di Carmelo Russo

26 aprile 2026

Vangelo (Gv 10,1-10)

Da tradizione, la IV domenica di Pasqua è dedicata a Gesù “Buon Pastore”, a motivo della proposta del capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, distribuito nello schema triennale del lezionario festivo. Nel ciclo A si legge la prima parte del capitolo, che segue immediatamente l’episodio del cieco nato. In questa continuità, emerge un interessante gancio tra la chiave catecumenale della IV domenica di Quaresima e quella mistagogica-ecclesiale di questa IV domenica di Pasqua.

In quel tempo, Gesù disse:

«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.

Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».

Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.

Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.

Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Brevemente, occorre riprendere il vangelo della IV domenica di Quaresima: la guarigione del cieco nato. Dopo la sua scomunica (cfr. Gv 9,34: «lo cacciarono fuori»), l’ex-cieco incontra Gesù, che lo invita a credere nel Figlio dell’Uomo (cfr. Gv 9,35-38). La guarigione è causa di una “uscita” (dallo schema rigido dei Giudei) in vista di un “ingresso” nella verità che rende liberi. Gesù, operando segni, “segna” un discrimine: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo» (Gv 9,39). Ogni discrimine richiede, appunto, l’articolazione di un “dentro” e di un “fuori”. In qualche modo, l’intero discorso è una catechesi mistagogica che, dopo l’illuminazione, intende assicurare l’incorporazione del guarito al «Figlio dell’Uomo», approfondendo la dimensione ecclesiale del segno grazie all’immaginario pastorale.

Ebbene, la pericope odierna sviluppa il richiamo al giudizio di Gv 9,39, presentando due movimenti: il movimento del pastore, da fuori a dentro (vv 1-2); il movimento delle pecore, da dentro a fuori (vv. 4-5). Il v. 3 segnala l’inversione del movimento. Dopo la costatazione sull’incomprensione dell’uditorio (cfr. v. 6), il discorso continua in prima persona, con l’immagine della porta (cfr. vv. 7-10).

Da fuori a dentro

Senza soluzione di continuità, le prime parole di Gesù del capitolo 10 rappresentano il prosieguo di Gv 9,41: «Gesù rispose loro [ossia ad alcuni farisei]: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane”». Dobbiamo immaginare, allora, che la similitudine dei vv. 1-5 abbia lo scopo di fronteggiare le chiusure dei farisei, in vista di un nuovo modello di appartenenza.

Nel primo movimento (vv. 1-2), Gesù fa riferimento a un ingresso irregolare nel recinto delle pecore (eis tēn aulḕn tōn probàtōn), da parte di un ladro e brigante che non usa la porta del recito, ma che entra da un’altra parte. Il pastore, invece, entra nel recinto attraverso la porta. Secondo alcuni autori il termine aulḕ è un richiamo abbastanza esplicito al recinto sacro del tempio (in 115 occorrenze su 177 la LXX usa aulḕ per indicare il recinto del tempio o della tenda; cfr. anche Ap 11,2). Il termine, più in generale, potrebbe rappresentare il disegno dei confini identitari del popolo dell’Alleanza. Qualunque sia l’interpretazione, Gesù non entra nella storia del suo popolo come un ladro (di nascosto) o un brigante (con violenza). Egli è quel giudeo che aveva risposto alla domanda della Samaritana con un’affermazione che non si presta a fraintendimenti: «la salvezza viene dai Giudei» (Gv 4,22). Ebbene, nei vv. 1-2 Gesù, ancor prima di autodefinirsi il «bel pastore» (cfr. il v. 11, che viene letto nell’anno B), asserisce di essere il pastore “autentico”, che entra legittimamente nel recinto attraverso la porta. È sulla base di questa autenticità — che lo impregna dell’odore delle pecore, per dirla con Papa Francesco — che egli può essere guida delle pecore. Solo a lui spetta il giudizio sul “dentro” e sul “fuori” e, come vedremo, sul passaggio da dentro a fuori, e viceversa.

Si faccia attenzione a non considerare questi confini identitari come qualcosa di negativo, da cui emanciparsi definitivamente. Il problema non è il confine, ma il divieto di transito. La successiva interpretazione della similitudine (cfr. vv. 7-10) non asseconda un senso unico, in uscita, ma ammette un doppio senso di marcia. Gesù dirà: «se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (v. 9). Pertanto, nell’omelia, si eviti di semplificare troppo la similitudine: non è vero che nel recinto le pecore vengono munte, tosate e macellate, mentre fuori possono pascolare libere; al contrario, l’ovile offre anche riparo alle pecore, risparmiandole dagli attacchi delle belve feroci. Il punto focale del discorso di Gesù (che è anche l’intento mistagogico ed ecclesiologico dell’Evangelista) è di offrire un nuovo criterio di appartenenza. Ci sono anche «altre pecore che non provengono da questo recinto» (v. 16): queste formano un’unica realtà con quelle dentro al recinto. Gesù sarà il garante e il criterio della transitabilità, tra dentro e fuori. Il recinto, dunque, è un limite non da abolire, ma da frequentare liberamente, perché dispone di una porta speciale — la Porta fatta carne! (cfr. v. 7) — che rende possibile l’osmosi tra i cristiani che vengono dalla sinagoga e i cristiani che appartengono alle genti: «diventeranno un solo gregge, un solo pastore» (v. 16).

Il Portinaio

Nel v. 3 si passa dall’azione dell’entrare (del pastore) all’azione di uscire (delle pecore): l’ingresso del pastore è la condizione per condurre fuori le pecore dell’ovile. Qui, tuttavia, accanto alla figura del pastore, compare quella di un portinaio (thyrōròs) che apre la porta al pastore, perché lo riconosce come il proprietario del gregge. Il thyrōròs appartiene al Pastore; è una sua estensione, quasi una sua risonanza. Non è chiaro se si tratta di uno sdoppiamento dell’unica caratterizzazione del Pastore, utile ad approfondire la sua missione, oppure se l’introduzione del guardiano rimandi, piuttosto, a Giovanni Battista, l’amico dello Sposo e, qui, anche guardiano dell’ovile del Pastore. Sempre al v. 3, si dice che le pecore ascoltano la «voce» del Pastore, ossia la sua estensione sonora. Ebbene, il temine phonḕ è il modo in cui il Battista qualifica la sua missione rispetto al Logos (cfr. Gv 1,23). Lo stesso rapporto potrebbe essere proposto anche nel nostro brano: il portinaio è al servizio del Pastore come la phonḕ è al servizio del Logos. Le pecore ascoltano la voce (il Battista) del Pastore (Gesù). Che cosa aveva detto quella voce? Il Battista aveva professato che Gesù è il figlio di Dio (Gv 1,34); aveva testimoniato di non essere degno di slegare il laccio del sandalo (Gv 1,27), identificando così il Messia-Sposo; inoltre, aveva additato al popolo: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!» (Gv 1,29). Così, grazie all’introduzione del portinaio dell’ovile si viene a creare una splendida stratificazione di immagini che riguardano l’identità di Gesù: il Logos-Pastore, grazie alla risonanza del Battista, è anche l’Agnello-Sposo; è Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo. Nell’Antico Testamento Dio stesso era il Pastore d’Israele, che viene a sostituire tutti i pastori cattivi che hanno oppresso e sfruttato il popolo (cfr. Ez 34). Quest’immagine del Pastore definitivo è ripresa da Gesù, ma arricchita, per contrasto, dell’immagine dell’Agnello che appartiene all’ovile d’Israele. Attraverso la risonanza del portinaio, dunque, il Pastore è perfettamente udibile dalle pecore dentro al recinto, che possono finalmente fidarsi di Colui che le chiama per nome e le conduce fuori.

Da dentro a fuori

Nei vv. 4-5 scompare la figura del thyrōròs, perché è il Pastore stesso che conduce fuori le pecore verso i pascoli. La missione del Battista si esaurisce. Le pecore seguono adesso solo il Pastore, perché riconoscono la sua voce. A differenza del v. 3, dove si leggeva che «le pecore ascoltano la sua voce», al v. 4 si approfondisce lo stesso concetto affermando che le pecore «riconoscono la sua voce». Uscendo dal recinto, venendo meno il ruolo del portinaio, il Logos si fa anche phonḕ. La riconoscibilità della voce Gesù permette un accesso immediato alla salvezza. Le mediazioni e le promesse antiche restano valide, ma non sono più una dogana: anche «altre pecore», quelle dell’ultima ora, possono partecipare al dono di grazia inaugurato dal buon Pastore.

Il Pastore cammina davanti alle pecore ed esse possono seguirlo (akoloutheō). Chi ha la fortuna di ammirare dal vivo il modo in cui un pastore conduce il proprio gregge, si accorgerà che normalmente un pastore si colloca dietro gregge, e non davanti. Il pastore, infatti, guarda le spalle del gregge, «porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri» (Is 40,11). Il fatto che qui il Buon Pastore si collochi davanti al gregge appare strano. Nell’utilizzo di una similitudine (nel nostro caso tratta dal mondo pastorale), quando sopraggiunge un elemento inatteso o irrituale, allora bisogna stare attenti, perché è qui che si manifesta in maniera evidente l’intento comunicativo. La collocazione avanguardistica del Pastore potrebbe alludere, ancora una volta, alle parole del Battista: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me» (Gv 1,30). Il guardiano resta dietro, nei pressi del recinto, mentre il Pastore va avanti, verso i pascoli: è l’immagine di un gregge ordinato, che segue Cristo senza ignorare le proprie radici ebraiche; forse anche un monito rivolto ai pastori della chiesa di oggi di non occupare mai il primo posto, ma di custodire il gregge loro affidato, rimanendo dietro. In base a questa lettura, bisognerebbe rimodulare il cliché omiletico di questa IV domenica, secondo cui il Buon Pastore sarebbe il prototipo dei “pastori” della chiesa di oggi. Sì e no. Se l’immagine di Gesù che cammina davanti è letta nella sua ricchezza di rimandi, si capirà che solo il Pastore, «luce del mondo» (Gv 9,5), cammina avanti per illuminare il gregge, come la colonna di fuoco nell’esodo, che marcia alla testa del popolo; si capirà, soprattutto, che solo il Pastore, «l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo» (Gv 1,29), si colloca in avanguardia, perché sarà il primo a sacrificarsi per riscattare l’intero gregge. Agli altri “pastori”, quelli della chiesa, anch’essi parte del gregge, non resta che un compito di “pecore da retroguardia”, per difendere il gregge contro eventuali attacchi alle spalle. Paradossalmente, queste “pecore-pastori” della chiesa devono fare come don Abbondio, il quale «se si trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col più forte, sempre però alla retroguardia» (A. Manzoni, I Promessi Sposi). Qui, il «più forte» (secondo l’annuncio del Battista in Mc 1,7) è appunto il Pastore delle pecore: le “pecore-pastori” devono stare dietro Gesù e dietro al gregge. Certo, non con gli stessi sentimenti di don Abbondio: lo stare alla retroguardia è un atteggiamento proattivo, esercitato per conto del Pastore, con coraggio, sapendo che, in caso di attacco alle spalle, la retroguardia diventa avanguardia, mettendo in conto l’eventualità di doversi trovare al posto del Pastore-Agnello nel sacrificio estremo della vita.

Ritorniamo a sottolineare l’evidente legame di Gv 10 con il racconto precedente. Si noti, infatti, l’uso di ekballō sia in Gv 9,34.35 che in 10,4. Il cieco guarito solo apparentemente è stato cacciato fuori dalla sinagoga dalle autorità giudaiche (aposynagōgos, secondo Gv 9,22). In realtà, è stato proprio Gesù a portarlo fuori: è, appunto, questo movimento di uscita dal recinto dei Giudei che viene simbolicamente ripreso dalla parabola di Gv 10,1-5. Il Pastore, che è entrato legittimamente nel recinto di Israele, legittimamente conduce fuori le sue pecore. Come si è detto, non è una presa di posizione contro il recinto antico, ma l’avveramento delle promesse custodite da quel recinto: «Su pascoli erbosi mi fa riposare, / ad acque tranquille mi conduce. / Rinfranca l’anima mia, / mi guida per il giusto cammino / a motivo del suo nome» (Sal 23,2-3).

L’incomprensione

Dopo il discorso immaginifico dei vv. 1-5 l’Evangelista annota l’incomprensione da parte dell’uditorio (ossia dei farisei, gli ultimi personaggi menzionati in 9,40). «Gesù disse loro questa similitudine [paroimia], ma essi non capirono di che cosa parlava loro». Il termine paroimia significa “discorso velato, enigmatico”. In Gv 16,25.29 si contrappone a parrēsia, che rappresenta l’ultimo stadio della comunicazione di Gesù. Secondo 16,25-33, solo chi riconosce Gesù come l’Inviato del Padre può accedere al vero senso delle sue parole. I farisei mancano appunto in questo fondamentale riconoscimento, che Gesù non è un ladro o un brigante, ma l’Inviato, il Messia. Inevitabilmente, senza questo presupposto, le parole di Gesù suonano per i farisei come paroimia, non tanto a motivo di un presunto intento enigmatico da parte di Gesù, ma a causa della loro rigidità. Nello sviluppo dei vv. 7-18, sarà Gesù stesso a venire incontro alla loro sordità, offrendo una spiegazione del precedente discorso parabolico.

Il Pastore è la Porta

Ci limitiamo a considerare i vv. 7-10, che chiudono il vangelo odierno. Per ben due volte, ai vv. 7 e 9, Gesù si identifica con «la porta delle pecore» mediante la nota formula di rivelazione «Io sono». L’immagine della porta evoca Gv 5,2, dove si segnalava l’esistenza di una «probatica», cioè della Porta delle Pecore, attraverso cui gli animali sacrificali entravano sulla spianata del tempio per essere immolati.

La prima ricorrenza di «Io sono la Porta» (v. 7) deve essere messa in relazione con il movimento “da fuori a dentro” dei vv. 1-2. A differenza dei ladri e dei briganti che sono venuti prima di lui, Gesù Pastore è entrato legittimamente nell’ovile delle pecore perché egli stesso è Porta di accesso all’ovile. È evidente lo slittamento del significato: Gesù, legittimato a transitare dalla porta per entrare a contatto con le pecore, ora si identifica con la Porta stessa, ovvero con l’elemento che garantisce il transito. In questo suo farsi varco calpestabile, passaggio carrabile, soglia attraversabile, si condensa tutto il mistero di Pesaḥ, ogni esperienza di attraversamento. Il v. 8 chiude riproponendo il contrappunto polemico contro ladri e briganti, inascoltati dalle pecore, che fanno emergere ancora meglio la sovranità totale di Gesù, contro chi, invece, ha tradito la missione di sorvegliare il gregge.

Nella seconda ricorrenza di «Io sono la Porta» (v. 9) si commenta il secondo movimento “da dentro a fuori” dei vv. 4-5, a favore delle pecore, evidenziando così la funzione soteriologica della metafora: «se uno entra attraverso di me, sarà salvato». Si aggiunge anche che «entreranno e usciranno», a garanzia della libera circolazione del gregge nel doppio senso di marcia. Al v. 10 emerge nuovamente un contrappunto polemico, contro il pericolo letale dei falsi pastori, che vengono a «rubare, sgozzare, far perire» (in antitesi al precedente «salvare»). Gesù, invece, è venuto «perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (sull’accumulo di “vita” e “abbondanza” cfr. anche Gv 3,16; 5,24; 6,40.51; 11,25; 20,31).

In conclusione, l’enunciato «Io sono la Porta» opera uno slittamento di significato: la porta diventa figura dell’apertura, del passaggio; tramite Gesù-Porta è possibile accedere al popolo dell’Alleanza; attraverso di lui le pecore (interne ed esterne al recinto) diventano popolo di Dio. La metafora della porta evoca la dimensione della soglia, che, allo stesso tempo, separa e unisce due ambienti. Opportunamente, san Girolamo non usa porta o janua, ma traduce: «Ego sum ostium». Il termine ostium richiama l’idea di una generica apertura nella sua fisicità: una porta, un varco o la bocca di un fiume. Nasce dalla stessa radice del termine os, cioè “bocca”, cioè la parte del corpo più attenta nello scambio tra l’interno e l’esterno, attraverso la parola e il nutrimento. Gesù-Ostiario evoca, pertanto, l’esperienza della soglia, ovvero la possibilità di una comunicazione vitale tra l’ovile e il pascolo. Egli è il garante del passaggio delle pecore, affinché si realizzi, in piena comunione con Dio, la libertà del gregge. La vita in abbondanza promessa alle pecore è l’esito della Pasqua di Gesù.

Attualizzazione

Sullo sfondo dell’interpretazione dei vv. 7-10 si intravede l’eterogenea comunità giovannea della fine del I sec., che fa fatica a convergere in un solo gregge con un solo Pastore. L’immagine della Porta fatta carne — a bassa-soglia, dunque, facilmente valicabile — contribuisce a rendere molto concreto l’intero discorso. Verosimilmente, Gesù ha davanti scomunicato (ex-cieco) e scomunicanti. Ha davanti anche le piaghe della chiesa di oggi. Le sue parole, al di là di qualche punta polemica, sono rivolte soprattutto a convincere gli uditori sulla facilità d’accesso al mistero dell’Agnello-Pastore, sia da parte dei Giudei che dei pagani. La metafora si presta a potenti attualizzazioni nel nostro contesto in cui, accanto a una apparente omologazione, si innalzano spesso steccati identitari, anche dentro la chiesa, accampando vecchie e nuove ragioni per giustificare atteggiamenti esclusivistici e intolleranti.

Allargando lo sguardo sull’intero passaggio di Gv 9 – 10, cogliamo la bellezza dei processi trasformativi e inclusivi inaugurati da Gesù: guarigione del cieco, segregazione in vista della professione di fede, aggregazione al gregge. Le comunità cristiane di oggi sono in grado di catalizzare questi processi (iniziatici, ecclesiali e mistagogici) che donano vita in abbondanza?

Prima lettura (At 2,14a.36-41)

La lettura odierna riporta la conclusione e l’esito del lungo discorso di Pietro, che in parte abbiamo ascoltato domenica scorsa. L’annuncio finale — il Crocifisso risorto è Signore e Messia — trafigge il cuore degli astanti, che si convertono e chiedono di essere aggregati alla chiesa.

[Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».

All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?».

E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro».

Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone.

La certezza del Crocifisso

Il discorso di Pietro si conclude con una solenne confessione di fede: «Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». L’accento di questo kerygma è posto sull’evidenza storica del Crocifisso, che si porta dietro lo scandalo della maledizione secondo la legge: «maledetto chi pende dal legno» (Dt 21,23). Ebbene, quel Crocifisso è Kỳrios, titolo che riveste un’importanza decisiva nell’opera lucana, e Christòs, cioè il Messia atteso dalla casa d’Israele. Pietro ha davanti giudei e proseliti che compongono la «casa d’Israele» in patria e in diaspora: nessuno può accampare l’alibi dell’ignoranza; il mistero del Crocifisso è stato notificato a tutti. L’imperativo con cui si intima a conoscere (ginōsketō) è preceduto da un avverbio — «con certezza» (asphalṑs) — che richiama il prologo (e, dunque, l’ingaggio comunicativo) del Vangelo lucano: «… in modo che tu possa renderti conto della solidità [asphaleia] degli insegnamenti che hai ricevuto» (Lc 1,4).

Il cuore trafitto

Dalla solidità dell’annuncio scaturisce un effetto immediato. Gli astanti si sentono trafiggere il cuore. Il discorso di Pietro non resta un mero contributo informativo, ma scava un solco profondo nell’esistenza degli uditori. L’ascolto della Parola non lascia indifferenti: interpretata dalle parole dalla chiesa, la Parola sortisce l’effetto di irrigare l’aridità del cuore. Il verbo, con cui si sottolinea la trafittura del cuore, è katanỳssomai. La forma semplice nysso ricorre in Gv 19,34 per indicare il colpo di lancia che squarcia il costato del Crocifisso. Quando si annuncia il Crocifisso, in qualche modo, si realizza negli uditori quanto si annuncia. Davvero la Parola è «la spada dello Spirito» (Ef 6, 17), «viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4, 12). Nel libro dell’Apocalisse si legge che dalla bocca del Risorto «usciva una spada affilata a doppio taglio» (Ap 1, 16), che attraversa il cuore del credente in maniera irresistibile, al punto da fargli cambiare orientamento di vita.

Si capisce bene, allora, la richiesta degli astanti: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». Per chi è stato trafitto, lo snodo morale diventa un’esigenza improrogabile. La perforazione del cuore non ci lascia passivi; al contrario, crea uno spazio di libertà in cui possiamo muoverci. La fede in Gesù, se è un avvenimento, opera altri avvenimenti. La risposta di Pietro si articola in tre punti: anzitutto, la conversione (si usa il verbo metanoeō), per andare al di là dello schema di questo mondo; poi, il battesimo nel nome di Gesù Cristo, per essere innestati nella sua Pasqua e ricevere il perdono dei peccati; infine, il dono dello Spirito Santo. Pietro conclude con una sorprendente evocazione di Gl 3,5, che rivela la portata universale del suo discorso: «Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». Siamo nel giorno di Pentecoste e gli eventi straordinari di At 10 (l’effusione dello Spirito sui pagani) non sono ancora accaduti. Eppure, Pietro già qui apre una possibilità a «tutti quelli che sono lontani», lasciando presagire quanto verrà chiarito più avanti nella storia: la portata universale della salvezza di Gesù tramite il dono dello Spirito.

Con molte altre parole

Accanto al kerygma, Pietro esorta «con molte altre parole». È questa la missione della chiesa, di ieri e di oggi: rendere più “rotondo” il kerygma, frugando nei vocabolari di oggi, per trovare le giuste parole — non molte! — in grado, quantomeno, di smascherare le false parole del mondo. Così Pietro “arrotonda” il suo precedente discorso: «Salvatevi da questa generazione perversa!». Le spine possono soffocare il germoglio. Pertanto, oggi più che nel passato, è opportuno mettere in guardia, anche con un pizzico di ironia, da un male che sembra autorigenerarsi (anche in questo senso si potrebbe intendere «generazione perversa»). D’altra parte, la “generazione nuova” deve accontentarsi di crescere in mezzo ad una generazione perversa, come insegna la parabola del grano e della zizzania.

Dopo la Parola che trafigge, dopo l’articolazione morale della fede e dopo gli “arrotondamenti” attualizzanti, la lettura si chiude sottolineando il risvolto ecclesiale dell’intero discorso petrino: «Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone». L’agente sottinteso di questa aggiunta è lo Spirito (si noti, infatti, il passivo teologico), che, però, opera attraverso l’annuncio apostolico. Si realizza qui quello che Gesù aveva detto a Pietro: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10). Il metodo di Dio è “aggiunge chiesa” mediante la chiesa: conviene ricordarlo, soprattutto quando pensiamo di “fare pastorale” attraverso pie imprese individuali.

Richiamo al Vangelo

Se in At 1,15 si contavano centoventi presenze, dopo il trafiggente discorso di Pietro, si riporta che circa tremila persone si lasciano battezzare. L’esito di Pentecoste è la crescita numerica dei credenti che hanno accolto la predicazione apostolica. A ben vedere, questo processo di aggregazione alla chiesa richiama il percorso del cieco: guarito, scomunicato e, infine, aggregato dal Pastore al suo gregge. In definitiva, è il Pastore che convoca le sue pecore, chiamandole ciascuna per nome. Se la Porta resta sempre spalancata, allora la chiesa, sacramento di accoglienza, non può trasformarsi in una “dogana”.

Seconda lettura (1Pt 2,20b-25)

Il brano propone un antico inno, probabilmente in uso nelle liturgie della chiesa primitiva. L’inno propone la passione di Cristo come esempio per i destinatari della lettera, soprattutto davanti alla prova e alla sofferenza ingiusta. Il richiamo finale alle pecore e al «pastore e custode» delle anime si inserisce bene nel contesto della IV domenica di Pasqua.

Carissimi, se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché

anche Cristo patì per voi,

lasciandovi un esempio,

perché ne seguiate le orme:

egli non commise peccato

e non si trovò inganno sulla sua bocca;

insultato, non rispondeva con insulti,

maltrattato, non minacciava vendetta,

ma si affidava a colui che giudica con giustizia.

Egli portò i nostri peccati nel suo corpo

sul legno della croce, perché,

non vivendo più per il peccato,

vivessimo per la giustizia;

dalle sue piaghe siete stati guariti.

Eravate erranti come pecore,

ma ora siete stati ricondotti al pastore

e custode delle vostre anime.

L’Apostolo fornisce subito la chiave di lettura dell’inno che segue — un inno che evidentemente apparteneva al “sentire” delle prime comunità cristiane; magari cantato nelle assemblee liturgiche; capace, dunque, di scaldare il cuore —: «se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio». Il trauma è la sofferenza ingiusta del giusto, che può essere valorizzata solo dentro l’esperienza di Cristo. Come vedremo, l’inno attinge a piene mani dalle pagine del servo sofferente illustrato secoli prima dal profeta Isaia. C’è sofferenza e sofferenza: certo, ogni sofferenza umana assomiglia a quella di Cristo, ma non tutto il dolore è automaticamente salvifico. Lungi da ogni forma di dolorismo, solo seguendo le orme di Gesù è possibile sperimentare il senso soprannaturale ed insieme umano della sofferenza: «È soprannaturale, perché si radica nel mistero divino della redenzione del mondo, ed è, altresì, profondamente umano, perché in esso l’uomo ritrova se stesso, la propria umanità, la propria dignità, la propria missione» (Lettera Apostolica di Giovanni Paolo II, Salvifici Doloris, 1984, n. 31). L’ascesi della gioia, propria di questo tempo di Pasqua, non può sottrarsi dal compito di integrare anche la dimensione del trauma e del dolore.

L’esempio della passione di Cristo

La prima parte dell’inno (vv. 21-23) illustra l’esempio del Christus patiens, che viene offerto all’imitazione del credente. Nella descrizione spiccano alcune caratteristiche. La sofferenza di Gesù non nasce dal peccato e dall’inganno. Egli è il Giusto per eccellenza. I rimandi impliciti a Is 53,5-12, collegano la passione di Gesù a quella del misterioso Servo di Yhwh, che subisce l’oltraggio fisico e psicologico a causa dei peccati del popolo, ma che poi viene riscattato da Dio. Basterebbe citare questa pagina (a cui aggiungere, eventualmente, la prova del giusto Giobbe) per capire che anche il giudaismo aveva superato l’equivalenza tra sofferenza e peccato. Con l’avvento della Croce e della sofferenza ingiusta patita dal Figlio di Dio, il dolore diventa, non solo una dura realtà da sopportare, ma un appello d’accogliere nella fede. Se Cristo ha accolto la passione, allora anche i discepoli sono chiamati ad accogliere la sofferenza, come eventualità cristificatrice. Anzi, ogni credente è chiamato a dire lietamente insieme a San Paolo: «do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24). Grazie al suo affidamento «a colui che giudica con giustizia», i patimenti di Cristo diventano paradigmi per la rielaborazione in chiave salvifica persino della sofferenza innocente.

Il significato salvifico della morte di Cristo

La seconda parte dell’inno (vv. 24-25) spiega il valore salvifico delle piaghe di Gesù, dalle quali siamo stati tutti guariti. Sempre sulla scia del Servo di Yhwh (cfr. Is 43,4), l’inno contempla il Cristo che porta «i nostri peccati nel suo corpo». I nostri peccati sono stati inchiodati con lui sul legno del supplizio e sono definitivamente morti nella sua morte. È sorprendente quanto si afferma: «… perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia». La cancellazione del peccato non è un premio a causa della “nostra giustizia”, ma il fattore di possibilità per una vita giusta.

Alludendo ancora a Is 53,6 — «Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada» — l’inno sviluppa la salvezza guadagnata dalle piaghe di Cristo, arricchendola della dimensione ecclesiale. Non siamo più pecore erranti, perché il «pastore e custode» con il suo bastone pastorale, ovvero con la sua croce, ci ha ricondotti a lui. L’essere ricondotti al pastore è espresso con il verbo epistrephō, che altrove è usato per indicare la conversione (cfr., ad esempio, Mt 13,15 o At 9,35). C’è una dimensione comunitaria della conversione, che merita di essere presa in considerazione, per vincere la tentazione di una spiritualità individualistica. Mai abbandonare chi soffre e mai isolarsi nella sofferenza.

In sintesi, l’inno cristologico della lettura odierna tiene insieme l’esperienza del dolore umano, l’esempio di Cristo, il valore salvifico della sua morte e la dimensione pastorale ed ecclesiale di questa salvezza.

Richiamo al Vangelo

Il riferimento finale al «pastore e custode» delle pecore richiama lo sfondo pastorale del vangelo odierno. Le caratteristiche del Buon Pastore sono intimamente connesse con quelle del Christus patiens. Frequentando Gesù-Porta, riconoscendo in ogni circostanza della vita la sua voce, si può attraversare l’esperienza del dolore e della morte con autenticità pasquale. «Anche se vado per una valle oscura, / non temo alcun male, perché tu sei con me. / Il tuo bastone e il tuo vincastro / mi danno sicurezza» (Sal 23,4).