di Carmelo Russo
TRIDUO PASQUALE 2026
Ciclo A
4 aprile 2026
“La madre di tutte le veglie”, con i suoi potenti simboli e la ricchezza dell’eucologia, ha un fascino senza eguali. Se ci si ferma a “leggere lo spartito”, la complessità dei riti potrebbe risultare fuori dal tempo; ma se si comincia a “eseguire il pezzo”, allora viene fuori una musica che muove alla danza. L’occhio s’inceppa nei particolari, ma la visione, nel suo insieme, è vertiginosa: incanto per la mente e struggimento per il desiderio. Il susseguirsi dei vari momenti somiglia all’alternarsi di sistole e diastole di un cuore pulsante: tra l’evento salvifico e l’oggi liturgico s’innesca un movimento osmotico così vitale, che trasforma l’esistenza dei fedeli e delle comunità.
Da sempre i cristiani hanno curato la celebrazione della veglia pasquale, rendendola un’esperienza sinestetica. Anticamente era in uso un lungo rotolo illustrato dell’Exsultet (pregevole quello esposto al museo dell’Opera del Duomo di Pisa!), che lentamente il cantore lasciava scorrere giù dall’ambone durante la proclamazione. Le immagini, spesso disposte in senso inverso rispetto al testo, erano visibili ai fedeli mentre il rotolo veniva srotolato. La visione di quelle immagini, il canto del preconio e l’odore dell’incenso contribuivano a rendere penetrante la celebrazione, animata da una continua oscillazione tra esperienza e simbolo, tra affetto e concetto.
Quanti guidano l’assemblea celebrante conoscono bene la fatica di far percepire tanta bellezza. L’ars celebrandi è messa a dura prova, ma vale la pena impegnarsi affinché l’intera comunità possa “eseguire” questo straordinario spartito: tramite i segni liturgici, infatti, celebriamo e riattualizziamo la Risurrezione di Gesù, che mai smette, lungo la storia, di rigenerare l’identità e la missione della chiesa.
Vangelo (Mt 28,1-10)
L’assemblea riceve con rinnovato stupore l’annuncio dell’angelo. Cristo non è più nel sepolcro. «È risorto!». Non è una notizia tra le altre, ma l’evento che ha inciso più radicalmente sulla trama del reale e che non smette di incidere nell’oggi della chiesa, come se fosse la prima volta. L’afflato ieratico e apocalittico della risurrezione secondo Matteo, più che un ostacolo all’attualizzazione, può diventare un vantaggio per un’omelia che vuole sviscerare il significato esistenziale dell’evento salvifico.
«O notte beata — canta l’Exsultet —, tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto dagli inferi». La risurrezione è, al contempo, storia e mistero; dunque, sempre nuova e capace di rinnovare. Lo illustra bene l’Evangelista Matteo che traccia una progressione nell’accoglienza di quest’evento: la reazione del creato; l’annuncio dell’angelo; la manifestazione del Risorto.
Il sisma
Nel giro di poche ore (e di pochi versetti), si registrano due terremoti: il venerdì santo, alla morte di Gesù, a seguito della quale «la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono» (Mt 27,51-52); all’alba del primo giorno della settimana, quando Maria di Magdala e l’«altra Maria» (cioè, secondo 27,56, la madre di Giacomo e Giuseppe) giungono al sepolcro.
Questi eventi sismici conferiscono al racconto una cornice apocalittica; fermano il tempo; anzi, lo eternizzano. Se il primo terremoto simboleggia la partecipazione di tutto il creato alla morte di Gesù, il secondo segnala, piuttosto, la vibrante vittoria della vita. Il giorno della Risurrezione è, dunque, «il “primo giorno” della nuova creazione, la cui primizia è l’umanità risorta del Signore, garanzia della trasfigurazione finale di tutta la realtà creata» (Papa Francesco, Lettera enciclica Laudato si’, 2015, n. 237). Eppure, non sarà il sisma a scoperchiare la tomba. La reazione del creato, che si sprigiona dalle profondità della terra, non esaurisce il mistero della risurrezione. Occorre l’annuncio di un angelo che, scendendo dal cielo, scoperchi, non soltanto i sepolcri, ma anche le prigioni concettuali che ci impediscono di aprirci al mistero.
L’angelo
Un angelo sceso dal cielo, dall’aspetto sfolgorante, rotola via la pietra con la quale Giuseppe di Arimatea aveva sigillato l’ingresso del sepolcro (cf. Mt 27,60). L’intervento dell’angelo non serve a far uscire Gesù (come racconta il Vangelo di Pietro, 10,39-40), ma ad agevolare la verifica della sua assenza da parte delle donne. È curiosa l’annotazione che l’angelo si mette a sedere sulla pietra che aveva fatto rotolare: sembra la postura di chi vuole insegnare qualcosa di nuovo sopra lo scandalo di qualcosa di vecchio. In effetti, egli sta per porgere l’insegnamento più importante della storia. L’angelo non è un corredo mitologico, ma una mediazione intrinsecamente necessaria a rimuovere gli ostacoli che bloccano la fede nella risurrezione. L’indizio della tomba vuota è sì importante, ma in quanto accompagnato dalla parola dell’angelo che interpreta quel vuoto (e, in questo senso, le donne di Matteo sono molto diverse dal discepolo amato di Gv 20,8, che perviene alla fede senza angelo, solamente osservando la tomba vuota).
Come l’angelo della prima Pasqua ebraica, anche l’angelo della risurrezione è causa di morte per alcuni e di vita per altri. Lo spavento ha il sopravvento sui soldati, che diventano «come morti» (cf. Ap 1,17). Invece, alle due donne, l’angelo rivolge la consueta rassicurazione: «voi non temete». L’emozione primaria della paura è tra le più presenti nel lessico veterotestamentario (con una grande varietà di radici lessicali) e si presta a essere variamente caratterizzata a seconda dell’intensità (spavento, timore, ansia, panico, terrore, …). Per le due donne, come si legge più avanti (v. 8), si tratta di un’emozione mista, fatta di «timore e gioia grande». Per le guardie, invece, c’è solo terrore: essi non sono in grado di leggere l’accaduto, né di accedere al mistero; restano spettatori, non testimoni. Lo spunto di attualizzazione sorge spontaneo: la risurrezione non è un fatto che s’impone con evidenza geometrica, ma, a parità di circostanze, ovunque essa si manifesti, la sua accoglienza dipende, in definitiva, da una scelta libera e personale.
«So che cercate Gesù, il Crocifisso» (estaurōmènon): il participio perfetto, che ricorda alcune affermazioni kerygmatiche paoline (cf. 1Cor 1,23; 2,2), descrive una condizione permanente di Gesù. Anche se risorto, Gesù continua ad essere identificato come «il Crocifisso». L’angelo continua: «È stato risuscitato!». Il passivo sottintende che è Dio, il creatore della vita, l’agente della risurrezione. Poi, l’angelo invita le donne a guardare la tomba vuota e affida loro l’incarico di annunziare ai discepoli il messaggio pasquale: il Signore risorto li precede in Galilea, lì dove aveva avuto inizio il suo ministero pubblico con la sequela dei discepoli. La Galilea, detta “delle genti” in tono dispregiativo, diventa adesso il “quartier generale” della diffusione del vangelo verso i pagani, in contrapposizione a Gerusalemme, la città che uccide i profeti (cf. Mt 23,37) e il Messia.
Le donne abbandonano «velocemente» il sepolcro e corrono a raccontare il fatto agli altri discepoli. Il loro punto di vista è certamente credibile e idoneo a fondare la storicità e la ragionevolezza della risurrezione. Tuttavia, ciò non esaurisce ancora la portata trasformatrice del mistero. C’è ancora una lacuna da colmare. Oltre alla credibilità dei fatti occorre anche che l’esistenza credente sia attraversata dall’incontro personale con il Risorto.
Il Risorto
La corsa delle donne è interrotta dal saluto di Gesù risorto: «gioia a voi!» (chàirete). «Joy is gigantic secret of the Christian» (G. K. Chesterton). In questo modo, il Risorto toglie ogni ambiguità a quell’emozione mista, di «timore e gioia grande», che le donne avevano sperimentato all’apparizione dell’angelo. Senza esitazione, si avvicinano a Gesù, abbracciano i suoi piedi e lo adorano: è lui! L’annuncio dell’angelo diventa presto esperienza concreta e diretta; l’angelìa (la notizia storica) diventa euangèlion (la buona notizia, anche metastorica); il kḕrygma angelico si riversa nell’esistenza e scatena un “terremoto” nella vita di chi incontra il Signore della vita. In effetti, le parole del Risorto non aggiungono nulla all’incarico che le donne avevano già ricevuto dall’angelo (cf. v. 7). Eppure, era necessario intercettarle lungo la strada, per conferire loro, sulla scorta dell’incontro personale, una indiscussa autorità testimoniale.
Il Risorto ripete ancora il suo conforto («Non temete»), che adesso appare intempestiva e inutile dopo lo slancio delle donne verso i suoi piedi. Sembra, allora, che questo incoraggiamento abbia uno scopo diverso: non si limita a rassicurare le donne (manca, infatti, il soggetto esplicito “voi”, presente nelle parole dell’angelo), ma assume un valore generale, rivolto a tutti i destinatari dell’annuncio di risurrezione.
Il Risorto si riferisce ai discepoli chiamandoli «miei fratelli» (cf. Mt 12,49-50 e 25,40): novello Giuseppe d’Egitto, egli risana con il perdono quei vincoli di fraternità che si erano spezzati a causa dei vari tradimenti. Come Giuseppe, infatti, anche Gesù era stato venduto dai suoi. Nel vangelo di Matteo la fraternità esprime la qualità primaria dei legami all’interno della chiesa (cf. Mt 18). Tradimenti, fughe e rinnegamenti avevano provocato la frantumazione del gruppo dei discepoli. Ora, però, grazie alla convocazione dei suoi «fratelli», risorge anche la chiesa, non per virtù propria, ma sulla parola del Figlio di Dio che convoca in Galilea gli eredi del Regno. Che cosa accadrà in Galilea? Lo scopriremo nella solennità dell’Ascensione, quando verrà proclamato il mandato missionario (cf. Mt 28,16-20).
Accostandoci alle (sette) letture veterotestamentarie, conviene offrire qualche indicazione per “tenere alta” la tensione comunicativa e la partecipazione dei fedeli durante la loro proclamazione. Infatti, entrando nella seconda parte della veglia, non è facile far percepire che la Parola proclamata è Presenza viva ed efficace e che anche oggi compie ciò che annuncia. Non è facile, soprattutto, accompagnare l’attenzione dell’assemblea lungo le tappe della storia della salvezza. Pertanto, si potrebbe proporre, all’inizio di ogni lettura, una brevissima monizione o, ancora meglio, una domanda che funga da guida all’ascolto, idonea a tenere il filo narrativo del programma delle letture selezionate, in modo che l’ascolto realizzi il coinvolgimento personale e la meditazione corale.
Monizioni troppo didascaliche possono risultare indigeste e irrigidire l’atto performativo della proclamazione. Pertanto, l’ideale sarebbe un’esposizione orale della monizione da parte del presidente (o del catechista), mettendo in esercizio alcune emozioni e incoraggiando l’assemblea ad un ascolto dialogico e attualizzante. Se il ritmo della liturgia della Parola riuscirà a “intrattenere” (questo è il significato del verbo greco homileō) l’attenzione orante dei fedeli e a disporli a una certa familiarità con il percorso storico-salvifico illustrato dalle letture, non servirà una lunga omelia dopo il Vangelo.
Prima lettura (Gen 1,1 – 2,2)
Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona.
Per accogliere la redenzione occorre ritornare agli inizi, a ciò che è accaduto «In principio…». «Se fu grande all’inizio la creazione del mondo, ben più grande, nella pienezza dei tempi, fu l’opera della nostra redenzione» (dall’orazione del Messale Romano che segue la lettura). La storia d’amore che ripercorriamo in questa notte inizia con la Parola che crea. Nel mito delle origini contempliamo già il “passo indietro” di Dio, che permette al cosmo — e alla creatura più alta, l’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio — di venire all’esistenza. Nel caos di Auschwitz San Massimiliano Kolbe, poco prima di essere ucciso, disse: «L’odio non serve a niente, solo l’amore crea!». Ascoltando questa lettura, lasciamoci stupire da quella Parola d’amore che ci strappa ancora una volta dal caos.
Seconda lettura (Gen 22,1-18)
Il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede
La prossima lettura — nel tragico paradosso di un figlio prima donato e, poi, richiesto in sacrificio — segna il momento in cui Dio e l’umanità, grazie all’obbedienza di Abramo, sugellano un patto infrangibile. Nel sacrificio di Gesù, nuovo Isacco, Dio estende a tutti gli uomini l’accesso all’adozione filiale, adempiendo così la promessa fatta ad Abramo, quella di renderlo padre di tutte le nazioni. Ascoltiamo questa lettura facendo attenzione, soprattutto, al giuramento finale di Dio e lasciamo che il nostro cuore si apra alla gratitudine davanti alla perennità di quel proposito di salvezza.
Terza lettura (Es 14,15- 15,1)
Gli Israeliti camminarono sull’asciutto in mezzo al mare.
La meravigliosa epopea della liberazione del popolo ebreo è il prototipo di ogni liberazione, dalla schiavitù e dal peccato. Qui appare per la prima volta il simbolo dell’acqua, che ricorda il battesimo: simbolo di morte per l’oppressore egiziano, sovrastato dalle onde del mare; e simbolo di vita per gli israeliti che attraversano il mare all’asciutto. In questo attraversamento — da cui prende il nome la festa di pesaḥ, appunto — si rispecchia la Pasqua di Gesù e riviviamo il nostro personale passaggio alla vita, grazie al battesimo. Ascoltando questa lettura, ripensiamo ai “mari” attraversati nel corso della nostra esistenza e cantiamo anche noi la stupenda vittoria di Dio «che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce» (1Pt 13-4).
Quarta lettura (Is 54,5-14)
Con affetto perenne il Signore, tuo redentore, ha avuto pietà di te
In questa «notte di grazia» stiamo sfogliando le pagine più significative del nostro “album di famiglia”, che racconta la più grande storia di amore. A causa della nostra infedeltà, purtroppo, non tutte le foto sono belle: alcune risultano sfocate o poco esposte alla luce. Ma tutte sono recuperabili secondo la pedagogia divina; anzi, già recuperate dall’amore trasfigurante dello Sposo che con affetto perenne non dimentica mai la sua Sposa. La lettura introduce opportunamente una chiave nuziale alla liturgia di questa veglia.
Quinta lettura (Is 55,1-11)
Venite a me e vivrete; stabilirò per voi un’alleanza eterna
Il racconto di allora si fa accadimento per l’oggi. Veniamo realmente trasformati dall’ascolto di questa storia, perché tutte le volte in cui siamo esposti alla pioggia della grazia divina, qualcosa germoglia nella nostra povera terra. La proclamazione di questa profezia riattualizza ancora una volta l’alleanza eterna e ravviva la nostra sete di Dio, perché sotto l’azione dello Spirito, possiamo sempre progredire nelle vie del bene (dall’orazione del Messale Romano che segue la lettura).
Sesta lettura (Bar 3,9-15.32 – 4,4)
Cammina allo splendore della luce del Signore
Anche i nostri esili, come quelli sofferti dal popolo, possono allontanarci dalla «fonte della sapienza». La profezia di Baruch ci sprona a ritornare a quella fonte vitale. La liberazione, assicurataci una volta per sempre, va continuamente abbeverata, rivitalizzata. Per conservare il dono della vita, liberata e liberante, la lettura ci invita alla prudenza e all’intelligenza, per camminare sempre alla luce della Parola di Dio. Nell’orazione che segue la proclamazione della lettura, infatti, chiediamo questo a Dio: di custodire nella sua protezione coloro che sono rinati dall’acqua del Battesimo.
Settima lettura (Ez 36,16-17a.18-28)
Vi aspergerò con acqua pura e vi darò un cuore nuovo
Nell’ultima lettura ritorna il simbolo dell’acqua, la quale non solo purifica, ma è anche preludio di qualcosa di inaudito. Quando tutto sembrava perduto e arido, fiorisce una nuova speranza grazie al soffio dello Spirito. La sorpresa consiste nel rinnovamento del cuore, organo che biblicamente esprime l’interezza della condizione umana (pensieri e affetti). A Dio, infatti, non basta renderci liberi da un cuore di pietra; egli desidera per noi un cuore di carne, per essere liberi di amare: «Quanto è distrutto si ricostruisce, quanto è invecchiato si rinnova, e tutto ritorna alla sua integrità» (dall’orazione del Messale Romano che segue la lettura).
Richiamo al vangelo
È possibile illustrare la sequenza delle letture veterotestamentarie a partire dai tre temi che abbiamo enucleato nel vangelo: la reazione della natura; la rivelazione dell’angelo; l’iniziazione alla Presenza (l’incontro con il Risorto).
Prima, seconda e terza lettura anticipano il sussulto della natura davanti all’evento della risurrezione.
- La prima lettura illustra, evidentemente, il prototipo a cui s’ispira il nuovo inizio segnato dall’ottavo giorno della risurrezione.
- La seconda lettura, narrando la storia contro natura di Abramo, pronto a stendere la mano contro il proprio figlio, illumina la storia sovrannaturale del Padre che non risparmia il proprio Figlio.
- La terza lettura, raccontando l’acquemoto grazie a cui si realizza il passaggio del popolo verso la libertà, anticipa il terremoto che annuncia la risurrezione.
Quarta, quinta e sesta lettura contengono le voci profetiche che anticipano l’annuncio dell’angelo della risurrezione.
- La quarta “fa rotolare via” il macigno dell’infedeltà.
- La quinta annuncia l’alleanza eterna.
- La sesta invita a mettersi in cammino: lo stesso invito che l’angelo rivolgerà alle donne.
Infine,
- l’aspersione promessa nella settima lettura descrive un rito d’iniziazione che trasforma il cuore di pietra in cuore di carne. La stessa dinamica trasformatrice investe le donne, quando incontrano, non la pietra della tomba, ma la carne del Messia risorto.
Epistola (Rm 6,3-11)
L’itinerario di morte e di vita con Cristo è annunciato al v. 4: «Per mezzo del battesimo dunque siamo stati con-sepolti insieme a lui nella morte [anticipo del tema della morte con Cristo, sviluppato nei vv. 5-7] affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova [anticipo del tema della vita con Cristo, che sarà sviluppato nei vv. 8-10]».
Con-crocifissi e con-sepolti insieme a Cristo
Le domande retoriche, con cui si apre la lettura, arrivano subito al cuore della questione che Paolo intende presentare: la fondazione cristologica dell’agire etico dei cristiani. Paolo aveva concluso la parte argomentativa della sua Lettera con queste parole: «per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» (Rm 5,19). Adesso, tuttavia, sente di dover precisare le implicazioni di questo dono. Il fatto che le opere della Legge non giustificano, non getta nel lassismo o nell’indifferentismo l’agire dei credenti. Al contrario, la risposta al dono è, per certi versi, assai più esigente dell’obbligo che scaturisce dalla Legge antica. Questo nuovo dispositivo deontologico inaugurato dalla Pasqua trova il suo fondamento nell’essere «con» Cristo (cf. i vv. 4.5.6.8). Solo il battesimo realizza questo «con» definitivo, poiché ci rende contemporanei al giardino della sepoltura e della risurrezione: non sovrappone una nuova identità a quella vecchia, ma realizza una radicale trasformazione, a tal punto che il credente viene intimamente unito a Cristo, cioè viene con-crocifisso e con-sepolto con lui. Immerso nell’acqua battesimale, dunque, l’uomo vecchio “affoga” definitivamente. Chi emerge dall’acqua è un uomo nuovo, con un respiro nuovo: forse gli capiterà di “fare” cose ingiustificabili, ma non potrà più tornare ad “essere” ingiustificabile. Il Male non ha più presa su di lui, perché il battesimo realizza una definitiva separazione dal peccato. «Felice colpa — osiamo cantare nell’Exsultet — che meritò tale e così grande Redentore». Questa emancipazione dalla schiavitù del peccato è illustrata bene dal rito del battesimo, in modo particolare dalla preghiera di esorcismo e dall’unzione con l’olio dei catecumeni.
Quest’ultima immagine dell’unzione pre-battesimale ci aiuta a capire meglio la nuova responsabilità sottesa al dono. Se la giustificazione passa, non attraverso l’esecuzione di precetti, ma attraverso l’accoglienza della Grazia, allora l’orientamento etico del credente matura, si irrobustisce, grazie alla consapevolezza di essere “scivoloso” al peccato. «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?» (Rm 8,35). Nessuno, mai più, potrà negare la grazia che inerisce alla vita del battezzato. Giova ricordarselo soprattutto davanti alle “fissazioni” e agli idoli che sembrano capaci di afferrare la nostra esistenza e di obbligarla al peccato. Se, invece, smettessimo di auto-sabotare la grazia e iniziassimo a confidare di più nel dono di Dio, allora anche noi, insieme a Paolo, saremo persuasi che «né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,38-39).
L’uomo nuovo vive insieme a Cristo
La trasformazione interiore è realizzata dal dono dello Spirito Santo: «anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù» (v. 10). La conseguente vita etica, dunque, non consiste in uno sforzo titanico per meritarsi qualcosa. Sono i meriti di Cristo sulla croce che hanno già realizzato la salvezza per tutti gli uomini. Al credente tocca immergersi nella Pasqua del Signore e partecipare così alla sua gloria. La vita nuova in Cristo non è illustrata dallo schema del cambiamento, sempre precario e reversibile, ma dall’irreversibile dinamismo dello Spirito che trasfigura la vita. Le opere buone, di cui possiamo essere capaci, non rappresentano meriti o avanzamenti di un’ascesi che conta solo sulle proprie forze, ma diventano attestazioni, ricognizioni, ri-conoscimenti, azioni di grazia, atti di culto, in risposta alla metamorfosi realizzata da Dio. Pertanto, la vita etica cristiana non è altro che risposta al dono; è mettere in luce ciò che già si è; è il compito di rendere sempre più visibile il tesoro prezioso, anche se custodito in vasi di creta (cf. 2Cor 4,7); e spesso consapevoli del fatto (o umiliati da esso?) che, grazie alle crepe del vaso, si propaga la luminosità del tesoro.
Richiamo al vangelo
Dopo il canto del Gloria, l’epistola offre una straordinaria catechesi battesimale, che approfondisce il significato etico della Pasqua. La risurrezione di Cristo è un “terremoto” che libera e salva le nostre relazioni. Le azioni non sono più guidate da un imperativo legale, ma sgorgano dalla consapevolezza di essere intimamente unite a Cristo, grazie all’immersione battesimale.

