di Carmelo Russo

19 aprile 2026

Vangelo (Lc 24,13-35)

Il racconto dei discepoli di Emmaus è l’episodio centrale del trittico lucano sulle apparizioni del risorto, preceduto dall’annuncio della risurrezione alle donne presso il sepolcro (Lc 24,1-8) e seguito dall’apparizione di Gesù agli Undici (Lc 24,36-42). Le indicazioni spaziali — l’allontanamento da Gerusalemme, l’avvicinamento a Emmaus e il ritorno a Gerusalemme — tratteggiano un formidabile itinerario spirituale, dalla delusione al riconoscimento.

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.

Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».

Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.

Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.

Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».

Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Senza una vera meta: verso dove stiamo andando?

L’evangelista Luca non si ferma alla scena della tomba vuota (cf. Lc 24,1-12), ma aggiunge la testimonianza di due uomini che, nel giorno di Pasqua, lasciano Gerusalemme e si mettono in cammino. Verso dove? Era calato il sipario sulla vita del loro Maestro di Nazareth. La sua morte in croce scioglie il vincolo del loro discepolato. Non si può seguire un morto. Non chiamateli ancora “discepoli di Emmaus”, ma randagi, diretti verso un villaggio distante sessanta stadi da Gerusalemme che gli studiosi fanno ancora fatica ad identificare con esattezza. Qualcuno propone Emmaus Nicopolis, altri Qiryat-Yéarim (Abu Gosh), altri ancora Al-Qubaybah. Quel che è certo è che Emmaus non è solo una meta geografica. Il toponimo deriva, attraverso il greco e il latino, da una radice semitica — hammat (חמת) — molto diffusa, che indica una “sorgente calda”, un sito termale. Leggendo in profondità, mi pare che Emmaus rappresenti una “coperta di Linus”; forse anche un non-luogo, un’utopia; oppure un alibi. C’è troppo freddo sul Calvario. E le voci di una “risurrezione” sono troppo faticose da vagliare. Meglio regredire alle terme di Emmaus, calde e rilassanti. Erano in due a camminare verso Emmaus, ma ognuno chiuso nei propri bisogni. La loro conversazione è una noiosa “omelia” (si usa il verbo homileō) che fa rimbombare solo il loro isolamento. Davanti allo scandalo della croce, si preferisce regredire verso “sorgenti calde”, piangersi di sopra, criticare, squalificare se stessi e gli altri… sono queste le nostre “omelie”.

Il metodo di Dio: fare un pezzo di strada con noi

La conversazione si evolve in ricerca condivisa: i due cercano insieme (synzēteō) qualcosa; colgono la domanda profonda che li abita, ma non trovano ancora una risposta negli accadimenti. Intanto, Gesù li raggiunge e prosegue il cammino insieme a loro (symporeuomai, in contrappunto al semplice poreuomai dei due viandanti). Come Tobia, ignaro di avere come compagno di viaggio l’arcangelo Raffaele, così anche i due viandanti restano all’oscuro sull’identità di quell’inatteso compagno di viaggio. In qualche modo, l’accostarsi di Gesù è già la soluzione, ma che fatica riconoscerlo! Non chiamateli “discepoli di Emmaus”: qui l’unico “discepolo” è il Risorto, che sta dietro alla loro confusione, prendendo il loro ritmo di marcia. Inizia un “sinodo” (syn-hodòs): un cammino insieme, un’esperienza limitata nel tempo e nello spazio, ma che, grazie al racconto trasmesso dall’Evangelista, si trasformerà in sapienza, valida per sempre, come “metodo” (meta-hodòs: un cammino oltre) per incontrare anche oggi il Risorto.

La lectio humana: Gesù ascolta i due viandanti

La ricerca dei due sembra trasformarsi in polemica: si lanciano (antiballō) parole vuote e disperate. Non c’è comunicazione. Nei nostri incontri le parole che ci scambiamo sono dardi lanciati contro l’altro oppure diventano occasione di comunicazione e comunione? Sappiamo coinvolgere anche i più lontani nelle dinamiche della comunità?

Il misterioso Viandante fa la domanda giusta e va in cerca della loro incredulità. Gratta sulla loro rabbia e frustrazione. Sparge sale sulle ferite della loro tristezza. Probabilmente ogni volta in cui ci accostiamo al vangelo, dovremmo avere l’umiltà di “farcele dire”, di mettere a nudo la nostra confusione, di evidenziare lo stallo dei nostri ragionamenti.

Finalmente, si viene a conoscenza del nome di uno dei due viandanti: Cleopa. Questi pensa di avere davanti uno straniero (paroikèis), ma lo stranito è proprio lui. Nel suo report c’è una precisione inquietata e inquietante: egli fa un riassunto preciso di tutti gli accadimenti. Si può partecipare ai fatti senza restarne coinvolti, come giornalisti di cronaca nera. Si può essere “religiosi” senza fede, “cristiani” senza gioia, “praticanti” senza amore.

Dell’altro viandante non si conosce il nome: ecco, qui c’è posto per aggiungere il proprio. D’altra parte, Luca, sin dall’esordio del suo vangelo, vuole tirarci dentro alla storia. Tutti siamo “Teofilo”.

Lectio divina: i due discepoli ascoltano Gesù

Un rimprovero dettato dall’amore. Finora il Viandante è rimasto in ascolto per tutta la durata della lectio humana, sopportando la “bradicardia” dei due compagni. Il suo cuore, invece, comincia a battere veloce. Adesso prende la parola e propone la sua lectio divina: spiega (διερμήνευσεν) e fa comprendere il senso profondo delle Scritture. Chiamateli, finalmente, “discepoli di Emmaus”: i due ascoltano con attenzione e capiscono che Cristo è il cuore della rivelazione. Il senso cristologico della Scrittura non nega l’importanza ai singoli passaggi della storia della salvezza: al contrario, ne sottolinea il valore in funzione della loro direzione (Dei Verbum, 15).

In Lui, i «verba multa» (le molte parole) degli scrittori biblici diventano per sempre «Verbum unum» (l’unica Parola). Senza di Lui, invece, il legame si scioglie: di nuovo la parola di Dio si riduce a frammenti di «parole umane»; parole molteplici, non soltanto numerose, ma molteplici per essenza e senza unità possibile […]. Eccolo, dunque, questo Verbo unico. […] Eccolo adesso, totale, unico, nella sua unità visibile. Verbo abbreviato, Verbo «concentrato», […] Colui che è infinito nel seno del Padre si racchiude nel seno della Vergine o si riduce alle proporzioni di un bambino nella stalla di Betlemme. […] Sì, Verbo abbreviato, «abbreviatissimo», «brevissimum», ma sostanziale per eccellenza. Verbo abbreviato, ma più grande di ciò che abbrevia. Unità di pienezza. Concentrazione di luce. L’incarnazione del Verbo equivale all’apertura del Libro, la cui molteplicità esteriore lascia ormai percepire il «midollo» unico, questo midollo di cui i fedeli si nutriranno (Henri de Lubac, Esegesi medievale. I quattro sensi della Scrittura, vol. III, Jaca Book, Milano 1996).

La Scrittura diventa Parola hic et nunc, per me, per noi; diventa comunicazione che ribadisce e rinnova la Tradizione vivente di tutta la chiesa. La Parola non è una macchia d’inchiostro su un rotolo di pergamena, ma l’atto rivelativo che è custodito nel cuore della chiesa per essere trasmesso al cuore di ogni uomo, in ogni tempo e luogo: Sacra Scriptura principalius est in corde Ecclesiae quam in materialibus instrumentis scripta (cf. Sant’Ilario di Poitiers, Liber ad Constantium Imperatorem, 9: CSEL 65, 204 – PL 10, 570; San Girolamo, Commentarius in epistulam ad Galatas, 1, 1, 11-12: PL 26, 347).

Creare i presupposti per comunità libere di amare

Sembra quasi una schermaglia amorosa. Gesù non si limita a fare la sua lectio. Non vuole conquistare la loro intelligenza. Egli aspira a molto di più: desidera il loro stesso desiderio. In questo “ritrarsi” dalla scena, facendo finta di andarsene, Gesù crea la libertà dei suoi discepoli e getta le possibilità di una risposta. Mette loro nelle condizioni di poter amare come ama Dio: liberamente. Il sole tramonta, ma un nuovo tepore sorge nel cuore dei due discepoli. Il verbo utilizzato per segnalare l’ostinata richiesta a rimanere combina il prefisso παρά con il termine βίος, cioè “vita”. La loro insistenza non è galateo, ma questione di vita (e, dunque, di morte). Tocca a noi, uditori della Parola, invocare ancora il Divin Viandante: rimani con noi!

La vita spirituale è attenzione e desiderio. Desiderium sinus cordis, diceva Sant’Agostino (Trattati su Giovanni, 40.10): il desiderio è lo scavernamento del cuore (ma anche baia, grembo, vela, …); è l’atteggiamento che permette al credente di diventare maturo. Quanto più il desiderio dilata il nostro cuore, tanto più diventeremo capaci di accogliere Dio (capiemus, si desiderium quantum possumus extendamus).

Il ri-conoscimento: i doni del Risorto si rinnovano

Il viandante smette di parlare. La Rivelazione, come l’amore, si esprime anche attraverso eventi e silenzi (cf. Dei Verbum, 2). Al tavolo di una locanda si ripete il gesto dello spezzare il pane: si fa memoria della Pasqua e si inaugura la possibilità che quel dono sia rinnovabile sempre, valicando i confini di spazio e di tempo. Forse è qui la vera prima messa della storia. Finalmente, gli occhi dei due discepoli si aprono al riconoscimento (epègnōsan). In effetti, il “riconoscere” è uno degli obiettivi dichiarati dall’Evangelista, che conclude il suo prologo con queste parole: «…in modo che tu possa renderti conto [epignṑs] della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto» (Lc 1,4). I discepoli si rendono conto che quel Viandante è il Risorto. Gli occhi dei discepoli si aprono quando non servono più. Paradossalmente, il vertice del riconoscimento diventa anche il momento della sottrazione ai sensi. La richiesta del “rimanere” non è delusa, ma pienamente accolta, custodita nel pezzo di pane. La pedagogia di Dio richiede ai discepoli un salto di fede, cioè un metodo: bisogna riconoscere Cristo in quel frammento di pane. Diventare invisibile è la condizione per attivare i sensi spirituali. Gesù era entrato in scena Viandante e ci resta, ma trasformato in Viatico.

La Parola, fin qui soltanto «udibile alle orecchie», è diventata «visibile agli occhi, palpabile alle mani, portabile alle spalle». Più ancora: essa è diventata «mangiabile». Niente delle verità antiche, niente degli antichi precetti è andato perduto, ma tutto è passato a uno stato migliore. Tutte le Scritture si riuniscono nelle mani di Gesù come il pane eucaristico, e, portandole, egli porta sé stesso nelle sue mani: «tutta la Bibbia in sostanza, affinché noi ne facciamo un solo boccone…» (Henri de Lubac, Esegesi medievale. I quattro sensi della Scrittura, vol. III, Jaca Book, Milano 1996).

Possiamo leggere il “ritrarsi” di Gesù agli occhi dei discepoli anche nella grande parabola della storia della salvezza, che si riassume nella storia dello svuotamento (kènōsis) di Dio, per amore: già nella creazione, Dio fa un passo indietro, si contrae secondo la dottrina kabbalistica dello tsimtsûm (צמצום), affinché “qualcun altro” possa esistere; nella redenzione, Dio, grazie all’incarnazione del Figlio, fa un passo in basso; nella terza fase, la divinizzazione, Dio, per mezzo dell’inabitazione dello Spirito, fa un passo dentro la vita di ciascun credente.

L’avvio di un processo: dalla lectio divina a una nuova lectio humana

La marcia verso Emmaus, verso “sorgenti calde”, si è risolta in un calore che s’irradia dal di dentro. La traduzione «Non era forse stato acceso il nostro cuore …» indica che questo fuoco, in realtà, era stato già acceso molto tempo prima, esisteva già dall’inizio. Il fuoco divampa da quell’Amore arso sull’altare della croce e prosegue «mentre egli conversava … lungo la via»: il solo accostarsi a condividere la sofferenza, il dubbio, l’amarezza, aveva dato l’inizio ad un processo di conversione. Il cammino mostra che la meta era il loro cuore! Non a caso i primi seguaci di Gesù erano «quelli della Via» (At 9,2: tēs hodoù òntas; cf. anche At 19,9.23). Finalmente, i discepoli diretti a Emmaus-terme scoprono che la vera “sorgente calda” è il cuore, non più triste e rallentato, ma acceso e luminoso davanti al riconoscimento del Risorto. Prima si ama e poi si capisce di amare. Quel Viandante, che aveva “tradotto” per loro le Scritture, ora è Colui che le apre: prima esse erano un contenuto da mediare; adesso diventano uno scrigno da aprire o, ancora meglio, un pasto da gustare.

Prima lettura (At 2,14.22-33)

Tra i cinque discorsi kerygmatici di Atti degli Apostoli rivolti ai giudei, spicca il discorso di Pietro davanti alla folla dei proseliti nel giorno di Pentecoste (At 2,14-41). In realtà, si tratta di un’impresa ecclesiale di «Pietro con gli Undici», perché non c’è annuncio del mistero di Cristo senza la trasmissione apostolica. L’analisi pragmatica della pericope mostra, ancora una volta, che il suo scopo non è meramente informativo, ma performativo, cioè in vista della trasformazione e della fede degli uditori.

[Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così:

«Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene –, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso.

Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo riguardo: “Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza, perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza”.

Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: “questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione”.

Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire».

L’intero discorso di Pietro si articola in tre parti: l’interpretazione dell’effusione dello Spirito (vv. 14-21), che non è ubriachezza, ma evento voluto da Dio e preannunciato dalla Scrittura; l’annuncio kerygmatico (vv. 22-36), da cui è tratta la lettura odierna; le conseguenze pratiche della fede (vv. 37-41), dopo che «i presenti si sentirono trafiggere il cuore» (v. 37) dalle parole di Pietro. Si può essere “trasmettitori” esperti dei contenuti di fede, ma se lo Spirito non trafigge il cuore quei contenuti si impoveriscono in una inutile gnosi. Il cuore trafitto degli astanti è, in qualche modo, garanzia dell’avveramento della profezia di Gioele (cf. At 2,16-21) e, dunque, di un’autentica articolazione storico-salvifica.

Ci concentriamo sulla selezione odierna (vv. 14.22-33), che rappresenta lo schema della primitiva predicazione della chiesa.

Il piano salvifico di Dio

Pietro, anzitutto, presenta Gesù come «uomo accreditato [apodedeigmènon] da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni», «consegnato [èkdoton], secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, per mezzo di mano senza legge», ovvero per mezzo dei pagani romani. Queste poche righe intrecciano sapientemente il proposito divino con gli accadimenti storici. Pietro conclude la sua presentazione con una chiara accusa: «voi l’avete messo a morte inchiodandolo alla croce». Non si perda tempo a spiegare il supposto antigiudaismo del giudeo Pietro, che attribuisce ai suoi interlocutori la responsabilità dell’uccisione di Gesù: a ben vedere, la sua accusa non è differente rispetto alle antiche invettive dei profeti contro il popolo d’Israele. Piuttosto, meriterebbe di essere messa in luce la strategia retorica dell’annuncio primitivo nei confronti dei lettori di Atti degli apostoli, provenienti sia dalle genti che dalla sinagoga. Se la morte di Gesù si configura come concorso in omicidio da parte di giudei e romani, allora si può immaginare che la sua risurrezione possa efficacemente concorrere alla salvezza di entrambi. Se l’uccisione di Gesù, che peraltro fa parte del piano divino, è riconducibile anche alla responsabilità dei giudei, e non solo degli esecutori pagani, allora la resurrezione diventa fonte di vita per tutti. Quindi, non serve difendere Pietro dall’accusa di antigiudaismo: in realtà, grazie all’accusa rivolta ai suoi connazionali, egli sta additando loro quali destinatari della salvezza. L’apparente antigiudaismo di Pietro è permeato da un sincero intento inclusivo pro-giudaico, forse per bilanciare il vanto degli etno-cristiani, che nella chiesa primitiva rappresentavano la parte dominante.

Una eco della paterologia lucana

Ovviamente, anche la risurrezione fa parte del disegno del Padre, che risuscita il Figlio liberandolo dalle doglie (il termine ōdìn rimanda specialmente al travaglio durante il parto) della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere». Segue una citazione del Sal che ci da uno spaccato della paterologia dell’opera lucana. Pietro approfitta di un dato contingente, la tomba di Davide che evidentemente si trovava nei pressi dell’evento di Pentecoste, per sottolineare la differenza con la tomba vuota di Cristo. il richiamo al Sal 15(16),8-11, attribuito a Davide, è riletto alla luce della Pasqua di Gesù, quale testimonianza profetica della sua risurrezione. L’obiettivo della citazione è quello di mostrare la fiducia con cui Gesù si è abbandonato a Dio Padre. A differenza degli altri sinottici, infatti, l’evangelista Luca (cfr. Lc 23,46) non mette in bocca a Gesù morente sulla croce il Sal 22,1 («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»), ma il Sal 31,6 («Alle tue mani affido il mio spirito»). Coerentemente a questo dato, anche At 2,25-28 enfatizza la fiducia nei confronti del Padre che non abbandona nell’ade il proprio Figlio.

Richiamo al Vangelo

Come il Divino Viandante del vangelo odierno, così anche Pietro spiega il senso delle Scritture, attraverso le pagine veterotestamentarie citate nel suo discorso. Questo metodo, che sottolinea la continuità tra Israele e la Chiesa, meriterebbe di essere tenuto presente nell’omelia, per evitare ogni forma di “teologia della sostituzione”, spesso presente nella predicazione, secondo cui il cristianesimo rappresenterebbe una religione nuova, che non ha nulla a che vedere con l’ebraismo. A ben vedere, l’annuncio apostolico mai presentata la Chiesa come “un Israele diverso” o, peggio, “un sostituto d’Israele” senza alcuna relazione con il popolo dell’Alleanza. Piuttosto, i discepoli di Cristo riconoscono nelle Scritture giudaiche, «cominciando da Mosè e da tutti i profeti», tutto ciò che si riferisce al Messia, venuto non a sostituire ma a rinnovare Israele.

Seconda lettura (1Pt 1,17-21)

Continua la lettura della Prima lettera di Pietro. Anche la selezione odierna è tratta dalla prima parte della lettera (1,3 – 2,10), in cui si approfondisce la portata esistenziale della rigenerazione inaugurata dalla risurrezione di Cristo, che implica la conformazione del credente. Emerge in maniera più evidente lo scopo mistagogico dello scritto petrino, che con buone ragioni si può considerare un’omelia battesimale.

Carissimi, se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri.

Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia.

Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio.

Le conseguenze di una nuova identità

Dopo l’inno di ringraziamento di domenica scorsa, l’autore comincia a illustrare le conseguenze dell’invito a essere santi, appena rivolto ai destinatari della lettera: «come il Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta» (1Pt 1,15).

La locuzione «se chiamate Padre…» (v. 17) ricorre solo qui nel Nuovo Testamento: equivale a dire “se siete stati battezzati…”. In effetti, solo i battezzati possono invocare Dio con il nome di Padre. Ebbene, se osiamo dire “Padre nostro…”, allora, forti di questa nuova identità filiale, possiamo e dobbiamo comportarci «con timore» (la traduzione CEI 2008 aggiunge «di Dio», che, tuttavia, non è presente nel testo originale) nel tempo della nostra paroikia, cioè del nostro pellegrinaggio terreno. Quest’ultimo termine associa la condizione del Figlio straniero del vangelo odierno (paroikèis) con la condizione dei destinatari della lettera, anch’essi figli di Dio Padre e viandanti stranieri.

Una nuova morale

Colui che «fu predestinato già prima della fondazione del mondo», «negli ultimi tempi si è manifestato per voi» (v. 20). Il tempo pasquale è pedagogicamente orientato a confermare la vita di coloro che hanno accolto questa manifestazione «in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio» (v. 21). Più che esigere un cambiamento, il percorso omiletico di questo tempo forte dovrebbe accompagnare i fedeli a scoprire quanto già operato da Cristo: in lui, Uomo nuovo, si fonda il nostro rinnovamento.

Se la risurrezione di Cristo è il fondamento della vita cristiana, allora occorre comportarsi secondo il nuovo stato di cose. Tra le novità spicca la possibilità di rivolgersi a Dio con il nome di Padre: «se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere…». Il successivo richiamo al timore di Dio è iscritto, dunque, nella tenerissima cornice della paternità. Invocare Dio col nome di Padre, però, implica una nuova morale, in cui l’impulso deontologico non nasce da una istanza esterna, ma dalla relazione di figliolanza. In questo senso, oltre ad essere tenera e misericordiosa, la morale cristiana è anche molto esigente e diventa espressione di una liturgia della vita. I cristiani, in quanto figli irreversibilmente uniti al Figli, non possono limitarsi ad adeguarsi ad una norma, ma devono vivere la propria vocazione ed elezione alla luce di un Dio che ama da Padre. La morale diventa occasione di liberazione, di amore, di culto totale. È proprio un altro modo di considerare la vita morale cristiana, parimenti opposta al moralismo e al lassismo.

Un nuovo schema sacrificale

Questo nuovo congegno salvifico, che ci libera dal male e ci permette di essere liberi di amare, non ci è stato procurato a prezzo di cose corruttibili, ma «con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia» (1Pt 1,19). Con questa espressione, Pietro, che certamente conosce il valore del sangue nella cultura giudaica, intende offrire una chiave di lettura del mistero pasquale. I simboli del sangue e dell’agnello rimandano allo schema sacrificale veterotestamentario, in virtù del quale l’offerente ottiene l’espiazione. Il libro del Levitico afferma che la vita è nel sangue: «Perciò vi ho concesso di porlo sull’altare in espiazione per le vostre vite; perché il sangue espia, in quanto è la vita» (Lv 17,11). Nella Pasqua, però, accade qualcosa di inaudito: il sangue che espia non è più quello delle vittime, ma quello del Verbo incarnato. Nella continuità con lo schema veterotestamentario, in realtà, si ribalta il senso dei sacrifici antichi: l’uomo non ha niente da offrire a Dio; da Dio possiamo solo ricevere; né il sangue degli animali può espiare definitivamente il peccato dell’uomo.  Così, Dio stesso si compromette e, nel Figlio, diventa Vittima, Sacerdote e Altare di un culto totale e definitivo che riconcilia a sé l’uomo. Il riferimento al «sangue prezioso di Cristo» esprime, in altri termini, quanto detto dall’autore lettera agli Ebrei, che mette in relazione lo schema antico con il sacrificio di Gesù: «Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?» (Eb 11,12-14).

Richiamo al Vangelo

In linea con il Vangelo («spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui») e con la prima lettura (l’articolazione storico-salvifica del discorso di Pietro in At 2,22-33), anche la seconda lettura inquadra l’evento pasquale degli «ultimi tempi» nel più ampio disegno preordinato da Dio «già prima della fondazione del mondo» (1Pt 1,20). Nella predicazione si insista a collegare bene creazione e redenzione, in vista del rilancio dell’ultima tappa della storia della salvezza: la divinizzazione tramite il dono dello Spirito.