imparare da Tommaso un metodo di ricerca del Risorto. Questo “gemello” ci rappresenta tutti: il suo desiderio di vedere e di toccare è anche il nostro. È possibile, dunque, fare esperienza del Risorto oltre quell’appuntamento storico, magari in altri «otto giorni dopo»? Ogni domenica è per noi l’ottavo giorno in cui possiamo incontrare il Signore, ma questa esperienza settimanale è tutt’altro che scontata.

La seconda apparizione

Gesù ritorna otto giorni dopo in quella casa, ancora sbarrata; si colloca sempre «in mezzo»; rinnova il saluto di pace. Il Risorto si rivolge a Tommaso e va dritto al punto: «Metti [phere] qui il tuo dito e guarda [ide] le mie mani; tendi [phere] la tua mano e mettila [bale] nel mio fianco» (v. 27). In pratica, le parole che usa Gesù riprendono il desiderio che Tommaso aveva espresso poco prima. C’è solo una variazione nei tempi verbali, che rendono le indicazioni di Gesù ancora più vivide e incisive. I due phere sono imperativi presenti che esprimono il comando di continuare a tendere il dito e la mano. Gesù si offre continuamente all’indagine di Tommaso e nostra. Chissà che cosa avrà sentito Tommaso, mettendo il dito dentro alla carne di Cristo, tendendo la mano sul suo costato. Non è stata di certo l’autopsia di un cadavere, ma lo stupore di avvertire permanentemente una presenza viva. Invece, ide e bale sono imperativi aoristi, che esprimono così la conclusione dell’indagine nell’atto di vedere definitivamente le mani forate e nel gesto di stendere definitivamente la mano sul costato aperto. «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (cfr. la citazione di Gv 19,37): è in quella ferita, sorgente di sangue e acqua, che viene dissetata la nostra sete di ricerca. Tommaso si accorge del limite del suo metodo sperimentale quando scopre che l’oggetto della sua indagine è un Soggetto realmente presente, che interferisce e non lascia indifferente il punto di vista di chi osserva. Colui che voleva vedere e toccare finisce con l’essere visto, toccato, cercato dal Risorto: è Gesù che si è compenetrato nei sensi di Tommaso.

Anche noi, ogni otto giorni, nell’Eucaristia domenicale, siamo invitati a vedere, a toccare, a gustare la carne viva del Signore, per essere compenetrati interiormente da lui ed essere nascosti nel mistero stesso di Dio. È sorprendente il modo in cui Gesù si lascia identificare: il criterio è sempre la carne che, benché trasfigurata dalla risurrezione, porta ancora i segni della passione. Se questo vale per il Verbo incarnato, allora cambia anche il modo in cui anche le nostre cicatrici possono diventare la testimonianza dell’amore divino, del suo passaggio salvifico nelle nostre vite. L’autentica esperienza pasquale richiede, dunque, una contemplazione olistica della passione, morte e risurrezione di Gesù.

Gesù rivolge — tanto a Tommaso quanto ai lettori “gemelli” — un’ultima esortazione, che sintetizza il messaggio dell’intero Quarto Vangelo: «Smetti di essere incredulo [mḕ ginou àpistos], ma [diventa] credente [pistòs]!» (v. 27). È un appello alla libertà di credere: alla luce della Pasqua le ferite possono essere lette come un travaglio che anticipa la vita eterna. Gesù chiede di essere pistòs, di avere fiducia nella sua percezione; non a una generica sensazione, ma a un preciso accadimento che trova eco nelle piaghe e nelle pieghe della storia, nelle sofferenze degli uomini di ogni tempo. Il male non sarà più capace di offendere coloro che hanno veduto e toccato la carne del Messia: «per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53, 5). Neppure la morte può fare paura, perché nascosti in Cristo anche noi siamo vincitori: «dentro le tue piaghe dammi rifugio…», recita un’antica preghiera.

La reazione di Tommaso è convinta: «Mio Signore e mio Dio». Si tratta di una delle più importanti dichiarazioni cristologiche del Quarto Vangelo, che fa da inclusione con Gv 1,1. Tommaso si rivolge a Gesù nello stesso modo in cui Israele si rivolge ad Yhwh: «Ho detto a Dio: “Sei tu il mio Signore, senza di te non ho alcun bene”» (Sal 16[15],2). Il termine greco Kyrios traduce il tetragramma sacro ebraico che identifica il Nome del Dio d’Israele. La professione di Tommaso, dunque, opera una cucitura definitiva tra il Verbo incarnato e Yhwh. A questo si aggiunge la tenerezza della doppia ricorrenza di «mio»: la dirompente novità teologica si accompagna ad una profonda e affettuosa adesione del discepolo, che rilegge le Scritture dentro un’esperienza intima di amore che lo coinvolge totalmente. Tommaso, dunque, ha visto e toccato la carne ferita del “suo” Dio. L’aggettivo «mio», tuttavia, non esprime un possesso incomunicabile, ma diventa il fondamento attraverso cui è possibile “triangolare” quella stessa esperienza di intimità anche ad altri. Siamo, così, pronti a ricevere l’ultima frase di Gesù, che sigilla la validità della staffetta.

La beatitudine più grande

Quanti vivono nel XXI secolo come possono attingere al mistero pasquale? L’esperienza di Tommaso è paradigmatica, non a causa della sua visione, ma per la testimonianza della sua fede. Egli, in definitiva, non taglia il traguardo di una verifica empirica circa l’identità del Risorto (molti commentatori sottolineano che il testo non riporta alcuna iniziativa tattile di Tommaso, malgrado l’invito che gli aveva rivolto Gesù); eppure, arriva a pronunciare la più completa confessione di fede del Quarto Vangelo. Bisogna distinguere la percezione dall’empirismo: “percepire” la presenza del Risorto non significa appiattire la fede ad una sensazione empirica. I sensi sono porte che devono aprire il cuore e la mente a percezioni ancora più profonde. Certo, il racconto dell’apparizione a Tommaso è così vivido che sembra un’icona più che un testo. E già questo fatto rende il nostro ascolto vedente. Indimenticabile, in questo senso, è il realismo del famoso dipinto di Caravaggio. Gesù, tuttavia, vuole aiutarci a superare un empirismo cieco, spronandoci a rendere permanentemente attingibile l’esperienza della risurrezione attraverso lo sguardo di fede: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». In qualche modo, si richiede lo stesso sguardo del discepolo amato che ha saputo vedere e interpretare il segno della tomba vuota (cfr. Gv 20,8). Viceversa, l’episodio dell’apparizione alla Maddalena aveva dimostrato che la visione materiale del Giardiniere non abilita automaticamente a riconoscerlo come il Risorto. Insomma, c’è modo e modo di vedere. Per questo Gesù sottolinea la possibilità di una fede che, senza il condizionamento dell’empirico, sappia aprire gli occhi sulla realtà. Non è la sensazione visiva del Risorto a costituire un vantaggio per la libera adesione di fede, ma paradossalmente la sua assenza. Ciò non contraddice quanto detto prima, a proposito della prospettiva giovannea circa l’esperienza del vedere. Il v. 29, infatti, tradotto alla lettera, afferma la beatitudine dei «non-vedenti e credenti»: il kai che unisce i due participi non ha valore avversativo (come se fosse: «non-vedenti, ma credenti») ma copulativo («non-vedenti e credenti»). Beati i “credenti diversamente vedenti”, insomma. L’essere empiricamente non-vedente non esclude una visione di fede. L’apparente contraddizione va letta come approfondimento della percezione visiva, che viene aumentata dalla fede. Non è tanto il fatto che l’essenziale sia invisibile agli occhi, come diceva il Piccolo Principe, ma che l’essenziale è sempre visibile agli occhi di quanti credono, sperano e amano. Inoltre, emerge la portata ecclesiale della beatitudine: «in una chiesa in cui sono morti i testimoni oculari, in cui l’apparizione pasquale in se stessa ha perduto la sua forza di persuasione, l’evangelista ricorda da un lato che il valore dell’apparizione pasquale è relativo e non assoluto, quindi che la fede ha il suo autentico fondamento nella parola e nel Paraclito, e infine che solo la parola dischiude un accesso permanente alla comunione col Cristo innalzato. In questo senso, il tempo della chiesa non è un deficit, ma un vantaggio» (J. Zumstein, Il Vangelo secondo Giovanni, Torino 2017, p. 951).

Un nuovo inizio!

La beatitudine della fede è l’obiettivo del Quarto Vangelo. Nell’epilogo di Gv 20,30-31 si fonda un nuovo inizio! La missione della chiesa si trova condensata in queste poche righe. L’Evangelista conclude le apparizioni del Risorto ricordando che quanto raccontato ha l’intento di condurre tutti gli uomini a credere. La gloria di Gesù si è manifestata anche in «molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro». Quelli raccolti nel Quarto Vangelo sono più che sufficienti per aprire gli occhi della fede. Questi segni continuano a risuonare nella chiesa, la comunità dei credenti che rivive i misteri della salvezza. La buona novella non è un “museo” di eventi conclusi, ma il grembo che genera ancora l’incontro con il Trafitto risorto, per credere che Egli è il Cristo, il Figlio di Dio, e per avere «la vita nel suo nome». “Vivi!”: è questo, in sintesi, l’invito che l’Evangelista e, con lui, la chiesa rivolgono all’umanità di ogni tempo e luogo.

Prima lettura (At 2,42-47)

Il libro degli Atti degli Apostoli è scandito da diversi sommari, che hanno lo scopo di fornire al lettore elementi di continuità circa gli eventi raccontati. La prima lettura odierna propone il primo e, forse, più celebre sommario di Atti degli Apostoli.

[Quelli che erano stati battezzati] erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere.

Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli.

Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno.

Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo.

Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

Questo sommario si colloca subito dopo l’episodio di Pentecoste. L’autore scrive una magnifica “icona” della chiesa nascente usando forme verbali all’imperfetto, che suggeriscono durata e reiterazione. L’esperienza di Pasqua e di Pentecoste non si estinguono come un fuoco di paglia, ma diventano memoriale da celebrare di generazione in generazione. Ricorre per ben due volte il verbo “perseverare” (cfr. proskartereō nei vv. 42 e 46), derivato probabilmente dall’aggettivo kratos (ossia “forte”), quindi col significato di “tenersi pronti”, “tenersi forti, focalizzati”, nei riguardi di qualcosa.

In questa cornice spiccano quattro caratteristiche essenziali della vita cristiana (di allora e di oggi): l’insegnamento degli apostoli, la comunione, la frazione del pane, le preghiere.

La didachḕ

L’insegnamento degli apostoli non è la notificazione arida di un contenuto, ma l’ambito in cui si esprime la rilettura e l’attualizzazione del mistero pasquale. L’inerranza di tale insegnamento non ha a che fare con il concetto di “esattezza”, ma è garantita dalla partecipazione al dono dello Spirito. Un esempio è offerto dal discorso di Pietro nel giorno di Pentecoste (cfr. At 2,22-36, che sarà proposto in parte dalla prima lettura della III domenica di Pasqua). L’obiettivo non è meramente informativo, ma performativo: le parole dell’insegnamento servono a suscitare la fede, la speranza, l’amore. L’insegnamento, inoltre, non si limita nell’esposizione di dottrine religiose e morali, ma si arricchisce dei segni che avvenivano per opera degli apostoli (cfr. At 2,43).

La koinōnia

La comunione, prima di essere un compito da perseguire, è il fondamento della comunità cristiana, che rende possibile la comunicazione della fede. Comunità, comunione e comunicazione: simul stabunt, simul cadunt. È il Risorto che crea la comunione del suo corpo ecclesiale. In questo senso, essa è un mistero da ricevere, contemplare e custodire. Ma diventa anche un compito: più avanti, si sottolinea lo “stare insieme” dei credenti («nello stesso [luogo]», fisicamente e spiritualmente insieme: cfr. At 2,44.47). Anche l’avverbio homothymadòn (cfr. At 2,46) esprime efficacemente la comunione dei credenti: non un appiattimento nell’omologazione, ma perseveranza unanime nella fede, componendo le diverse tessere in un unico mosaico. Nel secondo sommario si dirà che «la moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola» (cfr. At 4,32). Il cuore richiama il linguaggio delle scritture ebraiche, mentre l’anima evoca la letteratura greca. In filigrana, si possono notare le componenti fondamentali della chiesa nascente: i cristiani che vengono dalla sinagoga e quelli che vengono dal mondo pagano. Malgrado le profonde differenze, Cristo li unisce in un vincolo di comunione tale da rendere possibile persino la condivisione dei beni materiali: «avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (At 2,44-45).

La frazione del pane

L’espressione richiama l’eucaristia nella sua dimensione di culto totale: il momento diastolico della ritualità liturgica, in cui si fa memoria della cena del Signore, ma anche quello sistolico della carità. Il rito della frazione del pane, infatti, si accompagna sempre al pasto fraterno, soprattutto con coloro che versano nel bisogno: «spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore» (At 2,46). Questo culto totale porta i suoi frutti: i cristiani godevano del favore di tutto il popolo, mentre «il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati» (At 2,47).

Le preghiere

L’ultimo ambito in cui si esprime la perseveranza ecclesiale è la preghiera al Tempio gerosolimitano (cfr. anche At 3,1), ancora frequentato dai credenti, al mattino, a mezzogiorno e alla sera, in continuità con la pratica ebraica. La preghiera domestica, nelle case in cui si spezza il pane, si accompagna al ritmo orante del popolo al Tempio.

In continuità con la tradizione, emerge così la specificità cristiana della preghiera. C’è il rischio, infatti, che l’uomo preghi se stesso o che la preghiera diventi autoreferenziale. La tephillah (= preghiera di supplica) non riuscirebbe mai a innalzarsi al livello di tehillah (= preghiera di lode che chiama in causa Dio) e resterebbe pratica straniante. Ecco, allora, che nel dono dello Spirito Santo il credente ha la certezza di essere innestato nella preghiera stessa di Gesù. Questa è la liturgia: l’associazione del popolo alla preghiera stessa di Cristo al Padre realizzata nello Spirito Santo. Essa non è solo una pia pratica, ma una forma di vita, già esemplificata da Gesù, l’orante per eccellenza. Ciò è particolarmente vero nell’opera lucana (Vangelo e Atti degli Apostoli). La preghiera cristiana è anzitutto la preghiera di Gesù (genitivo soggettivo). A differenza di altri oranti esemplari presenti nella storia delle religioni, l’orazione di Gesù manifesta un paradosso: Dio prega Dio. Una comunicazione perfetta, vista l’uguaglianza dell’emittente e del ricevente. Il Libro dei Salmi aveva anticipato questo paradosso: appunto, i tehillim sono, allo stesso momento, “preghiera di uomini” e “parola di Dio”. Il pio israelita si rivolge a Dio con le stesse parole di Dio, ispirate da Dio ai salmisti. Si può affermare, allora, che Gesù, tehillah fatta carne, realizza quanto prefigurato dai Salmi: il Verbo eterno del Padre diventa egli stesso Preghiera rivolta al Padre.

Richiamo al Vangelo

In questo sommario risuona il nuovo inizio prospettato dall’epilogo del vangelo. Con Atti degli Apostoli inizia la “seconda stagione” della redenzione inaugurata a Pasqua, ossia il vangelo della chiesa. Riprendendo liberamente Gv 20,30-31, si potrebbe dire che anche la chiesa ha compiuto “molti altri segni che non sono stati scritti in Atti degli Apostoli”. Ma questi sono stati scritti perché l’umanità, lungo la storia, possa credere che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché i credenti abbiano la vita nel suo nome.

Seconda lettura (1Pt 1,3-9)

Per la seconda lettura delle domeniche di Pasqua dell’anno A si ricorre alla Prima Lettera di Pietro: nella prima parte di essa, si approfondisce l’identità dei credenti, luce riflessa della cristologia (II, III e V domenica); nella seconda parte, l’Apostolo incoraggia a vivere secondo l’esempio di Cristo, soprattutto nella sofferenza (IV domenica), pronti a rendere ragione della speranza depositata dentro la vita stessa della chiesa (VI domenica).

Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo.

Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco –, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.

La lettera porta il nome autorevole dell’Apostolo Pietro (1 Pt 1,1), «anziano», «testimone delle sofferenze di Cristo» e «partecipe della gloria che deve manifestarsi». Questi tratti rimandano tradizionalmente al pescatore di Galilea che in origine si faceva chiamare Simone, figlio di Giona, poi ri-chiamato da Gesù col nome di «Kefa», cioè «roccia» (Mt 16,17-18; Gv 1,42; 1Cor 15,5; Gal 1,18); il «pescatore di uomini» (Lc 5,10) per primo confesso la messianicità di Gesù (Mc 8,29; Mt 16,16; Lc 9,20) e per primo dovrà confermare i fratelli nella fede (Lc 22,31). Pietro può confermare perché egli stesso è stato confermato e provato. Al di là delle discussioni tecniche sulla paternità di questa lettera, le esortazioni ivi contenute rispecchiano lo spessore esistenziale di Pietro, che ha conosciuto lacrime amare di pentimento dopo aver rinnegato il Maestro nell’ora della croce (Mc 14,66-72 e paralleli).

La lettera potrebbe essere stata scritta alla fine del I sec. d.C., in ambiente romano, a vantaggio dei cristiani dispersi nelle regioni dell’attuale Turchia (Ponto, Galazia, Cappadocia, Asia e Bitinia: cf. 1 Pt 1,1). Accanto ai riferimenti geografici, spiccano le qualifiche dei destinatari: essi sono stati scelti (eklektoi) da Dio, stranieri nella diaspora (parepidēmoi diasporas). È la descrizione di una chiesa “marginale”, che comincia ad avvertire il peso delle persecuzioni. Ma è anche una proposta di autenticità per la chiesa di oggi, che abita uno spazio pubblico secolare, in cui la dimensione spirituale è spesso confinata ai margini. La diaspora dei credenti di oggi non è più una situazione territoriale, ma esistenziale. In qualche modo, i cristiani, lontani dalla “patria”, si trovano a vivere privi di una cornice istituzionale e a parlare una lingua che non è più la loro “lingua madre”. Tuttavia, come allora la diaspora territoriale fu un’opportunità per la diffusione del vangelo, così anche l’odierna “diaspora esistenziale” può diventare una grande occasione per spingere la predicazione oltre i tradizionali confini. A ben vedere, il precariato, il rischio e il disorientamento — in una parola, la vocazione a vivere nel mondo, senza essere del mondo (cfr. la Lettera a Diogneto) — rappresentano una possibilità per l’annuncio della speranza che nasce dalla fede.

La lettura odierna è tratta dalla benedizione (euloghia: 1,3-12) che segue il prescritto (i primi versetti con cui l’autore saluta i destinatari) e dà inizio al corpo della lettera (divisa in tre parti: 1,3 – 2,10; 2,11 – 4,11; 4,12 – 5,11). L’apostolo benedice Dio Padre per il progetto di rigenerazione attuato per mezzo della risurrezione di Cristo. L’inno ha un andamento trinitario, focalizzando progressivamente l’azione del Padre (vv. 3-5), del Figlio (vv. 6-9) e dello Spirito (vv. 10-12). Se si resta alla selezione odierna (cfr. vv. 3-9), emergono almeno due paia di contenuti: misericordia e rigenerazione; prove della vita e gioia.

Misericordia e rigenerazione

Il Padre, «nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti». Il motore della rigenerazione pasquale è la misericordia di Dio. Dal 1992 la domenica dell’ottava di Pasqua, tradizionalmente conosciuta come domenica in albis, è stata arricchita del tema della divina misericordia per volere di Giovanni Paolo II, al fine di sottolineare, appunto, come l’opera del “rigenerare” (anagennaō) sia collegata con l’opera della misericordia (èleos) richiesta dal Signore. L’intento divino (la misericordia) raggiunge il suo scopo (la nostra rigenerazione) grazie alla risurrezione di Gesù. Solo la sua mediazione diventa “generativa”.

Qualche tempo fa, alcuni teologi hanno parlato di “pastorale generativa” (cfr. specialmente gli approfondimenti di P. Bacq e C. Theobald sulla pastorale d’engendrement). La riflessione sul fenomeno del “generare” o “rigenerare” prende impulso dalla constatazione di una “degenerazione” delle fede, cioè di un logoramento progressivo della forza creativa del vangelo a vantaggio di una «psicologia della tomba, che a poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo» (Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, n. 83). Alla luce del binomio misericordia-rigenerazione suggerito dall’apostolo Pietro, potrebbe essere interessante sollecitare le nostre comunità a rigenerare l’entusiasmo della fede a partire da uno sguardo di misericordia, sia su se stessi che sul mondo. Il declino si contrasta non solo (non tanto) fustigando la “degenerazione”, ma anche (soprattutto) catalizzando processi generativi, spesso imprevedibili o confusi nel loro sviluppo, ma almeno dinamici e sempre orientabili in itinere.

Prove della vita e gioia

Il mondo predica una gioia disarticolata dall’esperienza della prova, facendola somigliare più a euforia, sballo, benessere, … emozioni frivole che si consuma nell’istante. Le evidenze della vita, però, ciinsegnano una diversa fenomenologia della gioia, che può essere riassunta dalle parole del Mémorial di Pascal: «Gioia, gioia, gioia, pianti di gioia». Evidentemente, Pietro conosce questi pianti; e invita tutti a saper integrare nella propria vita l’esperienza della prova con quella della gioia. «Perciò siete ricolmi di gioia [agalliasthe], anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove [peirasmòis]». Da un punto di vista grammaticale, agalliasthe potrebbe essere sia un imperativo (cfr. la resa della TILC e della Bibbia Einaudi 2021) che un indicativo (come nella traduzione CEI 2008) presente (anche se alcuni manoscritti greci e latini riportano la forma al futuro). La scelta CEI dell’indicativo presente «siete ricolmi di gioia» non è innocua: l’autore, infatti non rivolge un comando, ma esprime una costatazione. I destinatari della lettera sono effettivamente capaci di attingere alla gioia, nonostante le prove (il termine è lo stesso che nel Padrenostro identifica la tentazione, cioè peirasmòs). Anzi, sembra che esse siano un passaggio necessario per purificare la gioia, come il fuoco per l’oro. Nessuna prova, per quanto dura, può sfregiare in modo irreversibile la gioia, che, in definitiva, è un dono del Risorto. «Perciò esultate [agalliasthe] di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime». Si tratta, ancora una volta, di constatare una gioia «indicibile e gloriosa» (indicativa più che imperativa) che non collima con nessun “prodotto” del mondo e che richiede l’attraversamento delle prove della vita in vista della salvezza. Sì, non esiste solo un’ascesi quaresimale, ma anche un’ascesi pasquale, ossia l’ascesi di intestarsi la gioia, di permettersi la gioia, ascendendo progressivamente alla dignità di essere stati «scelti da Dio»; oppure (ma è la stessa cosa), sprofondando nella sua grande misericordia.

Richiamo al Vangelo

Memore della tomba vuota, Pietro afferma: «Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui» (1Pt 1,8).Questa è la frase che collega la seconda lettura con l’esperienza di Tommaso e con la beatitudine del credere senza aver visto. È interessante, ancora una volta, cogliere l’intreccio tra il vedere, il credere e, questa volta, anche l’amare.