di Carmelo Russo
8 marzo 2026
Vangelo (Gv 4, 5-42; forma breve: Gv 4,5-15.19-26)
In Giovanni l’acqua è un “simbolo in espansione” (expanding symbol): all’inizio, l’acqua rappresenta la Legge e la religione giudaica (ad esempio, le nozze di Cana); successivamente, con la Samaritana, il simbolo comincia a estendere la sua valenza, fino a significare Gesù stesso: egli è la pienezza, l’acqua viva che zampilla in superficie per la vita eterna. Non serviranno più pozzi profondi.
[ In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». ] Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».
Gli replica la donna: «Signore, [ vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». ]
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.
Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
[ Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo». ]
Il contesto
Lo scisma etnico-religioso tra Giudea e Samaria aveva origini antiche. Alla morte del re Salomone, intorno al 930 a.C., le tribù del Nord («la casa di Giuseppe», cf. Sam 2,10; «Israele in Samaria», cf. 1Re 22,51) si separarono dai territori meridionali e diedero vita al Regno d’Israele, poco più tardi conosciuto anche come Regno di Samaria. La Samaria, più agiata rispetto al Regno di Giuda, diventa presto bersaglio dalle invettive dei profeti a motivo della sua superbia e dell’ingiustizia sociale. Durante la seconda metà dell’VIII secolo a.C., Osea e Amos denunciano la concentrazione delle ricchezze in mano a pochi, richiamando tutti ai doveri di solidarietà. Né Elia, né Osea, né Amos riuscirono, però, a far cambiare idea ai vari re del Regno del Nord e ai suoi abitanti (cf. gli oracoli di Is 28,1 e Am 2,12; 6,6). A questa iniquità mette fine l’esercito di Sennacherib, re d’Assiria, che nel 722-721 a.C. invade e distrugge la Samaria.
Dopo la capitolazione, i vincitori assiri adottarono una strategia politica molto comune a quel tempo: attuarono un programma di scambio etnico, deportando in Mesopotamia gli israeliti e facendo arrivare in Samaria clan stranieri. Questo meticciato tra popoli (con risultati sincretistici anche da un punto di vista religioso) rese ancora più spregevole il popolo samaritano agli occhi dei giudei. Nel IV sec., sul monte Garizim i samaritani attivarono un culto scismatico, in competizione con il Monte Sion di Gerusalemme. Nel 200 a.C. circa i re-sacerdoti asmonei distrussero definitivamente il tempio samaritano, realizzando (forse per la prima volta nella storia d’Israele) la centralizzazione del culto yhwh-sta.
Eppure, nonostante queste torbide vicende, la regione di Samaria resta uno scrigno di memorie bibliche importantissime, che richiamano le origini comuni del popolo di Yhwh. La località di Sicar/Sichem, dove arriva Gesù, rappresenta la prima tappa di Abramo al suo arrivo nella terra promessa (cf. Gn 12,6). A Sicar/Sichem Giacobbe acquista un podere (cf. Gn 33,19) che lascerà in eredità a Giuseppe (cf. Gn 48,22). A Sicar/Sichem viene rinnovata l’alleanza da tutte e dodici le tribù (cf. Gs 24,14-28). A Sicar/Sichem verranno inumate le ossa di Giuseppe (cf. Gs 24,32), che hanno viaggiato insieme al popolo nei quarant’anni di marcia nel deserto. È significativo che Gv 4,5 ricordi Giuseppe, colui che, malgrado l’offesa, ristabilisce con il perdono le relazioni fraterne. Insomma, il pozzo di Sicar/Sichem, in cui si svolge il dialogo tra Gesù e la Samaritana, è una memoria antica, da cui sgorga la storia dei padri (S. Fausti), e promette davvero quanto Osea profetizzava secoli prima: «I figli di Giuda e i figli d’Israele si riuniranno insieme» (Os 2,2). Questo pozzo è prefigurazione della Fonte: in effetti, alla lettera, in Gv 4,6 si parla di «fonte di Giacobbe» (solo in Gv 4,11.12 viene introdotto il termine “pozzo”); una fonte che, tuttavia, è poca cosa rispetto alla novità dirompente di Gesù. Quel pozzo (e ciò che esso significa) sta per trasformarsi in Fonte zampillante per la vita eterna.
Nel posto sbagliato, all’ora sbagliata
Il racconto, dunque, inizia così: la Fonte-Gesù siede sulla fonte di Giacobbe, a mezzogiorno, … cioè all’ora sbagliata! Al pozzo si va, generalmente, al tramonto. Rispetto al cliché atteso, Gesù si ferma esausto al pozzo, senza neppure un catino per attingere l’acqua, in un’ora in cui è improbabile incontrare qualcuno. Se, dunque, la Samaritana va a quell’ora, ci deve essere un motivo: vuole passare inosservata, restare sola; forse si è stufata delle chiacchiere maliziose al pozzo; un chiacchiericcio di cui lei stessa era evidentemente vittima. Era giudicata come una svergognata per ciò che aveva fatto. Su di lei grava una doppia scomunica: come samaritana scismatica e come donna chiacchierata.
Ed ecco che il suo dover andare ad attingere acqua a mezzogiorno, da sola, s’intreccia con il dover passare di Gesù di là, da solo. Se si segue il filo dei racconti veterotestamentari ambientati presso un pozzo — cf., ad esempio, Gn 24; 29,1-14; Es 2,15-22 — si nota che essi anticipano sempre la scena di un matrimonio. Le corrispondenze e le discordanze di Gv 4 rispetto a quei clichés veterotestamentari stuzzicano la nostra curiosità: fino a che punto verrà rispettato lo schema? Alla fine, ci sarà un matrimonio? Che tipo di sponsalità sarà proposta?
I primi capitoli del libro di Osea presentano un duplice resoconto della vita e della strana “vocazione” del profeta, chiamato a sposarsi con Gomer bat-Diblaim, una prostituta sacerdotessa di culti pagani della fertilità praticati. La donna, dopo aver dato a Osea due figli e una figlia, aveva abbandonato la famiglia. Questa triste vicenda personale è il chiaroscuro che dà forza e spessore agli oracoli del profeta; è sulla sua pelle che prende forma la parola di Dio e la speranza di una guarigione dell’amore. Il matrimonio di Osea corroso dall’infedeltà è, in effetti, proiezione della relazione tra Dio, marito amorevole, e il popolo d’Israele, moglie infedele. Anche Israele era andato dietro ai suoi amanti, spezzando il cuore di Yhwh. I nomi paradossali dei figli di Osea e Gomer — il primogenito si chiama lzreel, città in cui era stato versato sangue innocente; la seconda figlia porta il nome di Non-amata; l’ultimo bambino si chiama Non-mio-popolo — rispecchiano simbolicamente la non-identità di Israele e, dunque, la sua impossibilità di amare e generare. Ma lo sposo tradito conserva il suo amore; spera ancora di poter sanare la relazione; immagina il pentimento di sua moglie: «Tornerò da mio marito! Con lui ero ben più felice di adesso!» (Os 2, 9). E, così, non smette di cercarla, di metterla alla prova, di riconquistarla.
Le prime schermaglie
Prendendo a sfondo questo matrimonio — ferito, rinsecchito, desolato —, ritorniamo al pozzo di Sicar. Una Samaritana viene da sola ad attingere acqua in un’ora insolita e incontra un uomo che gli chiede: “Dammi da bere!”. L’imperativo usato da Gesù suona un po’ pretenzioso alle nostre orecchie. «La sanguisuga ha due figlie: “Dammi! Dammi!”» (Pr 30,15), ironizzava il sapiente del libro dei Proverbi. Gesù, però, non è un parassita e se chiede qualcosa è perché desidera donare molto di più. Gesù ha solo da perderci con quel “Dammi da bere!”, perché, attingendo dalla brocca di quella scismatica, avrebbe contratto uno stato di impurità rituale. L’imperativo, apparentemente sgarbato, usato da Gesù per esprimere il suo bisogno, ha un valore profondo. Potrebbe essere espresso anche così: Dammi da bere la tua sete, perché sia estinta, e tu possa finalmente vivere. Gesù è «assetato di dissetarla» (S. Fausti). In effetti, colui che ora chiede acqua, finirà per dare sangue.
La Samaritana riconosce subito Gesù: non solo la sua identità giudaica, tradita forse dall’accento o dall’abbigliamento; ma soprattutto il suo tratto gentile. Scatta, così, l’ingaggio comunicativo tra i due. Colta di sorpresa (forse anche sedotta?) da quella richiesta, la donna indaga: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». Con questa non-risposta (che suona un po’ sarcastica), così precisa nel rimarcare la condizione religiosa e sessuale dei due, è lei stessa, paradossalmente, che mette in guardia a Gesù dal rischio della contaminazione rituale. Come vedremo, questo tono — sospettoso ma curioso; ironico ma accogliente — proseguirà, per sottintesi, fino a quando l’equivoco non verrà sciolto da Gesù stesso.
Gesù, novello Osea, nell’ora deserta del giorno (cf. Os 2,16), parla al cuore della samaritana, immagine di una moglie fedifraga che deve essere riconquistata. Muovendoci a cavallo tra antico e nuovo testamento, occorre aggiungere qualche dato importante della storia d’Israele, in modo da creare nessi ancora più profondi tra Osea e l’episodio della Samaritana.
Nel IX secolo a.C., dopo il colpo di stato del re Omri, in cima a un incantevole poggio venne fondata la città di Samaria, (1Re 16,24), una città “torre di guardia” (questo è il significato del suo nome, Shomron) che diventa capitale del regno. Certamente, la scelta non fu estetica ma strategica. Restava, tuttavia, il problema dell’approvvigionamento dell’acqua: in quella collina non c’erano sorgenti e il terreno era troppo sassoso per costruire pozzi. Così vennero costruite cisterne per rifornire d’acqua la città. In effetti, la tecnologia delle cisterne offriva una serie di vantaggi: si possono costruire ovunque, sono comode per chi va ad attingere l’acqua, sono all’interno delle mura cittadine e, dunque, tenute sotto controllo. Ma restano pur sempre riserve fragili d’acqua stagnante, di acqua facilmente contaminabile, di acqua che non disseta. Lo sa bene il profeta Geremia che utilizza la metafora della cisterna per denunciare l’assurdità del culto degli idoli come sostituto della fede sincera nel Dio che ha creato tutte le cose: «Due sono le colpe che ha commesso il mio popolo: / ha abbandonato me, / sorgente di acqua viva, / e si è scavato cisterne, / cisterne piene di crepe, / che non trattengono l’acqua». (Ger 2,13). Queste parole, anche se scritte circa duemila e cinquecento anni fa, sono straordinariamente attuali per parlare delle nostre “cisterne”, della fede riposta nelle nostre tecnologie o nel culto ai nuovi idoli di oggi (cf. a questo proposito P. Sequeri Contro gli idoli postmoderni, Lindau, Torino 2011): non più Nebo o Marduk o altri Baalim di Samaria, ma Ricchezza, Successo, Bellezza… e tante altre “cisterne” screpolate, che contengono acqua marcia e che, tra l’altro, sono destinate a seccarsi. Il risultato, però, è sempre lo stesso: un sostituto di Dio che non può soddisfare la nostra sete. Perché, allora, costruiamo “cisterne”? Per la stessa ragione che aveva convinto gli antichi: la comodità. In effetti, la sicurezza economica, il piacere, il potere, a volte persino la religione, intesa come pratica esteriore, possono diventare idoli a cui elemosiniamo brandelli di vita sicura, comoda: risultati effimeri che, tra l’altro, scorrono subito via nelle crepe delle loro false promesse: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete» (Gv 4,13).
Giù le maschere!
Ritorniamo al dialogo tra Gesù e la samaritana. Gesù intriga la Samaritana con una frase che tiene alta la tensione comunicativa tra i due: «se conoscessi il dono di Dio… tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 4,10). Non è un enigma per lasciare nell’ignoranza, ma per provocare la conoscenza. La donna ironizza sulla possibilità di Gesù di attingere dal pozzo: «non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe» (Gv 4,11-12). Quest’ultimo riferimento al patriarca che aveva costruito il pozzo anticipa la conoscenza che, pian piano, si forma nel grembo della Samaritana: Gesù è superiore a Giacobbe perché è il Messia. Si realizza, in altre parole, quello che Gesù dice subito dopo: «l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14). L’incontro con la Fonte non solo ci disseta, ma ci comunica lo stesso dono: essere fonte per altri. Davanti alla Fonte non siamo contenitori, ma diventiamo noi stessi sorgente d’acqua viva: siamo dissetati e dissetanti. Comprendiamo allora l’entusiasmo della Samaritana: «dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua» (Gv 4,15). C’è certamente, ancora una volta, un pizzico di ironia, ma appare chiaro che si sono ribaltati i ruoli, come si vede dal cambio dei soggetti dell’imperativo “dammi”: adesso è la donna che comanda Gesù. Ma era esattamente questa la situazione a cui Gesù voleva arrivare: attivare in lei un libero desiderio, che la predisponesse all’accoglienza del Messia-Sposo.
Quanti mariti ha la Samaritana? Cinque! Perché il testo ci offre questo dato apparentemente inutile? Ancora una volta la storia biblica ci offre la possibilità di una lettura a più dimensioni di quanto accadde al pozzo di Sicar. Dobbiamo ritornare alla guerra fratricida tra il Regno di Giuda e il Regno del Nord (la cosiddetta guerra siro-efraimita), che finì nel 733 a.C. con l’intervento del re assiro Tiglat-Pileser III, che deportò buona parte della popolazione in Assiria (2Re 15,29; 1Cr 5,26). Pochi anni più tardi, il Nord tentò nuovamente di ribellarsi agli Assiri, ma intervenne il re Salmanassar V che nel 722 a.C. distrusse la città di Samaria. Come abbiamo già detto, a seguito della capitolazione, ci fu una nuova deportazione della popolazione israelita in varie zone del nord della Mesopotamia (2Re 17,6), a cui corrisponde una deportazione di popolazioni di diverse origini nella neoistituita provincia assira di Samaria (2Re 17,24), da cui derivano i samaritani. Quando queste popolazioni pagane arrivarono in Samaria, trovarono una terra desolata, pietrosa, molto diversa dalle patrie fertili da cui erano stati allontanati. Per riappacificarsi con una natura ostile pensarono bene di aggiungere al loro pantheon anche la divinità del luogo. Pian piano la fede yhwh-sta prende piede tra i samaritani, che si lasciano volentieri contaminare dalle tradizioni locali. Così divennero seguaci della vera religione, pur mantenendo, in una sorta di sincretismo, il culto delle divinità che avevano importato dal loro paese d’origine.
Ora, leggendo 2Re 17,29-33, si possono contare almeno cinque divinità straniere: Succot-Benòt; Nergal; Asimà; Nibcaz e Tartak; Adrammèlec e Anammèlec. Ebbene, queste divinità della religiosità imbastardita dei samaritani non sono altro che una prefigurazione dei cinque mariti della Samaritana. È evidente che dietro a quella figura femminile si staglia, in tutta la sua drammaticità, la storia del suo Non-Popolo, ovvero dei samaritani.
La rivelazione
Il brano centrale (cf. Gv 4,20-26) si conclude con l’autorivelazione messianica di Gesù: «Io-Sono», ovvero con un richiamo a Es 3,14, in cui Dio rivelava il suo Nome a Mosè. Nel Quarto Vangelo, a differenza dei vangeli sinottici, Gesù non si preoccupa di nascondere la sua identità; d’altra parte, a differenza degli altri vangeli, non accade mai che una folla osannante riconosca la sua “messianica”. Piuttosto, la tensione narrativa si gioca tutto su una continua, logorante, esposizione di Gesù al fraintendimento da parte di quelli che lo circondano (per esempio, cf. Gv 8,27), persino dei suoi. Dunque, all’assenza di una progressione nella caratterizzazione dell’identità di Gesù corrisponde generalmente una forte drammaticità degli altri personaggi.
Anche nell’episodio della Samaritana si può notare questo. Sin dal Prologo il lettore conosce la divinità di Gesù; per di più, ha già incontrato l’«io-non-sono» del Battista rispetto all’identità messianica (Gv 1,20) e sponsale (Gv 3,28); anzi, è già tutto chiaro, grazie alla testimonianza del Battista, che Gesù, Logos incarnato, è Messia, Agnello e Sposo. Giunti al pozzo di Sicar, conosciamo praticamente tutto su Gesù. Tuttavia, Gesù non si sottrae al fraintendimento nel dialogo con la Samaritana, che viene accompagnata, pian piano, a riconoscere l’identità profonda di quel giudeo che le chiede un po’ d’acqua (ma che ancora non ha bevuto!).
L’esposizione al fraintendimento non è solo umiltà, ma pedagogia. La stessa pedagogia divina che leggiamo in Os 11,1-9. Con amore Dio educa Èfraim: «tenendolo per mano», con «legami di bontà», con «vincoli di amore», «come chi solleva un bimbo alla sua guancia», chinandosi su di lui e nutrendolo. Parole e gesti di indicibile tenerezza! Eppure, sembrano non bastare a Èfraim, che resta algido, duro a convertirsi. «Chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo». Perché accade tanta insensibilità? L’Amante non trova una risposta e si strugge interiormente. Nonostante tutto, non abbandona Èfraim, non la consegna ad altri, non dà sfogo alla sua ira. Anzi, Dio persevera nella fedeltà: «il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione».
La Samaritana è come Èfraim. Ma adesso la relazione non è fatta solo di gesti e parole, ma si attualizza nell’incontro con la carne del Pedagogo. Dio vince il cuore indurito di Èfraim-Samaritana con un metodo infallibile: facendosi egli stesso cuore che palpita. In effetti, “pedagogia” non è ciò che si dice o ciò che si fa, ma contatto vitale con «Io-Sono». Il pozzo di Giacobbe conteneva senz’altro una legge profonda, ma anche difficilmente attingibile. Adesso la Fonte zampilla in superficie e, finalmente, l’acqua scioglie il cuore indurito e debole dell’umanità.
Gv 4,26 è la prima ricorrenza dell’espressione «Io-Sono», che ritorna spesso lungo il Quarto Vangelo. Tutte le volte che viene pronunciata, non resta priva di effetto (cf. Gv 18,8). Anche in questa prima ricorrenza, a Sicar, l’«Io-Sono» ha l’effetto di abbattere gli idoli-mariti di Èfraim-Samaritana e di estendere la compassione di Dio su tutti i samaritani.
Dopo l’«Io-sono» di Gesù (v. 26) non servono più parole: quella rivelazione è acqua zampillante, che disseta definitivamente la sete della Samaritana. L’improvviso arrivo dei discepoli (v. 27) interrompe l’intimità tra i due. Poco importa: i due ormai si sono detti tutto; si sono conosciuti e riconosciuti. D’ora in poi, il dialogo proseguirà in maniera diversa: in spirito e verità. Grazie ad un’anfora era riuscita a dissetarsi, ma adesso non le serve più: abbandonandola, la Samaritana ammette che la sua sete è ormai un desiderio appagato dalla conoscenza di Gesù. Un dono non solo appagante, ma anche traboccante: lei, prima adoratrice della Fonte, diventa a sua volta sorgente, secondo la parola di Gesù (v. 14), e corre ad annunciare agli altri la buona notizia.
Dalla sete alla fame
Tutta la scena al pozzo si è svolta nel breve lasso di tempo impiegato dai discepoli per andare a comprare del pane. Quando arrivano al pozzo con la spesa, si accorgono che tra Gesù e la Samaritana si era acceso un dialogo e si stupiscono dell’agilità del Maestro nel superare le barriere religiose e di genere. Intanto, invitano il Maestro a nutrirsi. Ma Gesù risponde: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». Gesù si presta al gioco del fraintendimento, come aveva fatto con la Samaritana, ma su un diverso registro simbolico: dal bisogno della sete, si passa a quello della fame; al desiderio di essere dissetati, si aggiunge quello di essere saziati. Anche i discepoli fraintendono e pensano che qualcuno gli abbia portato da mangiare. Ma Gesù risponde che suo cibo è fare la volontà del Padre e compiere la Sua opera. Parafrasando, si potrebbe immaginare una risposta ai discepoli modellata su quella data alla Samaritana: Se conosceste il dono di Dio e Colui al quale dite “mangia!”, voi stessi mi chiedereste di darvi il pane della volontà del Padre. Scopriamo, così, che la Fonte d’acqua si nutre della volontà del Padre che lo ha inviato e dal quale fluisce continuamente. Qual è dunque quell’opera che sazia Gesù? Come Gesù è l’acqua che spegne la sete della Samaritana, così i samaritani che vengono verso Gesù sono quel cibo — ovvero l’opera del Padre! — che sazia la fame di Gesù. Insomma, avviene uno straordinario ribaltamento di ruoli: se Gesù spegne la sete della Samaritana, i samaritani convertiti saziano la fame di Gesù. Meraviglioso scambio di doni! Gesù dona ai samaritani l’acqua dell’eternità; i samaritani possono donare a Gesù il pane della volontà del Padre, se crederanno in lui.
La Samaritana corre in città a raccontare alla sua gente l’incontro con un «uomo» (non importa più che sia un giudeo): non un uomo come i precedenti sei mariti, ma un uomo che potrebbe essere il Cristo (il vero Sposo)! Anche se quella donna era conosciuta come “poco raccomandabile”, il suo entusiasmo vince ogni diffidenza nei suoi riguardi. Si noti il modo in cui la Samaritana dispensa il suo annuncio: «Che sia lui il Cristo?» (v. 29). Lei ne è convinta, ma nel porgere la sua testimonianza imita la pedagogia di Gesù, lasciando ai samaritani, primizia della mietitura, il compito e la gioia dell’indagine e della scoperta.
I samaritani non possono resistere alla sua testimonianza e, così, raggiungono Gesù per conoscerlo di persona. L’evangelista riporta il successo di quell’incontro: «Molti di più credettero per la sua parola» (v. 41). Gesù è riconosciuto come «salvatore del mondo», un titolo che ritornerà anche in 1Gv 4,14: «E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo». Questa professione di fede, una delle più solenni e complete del Nuovo Testamento, ha una portata universale che supera i confini della piccola provincia scismatica di Samaria. Insomma, quello che accade a Sicar supera le speranze della stessa profezia di Osea. I samaritani pregarono Gesù di dimorare con loro: l’invito a restare è un cliché delle scene al pozzo (cf. Gn 24,31-32; 29,14; Es 2,21). È un segnale che anche per gli altri samaritani (e anche per noi) si riattualizza l’incontro al pozzo. Quello che una volta è accaduto per la Samaritana, si può ripetere ogni volta quando preghiamo Gesù di dimorare in mezzo a noi.
La progressione della caratterizzazione della Samaritana, ovvero il suo cammino di fede
Siamo così giunti alla fine di questa lenta progressione nella conoscenza dello Sposo. E sappiamo che “conoscenza” non è solo uno sguardo informativo su un personaggio, ma incontro performativo con una persona. Lungo la lettura abbiamo incontrato questi titoli riferiti a Gesù: un uomo «Giudeo», «colui che ti dice “dammi da bere”», uno «forse più grande del nostro padre Giacobbe», «un profeta», uno che «mi ha detto tutto quello che ho fatto», forse «il messia». Questi titoli vanno letti, non come un progressivo disvelamento dell’identità di Gesù, di cui sappiamo già tutto sin dall’inizio del Quarto Vangelo: egli è il figlio di Dio, incarnazione del Verbo del Padre. Piuttosto, vanno considerati come specchio di una progressione della conoscenza della Samaritana riguardo a Gesù. Questa progressiva conoscenza di Gesù svela, però, un aspetto utile per meditare e pregare con questa pericope: lo “schema” decisivo del racconto è la maturazione della stessa Samaritana, cioè la trasformazione della sua auto-consapevolezza man mano che lei attinge alla Fonte. In effetti, la donna non cala mai un catino dentro al pozzo, ma percepiamo chiaramente il suo continuo desiderio di attingere da Gesù. D’altra parte, anche Gesù non beve neppure un sorso d’acqua, perché si disseta solo della relazione che intrattiene con quella donna.
Ripercorriamo, dunque, i singoli titoli cristologici: all’inizio del racconto, nel percepire Gesù giudeo e uomo, la Samaritana evidenzia il suo svantaggio di partenza, di essere donna e scismatica (come afferma lei stessa), quindi in un certo senso nemica di Gesù; la risposta di Gesù, che parla di sé in terza persona («chi colui che ti dice “dammi da bere”»), crea uno spazio di libertà nella relazione, che permette alla donna di incuriosirsi, di rimanere coinvolta, di non essere più una nemica, ma un interlocutrice affidabile e di pari dignità; nella successiva provocazione, che ironizza sulla comparazione tra Gesù e il «nostro» padre Giacobbe, la donna riconosce una comune ascendenza con quell’interlocutore seduto al pozzo e comincia a percepirsi non più come nemica, ma come sorella; il dialogo procede e la donna si accorge che Gesù è un «profeta» e, riconoscendolo tale, si riconosce come destinataria di una rivelazione, di un messaggio di salvezza, quindi si percepisce ascoltata e salvata; il fatto che Gesù, poi, le dice tutto quello che ha fatto, la fa sentire un’amica amata di Gesù; infine, l’aver riconosciuto quell’uomo come «messia», la rende testimone gioiosa.
La progressione della Samaritana (da attualizzare nei nostri cammini di fede) si può sintetizzare con il seguente elenco: donna-nemica; interlocutrice; sorella; salvata; amata; gioiosa. Ma la gioia è piena solo quando è condivisa. Ecco, allora, che questa testimonianza giunge a perfezione quando lei insieme agli altri samaritani finiscono col credere che davvero Gesù è «il Salvatore del mondo». La progressiva trasformazione della Samaritana si estende a tutti samaritani: la Fonte, non ha solo dissetato, ma ha creato una fonte, anzi tante fonti dissetanti, mentre lui resta saziato dal compiersi della volontà del Padre.
Da quei terreni rocciosi della Samaria è sgorgata non solo acqua, ma anche la possibilità di rendere sempre entusiasmante, fresco e attuale l’incontro con il Signore risorto, anche nelle nostre stanchezze, anche nelle ore sbagliate, anche se ci sentiamo sbagliati, anche nei terreni aridi della storia.
Prima lettura (Es 17, 3-7)
Dopo Adamo (I domenica) e Abramo (II domenica), la prima lettura della III domenica di quaresima ci propone l’esempio di Mosè, alle prese con le mormorazioni del popolo. Gli entusiasmi della grande epopea esodale si spengono e la terra promessa appare lontana. Il popolo soffre la sete: manca l’acqua per il corpo e la fiducia per lo spirito. Il popolo comincia a pensare che Dio lo ha condotto nel deserto per farlo morire.
In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?».
Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!».
Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà».
Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele. E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».
«Perché protestate con me? Perché mettete alla prova il Signore?» (Es 17,2)
Solo due capitoli separano il cantico di Miriam (cf. Es 15) dal piagnisteo del popolo, raccontato dalla lettura odierna. Nel giro di poco tempo il popolo dimentica il mirabile trionfo del Signore sul faraone d’Egitto. Come nella prima domenica di quaresima, ricompare il simbolo (ambiguo) del deserto, insieme al bisogno di attraversarlo, di sopportare la prova di un decisivo passaggio: «il passaggio dal deserto, luogo “di serpenti brucianti e di scorpioni, di sete, in cui non v’è acqua» (cfr. Dt 8,15), al giardino della Terra promessa, la terra in cui “scorre latte e miele, la più bella tra tutte le terre” (cfr. Ez 20,6.15). Ma anche il passaggio dal deserto della desolazione, del peccato e della separazione da sé, dai fratelli e da Dio al giardino dell’incontro e dell’intimità» (F. Giuntoli, L’anima dei luoghi. Un itinerario biblico dal “deserto” al “giardino”, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2009, p. 11).
La sfiducia prevale nell’accampamento e il popolo muove a litigio (in ebraico, meribah) contro Dio, non si crede più delle sue promesse e lo mette alla prova (massah). Il cammino di liberazione viene squalificato dalle mormorazioni del popolo. L’ultimo versetto della lettura esplicita bene la crisi abbandonica che ha colto il popolo: «Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?» (v. 7). Il popolo dimentica che Dio è l’autore di quel gesto kenotico che ha scatenato tutta l’epopea esodale: «Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire …» (Es 3,8).
La pedagogia di Dio
Mosè si sente minacciato, non sa cosa fare e grida aiuto. Dio non risponde a tono (almeno in questo primo momento) con castighi e minacce, ma mostra di capire le fragilità del suo popolo; e comanda a Mosè di impugnare il bastone con cui aveva percosso il Nilo e di percuotere la roccia per far scaturire l’acqua. Così facendo, insegna al popolo che Chi dona l’acqua è più importante del dono stesso. Ci si procura l’acqua non con la ricerca affannata di un’oasi, ma confidando in Dio. Giustamente, Paolo nella sua lettura cristologica attualizzerà questo messaggio, accostando l’immagine della roccia a Cristo (1Cor 10,3-4), a Colui, cioè, che disseta continuamente il popolo in cammino.
Attualizzazione
Massa e Meriba si ripresentano anche lungo il cammino della chiesa. I cristiani non sono esonerati dal compiere il passaggio pasquale. L’inizio del cammino può sembrare facile, ma poi, inevitabilmente, l’asperità della via ci espone al rimpianto delle cipolle d’Egitto. Oltre che dalla “falsa sete” dei rimpianti e dei sensi di colpa, il cammino è minacciato anche dalle delusioni, contro cui, troppo spesso, si vanno a sbattere i propositi personali e comunitari. Coltiviamo, però, la speranza che Dio sarà paziente anche con noi; anche per noi sgorgherà quell’acqua che spegnerà le “passioni tristi” e renderà rigogliosa e entusiasmante la nostra vita.
Richiamo al Vangelo
È ovviamente il tema della sete il trait d’union tra prima lettura e vangelo, anche se il simbolo è messo in esercizio in modo diverso. Nell’esperienza del popolo nel deserto la sete è un casus belli contro Dio; una ribellione che, poi, viene pedagogicamente sfruttata da Dio a vantaggio del popolo. Nella pagina di Gv 4, invece, la sete diventa un’occasione d’incontro tra Gesù e la Samaritana.
Seconda lettura (Rm 5,1-2.5-8)
Nella I domenica di quaresima avevamo letto Rm 5,12-19. Ora la liturgia ci propone una selezione della pericope precedente (appunto, Rm 5,1-2.5-8), con cui Paolo esprime una tesi semplicissima: un Dio che ama così, fino al sacrificio estremo del Figlio, non delude mai.
Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio.
La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
Proviamo a cogliere lo sviluppo del discorso paolino, concatenando alcune parole-chiave: la fede espone il credente alla giustificazione; la giustificazione procura la pace e l’accesso alla grazia; per mezzo della grazia si resta saldi nella speranza; la speranza trova riscontro nell’amore di Dio riversato nei nostri cuori. Ancora più sinteticamente: dalla fede, attraverso la speranza, fino all’amore.
In questo sviluppo, a ben vedere, nulla dipende dai nostri propositi. Forse, l’unico merito che possiamo vantare è l’ascolto della Parola, grazie al quale può radicarsi la fede teologale. Per il resto, la nostra umanità, a motivo della sua incostanza e fragilità, non può vantare alcun merito. La speranza non è assicurata dalle nostre buone opere, ma dall’amore di Dio; un amore molto diverso da quello che può esprimere l’uomo; un amore che entra in gioco «mentre eravamo ancora peccatori» (v. 8). Tutto è grazia! Per questo, la speranza non delude: non a causa della nostra capacità di amare, ma in virtù della sua. Certamente, questo dinamismo di gratuità ci spinge alla risposta, attraverso una piena e audace configurazione della nostra esistenza alla passione di Cristo.
Richiamo al vangelo
Nella seconda lettura abbiamo letto che «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). Deve essere stata questa l’esperienza della Samaritana, quando ha incontrato Gesù. Il cuore della donna, assetato di amore, ha reso possibile l’incontro sponsale con lui. Anche noi, adorando Dio in spirito e verità, possiamo riempirci dell’amore di Cristo, che allarga il nostro cuore alla “capacità” di amare.

