di Carmelo Russo

22 marzo 2026

Vangelo Gv 11,1-45 (forma breve: Gv 11,3-7.17.20)

La costruzione dei personaggi, i ricami psicologici, l’ironia drammatica, … in una parola, le strategie narrative messe in esercizio in questo episodio sono tanto importanti quanto il prodigio che illustrano, ossia il settimo segno, quello più clamoroso, ma anche quello più scandaloso. Infatti, a causa della risurrezione di Lazzaro, il Sinedrio condannerà a morte Gesù (cf. il brano di Gv 11,46-57, non contemplato dalla selezione di questa domenica, ma che verrà proclamato nella liturgia feriale del sabato della V settimana di quaresima).

In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. [ Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».

All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». ] I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».

Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».

[ Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. ] Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». ]

Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.

Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, [ si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».

Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».

Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui. ]

Una possibile chiave di lettura

I vangeli della terza, quarta e quinta domenica di Quaresima del ciclo A sono un vero tripudio di sensi. Nell’episodio della Samaritana, attraverso i temi della sete e della fame, si affaccia il senso del gusto. Nella guarigione del cieco nato, si parla del senso della vista. Infine, nella risurrezione (o rianimazione, per i più precisi) di Lazzaro, prevale il senso dell’olfatto. Due annotazioni fanno da inclusione nel brano. All’inizio, in Gv 11,2 il lettore viene informato di un fatto che ancora non è stato raccontato, ma che l’Evangelista vuole anticipare, quasi per fornire una chiave di lettura “olfattiva” del prodigio: si tratta del gesto di Maria che asciuga i piedi di Gesù e li cosparge di profumo, simbolo del suo amore (cf. Gv 12,1-8). In fondo al brano, in Gv 11,39, ritroviamo ancora una indicazione olfattiva: Marta sottolinea che la salma di Lazzaro manda fetore, simbolo di morte. Queste due annotazioni evocano lo sfondo del Cantico dei Cantici: forte come la puzza è l’odore; «forte come la morte è l’amore» (Ct 8,6). Ma, al culmine del Libro dei Segni, l’amore vince la morte e questa vittoria prefigura già la Pasqua di Cristo.

L’ambientazione

L’introduzione (cf. vv. 1-16) crea subito una tensione narrativa: un uomo, Lazzaro, si è ammalato e le sorelle, Marta e Maria, mandano a informare Gesù. L’informazione, però, non è asettica: «colui che ami [philèis] è malato» (v. 3). Lazzaro (che significa “Dio aiuta”) è qualcuno d’importante per Gesù. In pericolo di morte non è solo Lazzaro, ma l’amore stesso. Come davanti al cieco nato (cf Gv 9,3), la prima reazione di Gesù non è emotiva: piuttosto, egli legge la tragica notizia come un’occasione di gloria: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato» (v. 4). Il narratore, poi, aggiunge che «Gesù amava [ēgàpa] Marta e sua sorella e Lazzaro» (v. 5). Senza entrare nella questione dell’uso di philèō e agapàō nel Quarto Vangelo, qui basta registrare lo speciale legame tra Gesù e la famiglia di Betania; un legame che si avvale di entrambe le voci verbali; un legame storicamente irripetibile, ma liturgicamente attualizzabile per tutti gli abitanti della “Casa della sofferenza” (questo è il senso di Betania), per tutti coloro che Gesù ha chiamato (e chiama ancora oggi) «amici» (cf. Gv 15,15).

Anzitutto, c’è una distanza da superare, perché Lazzaro si trova a Betania (alla lettera, “casa della sofferenza”). Tuttavia, sembra che questa distanza non sia la principale preoccupazione di Gesù, che si attarda altri due giorni prima di partire. Dov’era Gesù? Stando a Gv 10,40, si trovava «al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava», ossia in una località chiamata anch’essa “Betania” (cf. Gv 1,28). È molto curiosa questa coincidenza: si prospetta ironicamente un viaggio da Betania a Betania, dal battesimo di Cristo al “battesimo” di Lazzaro; oppure, si vuole dire che Gesù, in qualche modo, si trova già a “Betania” con il suo amico, malgrado la distanza; oppure, il riferimento al luogo del Battista, che è anche il luogo della chiamata dei primi discepoli, suggerisce che è giunto il momento di aggiornare, grazie all’esperienza tragica della malattia e della morte, l’invito di allora (Gv 1,39: «Venite e vedrete»).

In effetti, dopo la pausa di due giorni, Gesù prende l’iniziativa di ritornare in Giudea insieme ai suoi discepoli (cf. v. 7). I discepoli obiettano che è pericoloso tornare lì dove i giudei vogliono lapidarlo (cf. v. 8). Gesù cerca di convincere i suoi, ritornando sull’importanza di approfittare della luce del giorno (come in Gv 9,4) per camminare senza inciampare (cf. vv. 9-10). Chi cammina con la Luce, non cade, non ha nulla da temere dai giudei. Piuttosto, il vero inciampo è la privazione della Luce.

Il dialogo con i suoi prosegue nei vv. 11-15, in cui Gesù coinvolge i suoi discepoli sul da farsi riguardo a Lazzaro, «il nostro amico» (v. 11). Non è più solo il “suo” amico, ma di tutti, perché il segno che sta per compiersi diventi paradigma per tutti. Gesù derubrica la morte di Lazzaro a semplice “sonno”. I discepoli non capiscono il significato figurato delle parole del Maestro, il quale ritorna sull’argomento con parrēsìa (v. 14): Lazzaro è veramente morto e Gesù si rallegra, non della morte, ma di non essere là al momento della morte, affinché i suoi discepoli possano ricevere da quello che succederà un nuovo impulso di fede. Inaspettatamente, appare in scena Tommaso detto “Gemello”, che esorta il gruppo con queste parole: «Andiamo anche noi a morire con lui» (v. 16). L’esortazione non sembra aver colto pienamente le parole di Gesù; eppure, il suo slancio ci piace tanto, perché manifesta un cuore generoso, disposto anche a morire per l’amico Gesù. Ci vorrà ancora del tempo perché Tommaso possa comprendere fino in fondo la missione di Gesù.

Quando Gesù e i suoi discepoli arrivano a Betania, Lazzaro è morto da quattro giorni. Si credeva che la morte, in quanto processo, fosse definitiva dopo tre giorni. Marta «ascoltò che Gesù viene» e gli corre incontro; Maria, invece, bloccata nel suo dolore, rimane seduta a casa (v. 20). I dialoghi tra Gesù e Marta (cf. vv. 21-27) e tra Gesù e Maria (cf. vv. 28-27) sviluppano alcuni temi di capitale importanza per la speranza cristiana.

L’incontro con Marta

Appena incontra Gesù, Marta esprime il convincimento che Gesù avrebbe potuto impedire la morte di Lazzaro; e aggiunge: «anche ora so [òida] che qualunque cosa chiederai a Dio, a te Dio la darà» (v. 22). Gesù, intanto, provocando la sua speranza in «qualunque cosa», le risponde: «Tuo fratello risorgerà» (v. 23). Marta si accorge di quel verbo coniugato al futuro e reagisce quasi delusa: «so [òida] che risusciterà nella risurrezione nell’ultimo giorno» (v. 24). Marta mette un punto fermo nel “contrattare” «qualunque cosa»: anche se la fede escatologica non spegne il dolore, sotto questo standard non si scende. Ebbene, era necessario consolidare questa credenza basilare affinché Gesù potesse avanzare una nuova proposta di escatologia: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno» (v. 25). Nelle frettolose confessioni della nostra fede diciamo di credere che, dopo la morte, alla fine del mondo, c’è la risurrezione. Non è falso (aspettiamo, appunto, la risurrezione della carne), ma neanche vero (non aspettiamo la sconfitta della morte, perché è già stata sconfitta). Se prendiamo seriamente le parole di Gesù si dice un’altra cosa: chi crede in lui, è un uomo redento; ora, un uomo redento non muore; se è già risorto nella vita biologica, allora resterà risorto anche attraversando la morte; o, detto diversamente, la morte organica, «salario del peccato» (Rm 6,23), non ha presa sulla vita, perché chiunque vive e crede in lui non morirà in eterno. E tutto questo non è posticipato agli “ultimi giorni”, ma è attuale già in questa vita, prima della morte. In altre parole, l’unica possibilità di “vita eterna” che ha senso — che salva! — non è solo (non è tanto) una vita che non finisce mai — troppo noiosa! — o che riprende in qualche momento di un futuro remoto — troppo poco! —, quanto (soprattutto) l’annuncio pasquale di una vita che adesso non si impoverisce più; anzi, che, al di là dell’immaginabile, sempre si arricchisce, dissetando senza sosta, in modo particolare, l’attesa di coloro che sono stati umiliati o permanentemente offesi. Chi crede in «Io-Sono», entra nell’essere di Dio e prende parte ad una vita che non è più sfregiata dall’esperienza del limite, della malattia e del lutto.

A ben vedere, il problema della morte non è la morte, ma la vita che muore. Giustamente, è stato notato come la denominazione greca zōḕ aiṑnios presenta nel corpus giovanneo un doppio senso: si tratta di una realtà presente (cfr., ad esempio, Gv 3,15.16.36; 5,24; 6,40.47.54; 17,2.3; 1Gv 3,15; 5,11.13) e, insieme, futura (cfr., ad esempio, Gv 4,14.36, 5,39; 6,68; 12,25; 1Gv 2,25). Si dovrebbe anche aggiungere un terzo riferimento, che identifica “vita eterna” con la persona stessa di Gesù (1Gv 1,2; 5,20). Ebbene, la vita eterna di cui Gesù parla è una vita viva, qui e ora, già prima della decomposizione biologica. Ed è questo “qui e ora” che promette anche un “oltre”, che non può essere temporalmente inteso come resurrezione dopo la morte, ma come resurrezione nella morte: «Fui morto ed ecco sono vivente per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi» (Ap 1,17-18). La morte non mortifica più; anzi, come un bozzolo, custodisce la metamorfosi della vita.

Gesù incalza Marta con una domanda: «Credi questo?» (v. 25). Senza alcuna esitazione, Marta risponde con una delle più alte confessioni di fede del Nuovo Testamento: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». In questo «sì» si condensa il primo miracolo di questo episodio: la vita eterna di Marta. Prima di lei, solo i samaritani (Gv 4,42) e il Battista (cf. Gv 1,34) sono stati in grado di professare una fede piena in Gesù.

L’incontro con Maria

«Di nascosto» Marta informa la sorella Maria della chiamata di Gesù. Forse la segretezza è motivata dalla presenza dei giudei nella casa del defunto e Marta non vuole esporre il Maestro al rischio della cattura. Come per Marta, anche per Maria è l’ascolto a catalizzare l’azione (cf. il verbo akouō nei vv. 20 e 29): Maria, che prima se ne stava seduta in casa (v. 20), si alza (egeirō) subito e va verso Gesù. Maria, dunque, esce di casa, come aveva fatto la sorella Marta. Entrambe vanno fuori. A breve, anche Lazzaro verrà fuori (dal sepolcro). Per venire alla luce, come in un parto, occorre uscire. “Uscire” è anche il senso del battesimo: l’apnea, simbolo della morte, viene interrotta dal primo respiro del catecumeno che emerge a vita nuova.

I giudei che erano venuti a confortare Maria, pensando che si stesse recando al sepolcro, s’incamminano insieme a lei. Raggiunto Gesù nel luogo in cui si trovava, fuori dal villaggio, Maria cade ai suoi piedi e ripete la stessa frase che poco prima aveva detto Marta: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» (v. 32). È il momento più emotivo e drammatico di tutto l’episodio: Maria piange sconsolata e con lei tutti i giudei. Anche Gesù viene sopraffatto dal dolore: «fremette nello spirito e si turbò» (v. 33). Il “fremere” di Gesù apre a diverse considerazioni: verbo embrimàomai (che verrà ripreso al v. 38 davanti alla tomba) richiama, nel suo significato-base, la produzione di un rumore sordo; altrove, significa anche “rimproverare” o “ammonire severamente”; nella nostra ricorrenza, rimanda a un subbuglio di emozioni che oscillano tra la rabbia e la resa davanti al dolore. La certezza di Gesù di poter risvegliare dal sonno l’amico Lazzaro, non lo risparmia dall’attraversamento della valle di lacrime. Anche «Gesù pianse» insieme agli altri: questo v. 35 è considerato il più corto, ma anche il più denso, versetto delle scritture. In forza del principio della communicatio idiomatum possiamo dire che “Dio piange”, come più tardi diremo che “Dio muore” sulla croce. I commentari insistono nel distinguere il piangere composto di Gesù (voce del verbo dakrỳō) dal precedente piangere eclatante di Maria e i giudei (voce del verbo klàiō). In realtà, la distinzione non rende affatto diverso la struttura emozionale e profondamente umana della reazione di Gesù: anche nel deserto del lutto, scaturisce acqua dalla Roccia, colpita dal dolore. Queste lacrime di amore — «vedi quanto lo amava [ephìlei]!» (v. 36) — ci sarebbero bastate; invece, Gesù non si ferma qui e porta avanti il segno della misericordia divina. Dopo il dialogo con le sorelle, adesso occorre dialogare anche con l’amico Lazzaro.

Davanti alla tomba

Gesù chiede informazioni sull’ubicazione della salma. Nella domanda risuona l’indagine di Dio dopo il peccato di Adamo: «dove sei?» (Gn 3,9). Anche allora Dio trovò l’umanità morta a causa del peccato. Gli astanti rispondono a Gesù: «vieni e vedi» (v. 34). La risposta allude a quella che Gesù stesso aveva dato ai primi discepoli in Gv 1,39: «venite e vedrete». Questa curiosa inversione delle parti sottolinea ancora una volta la compassione di Gesù. La ricerca di Dio da parte dell’uomo non resta delusa perché anche Dio cerca l’uomo; anzi, è sulle sue tracce da sempre, soprattutto nella malattia e nella morte.

L’evangelista descrive il sepolcro come una grotta, un antro buio che evoca molti racconti simbolici: la caverna del mito platonico; la grotta di Macpela (cf. Gn 23), la prima proprietà di Abramo in terra promessa; il ventre del pesce che inghiotte Giona (cf. Gio 2,1); il rifugio di Elia sull’Oreb (cf. 1Re 19). Anche all’esterno della grotta di Lazzaro passa Dio, ma non più nella forma di «voce di silenzio sottile» (secondo il testo ebraico) o di «sussurro di brezza leggera» (secondo la versione greca). Tra poco, l’urlo a gran voce di Gesù realizzerà le attese di ogni cavernicolo.

La grande pietra che occlude la grotta è il simbolo della separazione tra il regno dei vivi e il regno dei morti che si realizza nel rito funebre. L’invenzione del rito funebre rappresenta, per la nostra specie, molto più di un salto evolutivo: è, piuttosto, il momento in cui un fattore pneumatico — trascendentale, non consentaneo alla continuità psico-somatica, cioè non riconducibile all’esperienza, eppure in grado di dispiegarla — si annida definitivamente nella caducità umana; e ciò accade, appunto, attraverso il rito. Da allora, non siamo più gli stessi. La vita e la morte non sono più le stesse. L’apparizione del rito (funebre) segnala la debolezza teorica di ogni riduzionismo antropologico e della visione materialistica dell’homo natura. Solo l’uomo può morire; gli altri animali, invece, periscono, cessano semplicemente di vivere. E il Salmista aggiunge: «Nella prosperità l’uomo non comprende, è come gli animali che periscono» (Sal 49,13.21). La pietra, pur segnando un limite irreversibile e definitivo, è come se tenesse ancora insieme vita e morte. L’occultamento del corpo radica l’idea di vita oltre la morte. Per dare agio a questa luminosa idea bisogna cancellare la dolorosa realtà del cadavere: in effetti, ogni pratica funebre si occupa, nella sua forma basilare, di sottrarre ai sensi ciò che è scandaloso per tale credenza, ovvero la salma, in modo che la speranza ultraterrena non restasse scandalizzata dalla decomposizione.

Ebbene, Gesù dà ordine di rimuovere quella pietra (cf. v. 39); un ordine che viene contestato e che sarà tardivamente eseguito (al v. 41). Tra l’ordine e l’esecuzione si frappone l’obiezione di Marta, che poco prima aveva dato testimonianza di grande fede, ma che adesso fa prevalere una lettura pragmatica della realtà: il cadavere puzza. Il profumo dell’unzione di Maria — ricordata in cima al capitolo — viene ora accostato al fetore della morte. Mentre si può vedere anche in lontananza e udire a distanza, il senso dell’olfatto richiede prossimità. Gesù si è fatto prossimo alla morte dell’amico fino a percepirne il fetore. La tumulazione non è in grado di superare la pervasività della morte. Anche quando la salma è sottratta alla vista, l’olfatto continua a denunciare lo scandalo della morte. Sembra un rito funebre a metà, senza la speranza di rielaborare il lutto. Gesù, però, invita ancora una volta Marta a fidarsi. Non a tapparsi il naso, ma ad aprire gli occhi, per vedere «la gloria di Dio» (v. 40).

Finalmente, la pietra è tolta. Gesù leva gli occhi al cielo, quegli stessi occhi che prima erano carichi di lacrime, e prega. La relazione intra-divina tra Padre e Figlio ha implicazioni profonde sulla corretta ermeneutica del segno. Più che una richiesta, si tratta di una preghiera di ringraziamento: «Padre, ti ringrazio perché mi ascoltasti» (v. 41). Non stupisce che il tempo sia coniugato all’aoristo (ḕkousas): il Padre ha definitivamente accolto il segno, che in qualche modo si è già compiuto nella professione di Marta e che adesso ha bisogno solo di essere reso tangibile a vantaggio di tutta la folla «affinché credano» (v. 42).

Siamo, così, arrivati all’urlo di Gesù al v. 43, che richiama l’amico alla vita: alla lettera, «Lazzaro! Dai, fuori!». È inesauribile questo messaggio di salvezza. Da un punto di vista omiletico, dovrebbe essere reso in modo performante, capace di realizzare ciò che dice: «a gran voce» deve risuonare nelle nostre assemblee liturgiche la chiamata a vivere, senza accontentarsi delle passioni cavernicole.

Lo scenario alla rianimazione di Lazzaro è diverso rispetto a quello della Pasqua del Signore. Lazzaro, uscendo dal sepolcro, è ancora «legato» dalle bende; invece, le bende e il sudario non legano più il corpo glorioso del Risorto. Per inciso, il sudario — simbolo di morte — che copriva il capo di Gesù (cf. Gv 20,7) non è steso accanto ai teli, ma si trova a parte: la morte è messa da parte! Per Lazzaro, invece, la morte organica è un appuntamento solo rimandato. Il segno, infatti, non è l’eliminazione della morte, ma la possibilità di attraversarla. Ancora una volta capiamo quanto sia importante parlare di risurrezione, non dopo la morte, ma nella morte; anzi, di risurrezione in vita, perché si può essere morti anche quando i parametri vitali sono pienamente normali.

Infine, a coloro che avevano assistito al prodigio, Gesù raccomanda di liberarlo e di lasciarlo andare (cf. v. 44). C’è sempre bisogno di essere aiutati nel passaggio dalla morte alla vita. Il coinvolgimento degli astanti fa cogliere la dimensione comunitaria del segno e il bisogno di essere sostenuti anche dopo l’iniziazione alla vita. Lazzaro non è solo libero dal contenimento («liberàtelo»), ma anche libero di esprimersi (lasciàtelo andare»). Tutto questo movimento nasce dall’amore di Gesù per gli amici di Betania e si esprime nuovamente nell’amore: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (1Gv 3,14).

L’Evangelista conclude: «Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui» (v. 45). Il settimo segno è travolgente e inoppugnabile: nei quattro giorni di lutto, molti testimoni avevano potuto costatare il decesso; ora Lazzaro era vivo, sotto gli occhi di tutti, testimone permanente della gloria di Dio, ma anche scandalo per chi si ostina a non credere e causa prossima della glorificazione di Gesù sulla croce (cf. la condanna del Sinedrio nei vv. 47-54).

Prima lettura (Ez 37,12-14)

L’ultima parte del libro del profeta Ezechiele è protesa verso l’avvenire, verso la speranza di una restaurazione generale della Gloria di Dio, che apre alla speranza di: un nuovo pastore (cc. 33 – 36); una nuova vita (cc. 37 – 39); un nuovo tempio (cc. 40 – 43); un culto rinnovato (cc. 44 – 46); una terra rinnovata (cc. 47 – 48). In questo contesto, che rilancia speranza del popolo, leggiamo l’annuncio della prima lettura.

Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele.

Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio.

Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio.

L’esilio ha azzerato non solo le istituzioni d’Israele (la monarchia davidica, il culto templare, il possesso della terra), ma anche la speranza del popolo. A causa della sua dura cervice, tutto sembra compromesso, anche le promesse di Dio. Nella scena iniziale del libro, però, erano stati già dettati i pròdomi di una futura speranza, quando Dio abbandona il monte del tempio e si trasferisce anch’egli in esilio, insieme al suo popolo. Un decennio dopo la prima deportazione (quella del 597 a.C.; quindi nel 587 a.C.), un fuggiasco arriva da Gerusalemme per riferire al profeta che «la città è persa» (cf. Ez 33,21). Alla fine di ogni aspettativa di rivalsa, tuttavia, inizia un nuovo corso: gli oracoli di condanna si trasformano in messaggi di consolazione, che pian piano, preparano il grande ritorno di Dio dall’esilio, insieme al suo popolo. In particolare, il fragoroso ritorno — «come il rumore delle grandi acque» (Ez 43,2 come in 1,24)! — della Gloria di YHWH nella sua nuova Casa (cf. Ez 43,1-12) farà da cerniera tra la “statica” dell’architettura (cf. Ez 40,1 – 42,20) e la “dinamica” del culto (cf. Ez 43,13 – 46,24).

Ebbene, la breve pericope della prima lettura odierna si colloca in questo “già e non ancora”, in cui pesa ancora il peccato del passato, ma si intravede già la grazia di un nuovo inizio. Il brano è uno dei più immaginifici dell’Antico Testamento. Il Signore trasporta il profeta in una pianura piena di ossa inaridite. Dove tutto sembra compromesso, Dio chiede al profeta di mediare la sua parola di vita: «Profetizza su queste ossa e annuncia loro: “Ossa inaridite, udite la parola del Signore. Così dice il Signore Dio a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete. Metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivrete. Saprete che io sono il Signore”» (Ez 37,4-6). La parola performatrice del profeta fa subito effetto: le ossa si ricompongono e, pian piano, su di esse crescono i nervi, la carne e la pelle. Dio insiste per portare a compimento la sua ri-creazione: «Profetizza allo spirito, profetizza, figlio dell’uomo, e annuncia allo spirito: “Così dice il Signore Dio: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano”». E così avvenne.

In Ez 37,11 Dio fornisce la chiave di lettura dell’intera visione: le ossa inaridite sono la casa d’Israele che, sconfitta e avvilita, va ripetendo la sua disperazione. Si sentono scheletri corrosi, consumati dai molti anni trascorsi nella pianura del loro esilio; anzi, peggio, si percepiscono come vivi che muoiono, per i quali il nulla sarebbe una posizione migliore della stessa morte.

Lo stato d’animo degli esiliati potrebbe essere reso bene con l’immaginario de L’ultimo viaggio — il più ampio dei Poemi conviviali (1904) di Giovanni Pascoli —, che rimette in mare Ulisse, archetipo di ogni consapevolezza umana, quando ormai è vecchio e decadente. L’eroe, sfibrato della tranquillità di Itaca, si avventura in una nuova navigazione, che però si consuma in un fatale naufragio. Nel XXIV e ultimo canto, intitolato Calypso, il corpo esanime di Ulisse si spiaggia nell’isola della ninfa immortale che, precedentemente, gli aveva offerto l’immortalità. Ora, dopo tanto tempo, eccolo di nuovo sul bagnasciuga di quell’isola, ma cadavere. Il naufragio di Ulisse è anche il “naufragio” di Calypso che, benché immortale, non può sottrarsi all’esperienza della morte (altrui!); anzi, è proprio lei che subisce lo smacco più eclatante a causa della morte dell’amato. Il suo amore non è riuscito a salvarlo, a nasconderlo — lei che era la «Nasconditrice solitaria»! — dalla visita della morte. Così, avvolgendolo nella nube dei suoi capelli, ulula la sua disperazione: «Non esser mai! non esser mai! più nulla, / ma meno morte, che non esser più!». Il non esser mai esistiti al mondo è un nulla più grande della morte, certo, ma anche meno doloroso del morire. Si tratta di una posizione molto più articolata rispetto a un semplice cupio dissolvi: si spera, non tanto di smettere di esistere, quanto di non iniziare mai; perché il nulla è, tutto sommato, meno spaventoso della morte e, a volte, diventa persino più desiderabile della vita, quand’essa è già morta, priva di senso, rosa dal tarlo. In altre parole, il nulla assoluto — dice il poeta — è più accettabile dell’esperienza di nullificazione — lenta, atroce, beffarda, … — a cui ci sottopone la morte. Allora, se esiste una vita ultraterrena “dannata”, questa è pensabile (con orrore!) solo come un continuo estinguersi senza mai spegnersi; un precipitare nel nulla senza mai nullificarsi definitivamente (come le ossa della visione di Ezechiele). Infernale (e mortale) è la condizione di chi tende asintoticamente al nulla. Viceversa, vita “beata” è una vita non solo custodita, ma continuamente esposta alla rigenerazione.

Ebbene, nell’immagine delle ossa che rivivono è offerta a Israele una speranza, non più connessa con l’obbedienza alla legge, ma dipendente solo dall’intervento dello Spirito. Una speranza che trova il suo compimento nell’effusione di Pentecoste (cf. At 2,1-13) con cui si attua l’inabitazione dello Spirito per mezzo dei sacramenti della chiesa.

Richiamo al Vangelo

La visione di Ezechiele sembra una prefigurazione della tomba fetida aperta nel vangelo. Come la parola di Dio vivifica le ossa inaridite così la parola di Gesù riporta in vita Lazzaro. In un certo senso, la prima lettura si spinge oltre e annuncia anche la risurrezione della carne.

Seconda lettura (Rm 8,8-11)

È la terza volta che incontriamo la Lettera ai Romani nel lezionario domenicale della quaresima del ciclo A. Si capisce bene che la posta in gioco è alta. Paolo è interessato a spiegare, più che i contenuti della fede, le conseguenze dell’essere cristiani. L’eco mistagogica della Lettera e, in particolare, della selezione odierna istruisce e sostiene coloro che sono avanti nel cammino di fede.

Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio.

Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.

Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. 

Nella sezione di Rm 6,1 – 8,39 Paolo fornisce le coordinate della vita nuova dei battezzati, che hanno vinto il peccato e la morte (Rm 6) per i meriti di Cristo e non in forza della legge (Rm 7), e che ora sono chiamati a vita nuova nello Spirito (Rm 8). Nella selezione liturgica odierna, appunto, Paolo spiega che cosa comporta, a livello esistenziale, il superamento della Legge e il compimento dello Spirito. Le contraddizioni dell’io retorico con cui in precedenza ha illustrato le contraddizioni dell’uomo non ancora raggiunto dalla grazia (cf. Rm 7,14-24), sono superate grazie dal dono dello Spirito e non in virtù di prestazioni religiose che confidano solo nella volontà. Lo Spirito, infatti, è un maestro interiore che prende la sua dimora nell’esistenza credente. Questo «dolce ospite dell’anima» è lo stesso Spirito che ha risuscitato Cristo e che, infine, darà la vita anche ai corpi mortali dei battezzati.

Un poeta dirà: «Quel cadavere che piantasti l’anno scorso nel tuo giardino / Ha cominciato a germogliare? Fiorirà quest’anno? / O l’improvviso gelo ha turbato il suo letto?» (T.S. Eliot, “The Burial of the Dead”, in M. Nort (ed.), The Waste Land: Authoritative Text, Context, Criticism, W.W. Norton & Company, New York, NY – London 2001, p. 7). Sembra che l’ostacolo alla primavera non sia rappresentato dal corpo mortale, che nel pio gesto della sepoltura si allinea alla promessa di ogni seme piantato nella nuda terra, ma il «gelo» che paralizza la vita, al di qua e al di là dell’evento fatale. Ebbene, se c’è uno scandalo nella vita di un battezzato, questo è rappresentato dal “gelo” che spegne lo Spirito.

I commentari insistono sull’opposizione tra lo spirito e la carne, sottolineando che quest’ultima in Paolo ha una connotazione negativa, legata alla peccaminosità (a differenza, per esempio, della connotazione positiva offerta dal prologo del Vangelo secondo Giovanni). La carne, allora, sarebbe l’equivalente dell’egoismo e del radicato antagonismo dell’uomo nei confronti di Dio. A ben vedere, è più opportuno recuperare un concetto unitario di “carne” nei diversi scritti del Nuovo Testamento: “carne” identifica la totalità dell’uomo colta nella sua dimensione fragile e vulnerabile, che tuttavia diventa dimora del Verbo (cf. Gv 1,14) e che, dunque, può diventare dimora dello Spirito per quanti credono. Infatti, Paolo non oppone banalmente la carne allo Spirito, ma il “dominio della carne” al “dominio dello Spirito”. Altrove (cf. Gal 5,19-23), l’opposizione si gioca tra “le opere della carne” e “il frutto dello Spirito”: «Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito» (Gal 5,24-25). Il suo messaggio, dunque, non è una squalificazione della carne, ma una sua autentica rivalutazione quando essa è avvolta dal dominio dello Spirito. In altri termini, la novità della vita credente non sta nella rimozione della carne, ma nella sua “pneumatizzazione”.

Richiamo al vangelo

Anche questa lettura, con il suo risvolto morale ed esistenziale, offre spunti di attualizzazione. La carne redenta dall’incarnazione del Verbo e proiettata alla risurrezione è il cardine della nostra salvezza (Tertulliano); il “punto di accumulazione” della grazia ricevuta. Paolo prende sul serio il settimo segno giovanneo e approfondisce in chiave pneumatica la novità di vita che si realizza già ora mediante il battesimo. Come Lazzaro dal sepolcro, anche noi usciamo dal fonte battesimale per entrare nella vita eterna.