di Carmelo Russo

3 maggio 2026

Vangelo (Gv 14,1-12)

Nella V, nella VI e, dove l’Ascensione si celebra il giovedì della VI settimana di Pasqua, nella VII domenica di Pasqua la liturgia propone alcuni passaggi del discorso di congedo del Signore tratti da Gv 14 e 17, in cui Gesù passa il testimone ai suoi discepoli, turbati e ancora bisognosi di rassicurazione. La selezione odierna (Gv 14,1-12) è una catechesi dialogata tra Gesù, Tommaso e Filippo: il Maestro li accompagna ad accogliere il distacco, che per certi aspetti rappresenta la condizione di un approfondimento della loro amicizia.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».

Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».

Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.

Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.

In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

Il brano del vangelo odierno inizia con esortazione a non avere paura, a continuare a credere, anche dopo la sua dipartita (vv. 1-4). Nel successivo dialogo con i suoi discepoli, Gesù lancia due messaggi: rispondendo a Tommaso, egli si rivela come Via che conduce al Padre (vv. 5-7); rispondendo a Filippo, Gesù approfondisce il suo rapporto con il Padre e insiste sulla forza del credere, che apre alla possibilità di compiere opere ancora più grandi (vv. 8-12).

Accogliere il distacco come un’opportunità di fede

Il Quarto Vangelo sviluppa, a più riprese, il rapporto di Gesù con Dio Padre; un rapporto che contempla anche il ritorno del Figlio nel seno del Padre, da cui proviene. Inevitabilmente, il tema del ritorno al Padre implica il distacco di Gesù dai discepoli. Perché Gesù va via? Che cosa significa che egli va a prepararci un posto? Come si fa ad andare avanti senza la sua presenza fisica? Non è facile rielaborare il trauma del distacco. Quel Maestro formidabile, a cui i discepoli dovevano tutto, sembra lasciarli orfani. Anche su noi lettori incombe l’angoscia dell’abbandono. Lo avevamo intuito già in Gv 13,1: «sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine». La prospettiva della fine (e del fine) s’intrecciano continuamente nelle pagine che seguono la lavanda dei piedi: due lunghi discorsi di addio (cfr. Gv 13,31 – 14,31; 15,1 – 16,33) e una preghiera, detta “sacerdotale” (cf. Gv 17).

In Gv 14,1, subito dopo la consegna del comandamento dell’amore e l’annuncio del rinnegamento di Pietro (cfr. Gv 13,31-35.36-38), Gesù rivolge ai suoi un invito accorato: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me». Quasi a dire: va bene tutto, persino il rinnegamento; ma state attenti a un cuore schiacciato dalla paura: sarebbe la fine della fiducia e, con essa, la fine dell’amore, della possibilità di vivere il comandamento dell’amore. Gesù rivolge questa esortazione con tre imperativi presenti: il primo, in forma negativa ( tarassesthō, quasi a dire “fuggite, oggi e sempre, il turbamento del cuore”); gli altri due, positivi (pistèuete, “continuate a credere”). In questa frase il contrappunto della fede (e, implicitamente, dell’amore) non è il dubbio, che pure deve essere messo in conto nella vita del credente, ma la paura. Lo stesso invito a superare la paura viene ripreso alla fine del capitolo, in Gv 14,27: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore». L’inclusione tracciata da questi due imperativi crea il tessuto connettivo dei vangeli della V e della VI domenica di Pasqua, su cui prendono corpo gli insegnamenti di Gesù in Gv 14. Questi insegnamenti meritano di essere riproposti e attualizzati ricollocandoli, appunto, dentro la stessa tensione esistenziale, quella che fa oscillare il nostro cuore tra fiducia e turbamento. Il flashback dei discorsi di commiato, che il vangelo odierno proietta sullo schermo del tempo di Pasqua, rende arduo il compito dell’omileta: da un lato, bisogna accompagnare l’assemblea ad approfondire la gioia della Risurrezione; dall’altro, occorre dare spessore a questa gioia, riattualizzando gli insegnamenti che precedono la morte di Gesù. Anche l’omileta, però, nello svolgimento del suo ministero, deve credere a ciò che predica: «Non sia turbato il vostro cuore». Sulla sua parola, sarà possibile coniugare insieme la gioia della fede e la tristezza del distacco. Anzi, il distacco diventa un’opportunità per vivere in pienezza la fede. Un genitore, che vede un figlio fare le valige e abbandonare il “nido”, comprende bene questo discorso (e viceversa: anche il figlio è agitato dagli stessi sentimenti): da un lato, l’angoscia del distacco; dall’altro, la gioia di una vita che si proietta nel futuro.

Se con onestà diamo ascolto alle nostre sensazioni, è difficile restare atarassici davanti al distacco, al tradimento, al pericolo o quando viene a mancare una relazione importante. Con quale credibilità Gesù può rivolgere quest’invito ai suoi? La credibilità è assicurata dal fatto che anche Gesù ha conosciuto un profondo turbamento, più di una volta: davanti al sepolcro di Lazzaro Gesù (cfr. Gv 11,33); quando i greci chiedono di vedere Gesù ed egli profetizza la sua glorificazione (cfr. Gv 12,27); quando avverte il tradimento di Giuda (cfr. Gv 13,21). In tutte queste ricorrenze si applica a Gesù il verbo tarassō, come in Gv 14,1.27. Egli, dunque, conoscendo bene il turbamento, può esortare i suoi ad attraversarlo.

La gestione della paura è possibile solo grazie alla fiducia. Anzi, a ben vedere, l’esercizio della virtù della fede è possibile nella situazione di turbamento. Finché le cose vanno bene, non è necessario fidarsi. Se la fede rappresenta la scommessa della nostra vita, allora è bene prendere atto che essa si gioca tutta dentro al caos generato dallo smarrimento, dalla perdita del controllo, dall’angoscia del domani; in una parola, dalla paura. In vista dell’attraversamento della paura, Gesù non suggerisce strategie di evitamento, né distribuisce armi e corazze. Piuttosto, si limita a confermare la prenotazione di un posto, che è riservato ai suoi nella «casa del Padre», lì dove lui stesso è diretto e da dove ci chiamerà; lì dove vuole stare con noi, «perché dove sono io siate anche voi» (v. 3). Solo con questa fiducia escatologica si può rispondere coraggiosamente alle avversità della vita, soprattutto quando la paura paralizza le scelte. Il Figlio ha l’autorità di ospitare i suoi amici nella casa del Padre. Tramite il Figlio, siamo resi veramente «familiari di Dio» (cfr. Ef 2,19). Gesù conclude la sua esortazione provocando la fede dei suoi discepoli con un’affermazione che introduce il tema del brano successivo: la Via per raggiungere la casa del Padre è ormai nota (cfr. v. 4).

La risposta a Tommaso: Gesù è la via al Padre

Sbigottito dall’ultima affermazione di Gesù (cfr. v. 4), Tommaso manifesta tutto il suo fraintendimento (che riflette la confusione di tutto il gruppo dei discepoli): come può essere nota la via di “casa” se non si conosce neppure dove si trovi esattamente questa casa? La risposta di Gesù non ritorna a indicare la meta, la «casa del Padre», ma si concentra sull’evidenza della Via, proclamando una delle più solenni rivelazioni del Quarto Vangelo: «Io sono la via, la verità e la vita» (v. 6). Gesù, Lògos del Padre, è anche la Via di comunicazione che conduce al Padre. Chi rimane in Gesù, non solo cammina sulla strada giusta, ma viene avocato al Padre. L’immagine della Via non sembra richiamare solo un tracciato statico, ma assomiglia quasi a un tapis roulant che viene dal Padre e scorre verso di Lui: «Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (v. 6).

L’immagine della Via ridonda in altre due potenti parole che accompagnano la solenne autorivelazione di Gv 14,6: Verità e Vita.

Anzitutto, il Lògos si rivela come “Verità” (alḕtheia), ossia una evidenza da incontrare, con cui dialogare. Il termine alḕtheia nel Quarto Vangelo ricorre venticinque volte, più che in ogni altro libro biblico (cf. anche le numerose ricorrenze del termine nelle tre lettere giovannee). Per l’Evangelista, “verità” è molto di più di un semplice accordo del livello concettuale con il mondo reale, e meno che mai una religione o un’astrazione dottrinale. Piuttosto, “Verità” è una persona, un accadimento: Gesù di Nazareth. Quando Gesù ricorda che «la verità vi farà liberi» (Gv 8,32), lo afferma anzitutto in rapporto alla sua persona. La sete di verità, che tanto affanna l’uomo di ogni tempo, non si esaurisce nella comprensione di un oggetto, ma va inserita nella dinamica di una relazione: «lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future» (Gv 16,13).

Il Lògos si rivela anche come “Vita”, come avevamo già sentito domenica scorsa: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Gesù è, dunque, Vita vivente e vivificante. In quest’ottica, viene relativizzato il problema della morte, poiché la vera e più grande angoscia della nostra esistenza non è il confine della morte biologica, ma una vita già morta, ovvero una continua esperienza di morte nella vita. Nel corpus giovanneo la denominazione greca zōḕ aiṑnios presenta un doppio senso: si tratta di una realtà attuale (cfr., ad esempio, Gv 3,15.16.36; 5,24; 6,40.47.54; 17,2.3; 1Gv 3,15; 5,11.13) e, insieme, dilazionata nel futuro (cfr., ad esempio, Gv 4,14.36, 5,39; 6,68; 12,25; 1Gv 2,25). Si dovrebbe anche aggiungere un terzo riferimento, che identifica “vita eterna” con la persona stessa di Gesù (1Gv 1,2; 5,20).  Ebbene, la vita eterna di cui Gesù parla è una vita viva, qui e ora, già prima della decomposizione biologica. Ed è questo “qui e ora” che promette anche un “oltre”; un “oltre” che non può essere temporalmente inteso come resurrezione dopo la morte, ma come resurrezione nella morte.

La risposta a Filippo: «Io sono nel Padre e il Padre è in me»

Filippo di Betsaida è uno dei primi discepoli di Gesù. Nelle liste degli apostoli (così in Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 6,14; At 1,13) egli è sempre collocato al quinto posto. Fu Filippo a vincere lo scetticismo di Natanaele, dicendogli «vieni e vedi» (Gv 1,46), una frase che lo allinea immediatamente e alla lettera con la strategia comunicativa del Maestro in Gv 1,39 («venite e vedrete»). Filippo è la mente più “plastica” del gruppo, capace di aderire subito alla mediazione di Cristo, diventando egli stesso mediatore del Mediatore. Lo dimostra la sua caratterizzazione in Gv 6,5, nell’episodio della moltiplicazione dei pani; come anche in Gv 12,21-22, quando facilita Greci che vogliono vedere Gesù. Insomma, è un discepolo abituato alla mediazione e, dunque, abile nel maneggiare il simbolo (visibile) attraverso cui si realizza il contatto con la realtà (invisibile).

Nonostante questo straordinario profilo, Filippo rivolge a Gesù una richiesta inaspettata: «Signore, mostraci il Padre e ci basta» (Gv 14,8). Gesù aveva appena finito di ricordare l’equivalenza tra conoscere Gesù e conoscere e vedere il Padre. Non è la prima volta che Gesù sottolinea la possibilità di contemplare la gloria del Padre nelle opere e nella vita stessa del Figlio (cfr. Gv 12,45: «chi vede me, vede colui che mi ha mandato»). Il riferimento al “vedere” confonde il punto di vista di Filippo: com’è possibile vedere Dio? Il lettore, che ormai conosce il prologo del Quarto Vangelo, sa qual è la risposta: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (Gv 1,18). Così afferma Benedetto XVI nella sua catechesi dedicata all’apostolo Filippo: «mentre il Prologo giovanneo parla di un intervento esplicativo di Gesù mediante le parole del suo insegnamento, nella risposta a Filippo Gesù fa riferimento alla propria persona come tale, lasciando intendere che è possibile comprenderlo non solo mediante ciò che dice, ma ancora di più mediante ciò che egli semplicemente è. Per esprimerci secondo il paradosso dell’Incarnazione, possiamo ben dire che Dio si è dato un volto umano, quello di Gesù, e per conseguenza d’ora in poi, se davvero vogliamo conoscere il volto di Dio, non abbiamo che da contemplare il volto di Gesù! Nel suo volto vediamo realmente chi è Dio e come è Dio!» (Benedetto XVI, Udienza Generale di Mercoledì 6 settembre 2006).

Mettiamoci per un istante nei panni di Filippo e degli altri discepoli: essi chiedono una teofania eclatante, davanti alla quale recepire passivamente la presenza del Padre. Invece, la risposta di Gesù provoca la loro libertà e li invita a spalancare meglio gli occhi: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). C’è una perfetta reciprocità tra il Padre e il Figlio: Dio può essere colto solo nel Verbo incarnato. Superato il malinteso, però, resta da capire com’è possibile questa reciprocità, difficilmente inquadrabile dentro il monoteismo giudaico. Tra l’altro, una cosa è credere attraverso i segni che Gesù è il Messia; altra cosa è credere che Gesù e il Padre sono una cosa sola. Gesù sviluppa la sua argomentazione sottolineando due aspetti: anzitutto, intesta le parole dette e le opere che egli ha compiuto direttamente al Padre (cfr. v. 10); poi, insiste sul dimorare del Padre in lui e di lui nel Padre (cfr. v. 11).

Al v. 11 il tono di Gesù sembra quello di una supplica rivolta ai suoi discepoli: «credetemi… se non altro, credete almeno per le opere stesse». Gesù osa chiedere ai suoi l’inconcepibile, perché sa che in quella sera — a poche ore dal suo arresto — si sta giocando tutto il suo ministero. Senza la fede nella reciprocità tra Padre e Figlio (e Spirito, come si dirà in Gv 16), non è immaginabile alcun accesso salvifico alla comunione con Dio e tra di noi. Non solo: senza questa fede non si realizzerebbe quanto anticipato dal v. 12: «colui che crede in me compirà anch’egli le opere che io compio, e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre». Insomma, se nonostante il peccato, la chiesa in duemila anni di storia, tramite la vita dei santi, ha fatto qualcosa di buono, ha liberato le esistenze, ha riconciliato l’umanità a Dio, ha donato la gioia di credere, amare e sperare, … tutto ciò è scaturito dalla sorgente del Dio uno e trino. Gesù, con il suo andarsene, ci dona la nuova identità di figli nel Figlio e, con il dono dello Spirito, ci inserisce definitivamente nella comunione divina.

Prima lettura (At 6,1-7)

Come abbiamo visto domenica scorsa, la comunità di Gerusalemme cresce e si arricchisce di nuove sensibilità e culture. Ciò comporta la risoluzione di piccole e grandi questioni di ordine pastorale. Ma una questione, se autenticamente pastorale, è sempre occasione per far maturare la fede. Ecco, allora, che la sfida pratica diventa un’opportunità per approfondire i tratti distintivi della chiesa e la sua articolazione ministeriale. La pagina odierna mostra, appunto, il bisogno di organizzare meglio la vita di comunità: mossi non dal ricatto dell’efficienza, ma dalla fedeltà alla missione e dalla valorizzazione dei ministeri.

In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove.

Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola».

Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani.

E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.

Che cos’è “identitario” nella chiesa?

Il favorevole clima comunicativo del giorno Pentecoste (cfr. At 2) non è un diritto acquisito una volta per sempre, ma un compito da riattualizzare nel tempo, docili allo Spirito (oppure, ma è la stessa cosa, indocili e renitenti davanti alle logiche del mondo); comunque, sempre aperti a ridefinire i confini identitari (oppure, ma è la stessa cosa, prendendo sul serio l’unità nella diversità). La chiesa, infatti, non è una forma geometrica statica, ma un organismo vivente e plastico. La sua identità non sarà mai messa in discussione dall’accoglienza; piuttosto, la chiusura, la sclerosi e l’autoreferenzialità sarebbero sintomi di un organismo malato. Un organismo mantiene in vita la propria identità grazie al dinamismo delle membra e alla capacità osmotica delle membrane. “Identitari” non sono i confini fisici delle membra e della membrana, ma le loro funzioni vitali.

L’episodio che viene raccontato nella prima lettura è un esempio di come le diverse forme identitarie non fanno paura, ma rappresentano un contributo per formare un’identità ancora più grande.

Il malcontento come opportunità di crescita

Certo, il punto di partenza è un malcontento: i battezzati ellenistici mormorano contro i battezzati ebrei perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. Per quali ragioni venivano trascurate solo le vedove di lingua greca? A causa di antipatie etniche? Da chi venivano trascurate quelle vedove? Dagli stessi apostoli o dagli altri ministri della chiesa? Ci si aspetterebbe la costituzione di una commissione d’inchiesta e l’inizio di un procedimento per indagare sulle responsabilità di queste ingiustizie. Ogni volta che accade un torto, le parti in causa sono portate a far prevalere i “principi” o a rinegoziare il fondamento identitario. Qui, tuttavia, accade qualcosa di diverso: si converge verso un approccio esemplare, per certi versi avanguardistico, nella risoluzione del conflitto. I Dodici, garanti della comunione, per nulla reticenti davanti ai fatti, ma desiderosi di ricomporre la frattura, invece di mettere in piedi un tribunale per accertare le colpe, organizzano un “tavolo sinodale”. Sembra quasi un’eco di alcune pagine antiche in cui emerge il bisogno di un aiuto per Mosè nella guida del popolo (cfr. Es 18,13-27; Nm 11; 27,15-23). Con spirito pragmatico, si punta a risolvere il problema piuttosto che discettare sulle cause. Le intuizioni che vengono dallo Spirito sono sempre pragmatiche, mai campate in aria.

Cogliere la varietà e la specificità dei ministeri

Il punto iniziale di questo discernimento, non esplicitato nel brano, è che la messe è tanta e gli operai sono pochi (cfr. Lc 10,2). Pertanto, non è possibile garantire sempre lo svolgimento dei vari compiti. Non è giusto neppure far pesare tutto sulle spalle di pochi, per quanto qualificati e disponibili. Preso atto di questo, occorre cogliere lo specifico di ciascuno e fidarsi di tutti. Il clima di fiducia reciproca è la condizione necessaria per la valorizzazione dei singoli, per la distribuzione dei compiti e per l’edificazione della comunità. Non si tratta di scelte operative basate esclusivamente sull’efficienza (“minimo sforzo, massimo risultato”), ma di coinvolgimento e corresponsabilità.

Ebbene, i Dodici si rendono conto che il servizio (della Parola) non può essere trascurato a causa del servizio (dell’Amore). Non si possono creare contrapposizioni tra questi due servizi. Detto altrimenti, la Parola e i Poveri non sono opzioni alternative, ma due lati di un’unica “mensa”: sì, perché la Parola si è seduta a tavola con i Poveri e adesso tocca servire sia l’una che gli altri.

Gli apostoli prendono consapevolezza della peculiarità del loro ministero: la presidenza eucaristica e la predicazione. Ancora una volta, bisogna fare attenzione a come si commenta questa “peculiarità”: essa non deriva da una gerarchia di priorità, come se il servizio alle mense non fosse parimenti importante. Se è vero che Parola ed Eucaristia sono fonte e culmine, ciò non esclude, ma implica, in maniera ancora più esigente, la vita: con i suoi drammi, con le sue povertà, con le sue contraddizioni. Il servizio ai poveri, pertanto, è prolungamento del servizio della Parola e dell’Eucaristia. E viceversa: non c’è alcuna condensazione celebrativa né alcuna predicazione possibile senza un contesto in cui la vita è custodita, nutrita, amata.

La soluzione

Il discernimento collegiale porta alla formulazione di una soluzione: «cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico» (v. 3). Non è una strategia soltanto pastorale. In realtà, quel «cercate» implica un approfondimento anche dottrinale: la diaconia della Parola è messa positivamente in tensione con la diaconia delle mense. Come sono necessari Spirito e sapienza per la prima, così anche per la seconda. Come per la prima, anche per la seconda è necessario un gesto di autenticazione (“sacramentale”) per legittimare il ministero delle mense: l’imposizione delle mani sui candidati alla diaconia.

I nomi dei sette diaconi eletti sono di origine greca (si noti il nome di Filippo di Cesarea, soprannominato l’«evangelista» in At 21,8, che vedremo in azione nella prima lettura di domenica prossima): accanto al criterio della «buona reputazione» e dell’essere «pieni di Spirito e di sapienza», essi sono scelti anche in base anche alla loro capacità di mediazione culturale, soprattutto a vantaggio di quelle vedove di provenienza greca che fino a quel momento erano state trascurate. Si manifesta qui concretamente un’opzione privilegiata per i più svantaggiati.

La conclusione della lettura odierna risponde ad una domanda: quale “ritorno” è giusto attendersi dalla testimonianza della carità? La risposta è netta: nessun “ritorno”; «gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). Ma ciò non significa che questa testimonianza resti senza effetti, ma torna sempre a vantaggio di quella Parola che ha edificato la chiesa, donandole il comandamento dell’amore: «la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente». Sorprendente e curiosa persino l’aggiunta finale: «anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede». Uomini avvezzi al culto, che magari erano rimasti insensibili nei precedenti annunci, adesso — edificati dal discernimento della chiesa, suggestionati dalla nuova idea di culto, realizzato in parole e in opere, attraverso la ritualità liturgica e la diaconia — aderiscono cordialmente alla comunione ecclesiale.

Richiamo al Vangelo

Il discorso di Gesù nel vangelo, a ben vedere, si realizza nella prima lettura, dove vediamo una chiesa tutt’altro che turbata, ma sicura dell’assistenza dello Spirito. Non solo: con un pizzico d’ironia (ma senza allontanarci troppo dal vero!), si può dire che nella prima lettura si realizza la promessa che Gesù formula alla fine del vangelo odierno: i discepoli saranno in grado di compiere opere persino «più grandi» del Maestro. Ebbene, mentre Gesù non era mai riuscito a rendere permeabili all’annuncio del Regno i cuori dei sacerdoti e degli altri operatori di culto, i discepoli riescono ad attrarre «una grande moltitudine di sacerdoti». Non è questo il miracolo più grande?

Seconda lettura (1Pt 2,4-9)

Il brano odierno mette in esercizio una metafora edilizia: Cristo, «Pietra viva», sorregge e vivifica tutto l’edificio spirituale dei credenti, fatto di «pietre vive». I destinatari del messaggio sono, non costruttori di un tempio, ma “costruiti” in tempio.

Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: «Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso».

Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo e sasso d’inciampo, pietra di scandalo.

Essi v’inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati. Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.

Dopo aver presentato la vocazione alla santità e le sue conseguenze per l’identità del credente (cfr. la seconda lettura della II e III domenica di Pasqua) — una identità che, paradossalmente, è paragonata alla precarietà e alla mitezza di uno straniero in pellegrinaggio (cfr. il termine paroikia in 1Pt 1,17) — il brano odierno, elegante e retoricamente efficace, si concentra sulla missione sacerdotale dei credenti a partire dalla cristologia.

Cristo, Pietra viva

In questo nuovo snodo argomentativo della lettera, basato sulla metafora edilizia, sembra risuonare tutta l’identità di Pietro: la sua vocazione e la sua missione. Le immagini di Cristo-Pietra (cfr. vv. 4.6.7.8) e dei cristiani-pietre (cfr. v. 5) sono così suggestive che inevitabilmente portano a riflettere sull’autore della lettera, ovvero sull’esperienza di quel Simone che fu chiamato «Kefa», «pietra» (Mt 16,17-18; Gv 1,42). A partire dall’esperienza “petrina”, non gli risulta difficile mettere in esercizio la metafora della pietra in chiave cristologica e, di conseguenza, approfondire il tema della missione sacerdotale delle «pietre vive». Infatti, la lettura di oggi inizia con il verbo “avvicinare”, che implica un avvicinamento cultuale a Cristo (e ciò spiega il successivo sviluppo della missione cultuale-sacerdotale trasmessa alla chiesa).

A differenza di Medusa, che pietrifica a morte chi la fissa, Gesù è «Pietra viva» che forma pietre vive: coloro che si avvicinano a lui vengono vivificati e abilitati alla sua stessa funzione edilizia, diventando elementi architettonici vivi, che assicurano la statica di un edificio spirituale. Tuttavia, questa «Pietra viva» è stata scartata dagli uomini: il participio perfetto apodedokimasmenos non identifica solamente la situazione di chi viene “scartato”, ma anche quella del “disapprovato”, “ripudiato”. Il riferimento alla “pietra scartata” è una citazione dell’Antico Testamento (cfr. Is 28,16; Sal 118,22) che ha anticipato il misterioso scandalo del rifiuto di Cristo e della sua croce. L’aver subìto il rifiuto presso gli uomini stride con il suo essere Pietra «eletta, preziosa al cospetto di Dio». Nei vv. 6-8 Pietro insiste sull’ambivalenza di questa Pietra: per alcuni è sostegno, per altri è crollo; per chi non obbedisce alla Parola è occasione di inciampo, di scandalo; per chi crede è «testata d’angolo» che mantiene unita tutta la casa. La messa in posa della stessa Pietra genera effetti diversi, diventando un discrimine tra coloro che si appoggiano e coloro che v’inciampano. Questi ultimi, dice l’autore, «a questo erano destinati». In realtà, è meglio tradurre la forma etethēsan come un medio-riflessivo: «a questo si sono disposti loro stessi» (cfr. M. Mazzeo, Lettere di Pietro. Lettera di Giuda, Paoline, Milano 2002, 89). Se fosse letto come un passivo, Dio sarebbe implicitamente l’agente di questa predestinazione. Invece, l’inciampo nasce proprio dalla scelta personale dell’incredulità. Il discorso di Pietro, pertanto, bilancia bene l’iniziativa di Dio con la responsabilità individuale.

Le caratteristiche dell’edificio spirituale

Entrambe le caratteristiche di Cristo, rifiuto ed elezione, si trasmettono anche alle pietre vive della chiesa, perpetuando, così, l’ambivalenza del mistero della Parola in croce: salvezza per chi obbedisce; inciampo per chi non obbedisce. Dalla cristologia si passa a delineare l’ecclesiologia; dalla «Pietra viva» alle «pietre vive». Al v. 5 l’apostolo parla della costruzione di un edificio spirituale, in vista di un «sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio». Il tempio, luogo tradizionalmente associato alla presenza di Dio e all’attività di culto, viene sostituito da una «casa spirituale» edificata sul fondamento di Cristo e costituita dalla comunità dei credenti. Va bene parlare di “spiritualizzazione” del culto, ma a patto di intendere questo processo non come allontanamento dalla concretezza, ma come approfondimento del culto nella sua autenticità; come opportunità di adorare Dio in modo conforme allo Spirito. In questa casa avviene il servizio dei sacrifici, anch’essi da vivere in modo pneumatico, e il servizio della parola (vv. 5 e 9). Quelle pietre vive, che costruiscono il nuovo tempio spirituale, sono anche vittime spirituali. Infine, tutto il popolo gode della mediazione sacerdotale. Questa variegata dignità dei cristiani deriva unicamente dal fatto di essere fondati e compaginati in Cristo: Vittima, Sacerdote e Altare.

Il v. 9 offre un elenco di quattro punti per caratterizzare meglio l’edificio spirituale. Ciascun punto — «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato» — condensa diversi rimandi o allusioni a passi dell’Antico Testamento (soprattutto Es 19,6). In primo luogo, dalla Pietra eletta (cfr. v. 6) scaturisce la generazione eletta della chiesa, come era stato già evidenziato nel saluto iniziale ai destinatari della lettera (cfr. lPt 1,1). In secondo luogo, si specifica la dignità sacerdotale dell’intero popolo, che risulta propriamente un «sacerdozio reale» (basileion hierateuma); non “autocefalo”, ma collegato a Cristo Re; esercitato in nome e per conto di lui. In terzo luogo, i cristiani sono anche «nazione santa», a immagine del Santo (cfr. 1Pt 1,16), con implicazioni etiche esigenti. Infine, l’Apostolo definisce la chiesa come «popolo d’acquisto [da parte di Dio]» (laos eis peripoiēsin); acquisto che si perfeziona e produce effetti tramite il sangue prezioso di Cristo (cfr. 1Pt 1,19). I tratti così elencati vengono, poi, orientati a uno scopo missionario, in quanto finalizzati alla proclamazione delle «opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa» (1Pt 2,9).

Richiamo al Vangelo

La seconda lettura odierna condivide con il vangelo lo sforzo di illustrare l’articolazione tra il mistero di Cristo e quello della chiesa, tra cristologia ed ecclesiologia. Il discorso di Gesù, grazie ai riferimenti al Padre e al Paraclito, offre un quadro completo sullo snodo trinitario ed ecclesiale. La lettera di Pietro ha lo scopo di confermare i credenti e invitarli a rimanere saldi, anche nella prova, perché la chiesa ha le sue fondazioni in Cristo, «Pietra viva»: «Vi ho scritto… attestando che questa è una vera grazia di Dio: in essa siate fermi! (1Pt 5,12). Questa articolazione è un contributo assai innovativo e molto attuale per la chiesa di oggi: tenendo insieme vocazione e missione, i cristiani possono affrontare senza paura il vuoto spirituale che contraddistingue il nostro tempo. Così, le opere «opere ammirevoli» di colui che ci ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa (cfr. 1Pt 2,9) potranno trovare una eco persino più grande (cfr. Gv 14,12) nelle opere della chiesa.