di Carmelo Russo
17 Maggio 2026
Vangelo (Mt 28,16-20)
Il mistero dell’incarnazione completa il suo giro salvifico con il mistero dell’ascensione. L’abbassamento del Verbo divino ha reso possibile l’innalzamento della nostra natura umana. Tuttavia, il vangelo proposto in questo ciclo A per la solennità odierna non descrive l’ascensione, ma l’ultima apparizione del Risorto, in Galilea. La scelta è coerente con il senso del mistero celebrato: anche la nostra umanità, discesa nell’acqua battesimale nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, ascende insieme al Risorto e prende nuovo respiro e quota nel grembo stesso della Trinità.
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.
Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Inclusione con la genealogia
Il Vangelo secondo Matteo, nel suo incipit, si era presentato come il «libro delle generazioni di Gesù Cristo» (biblos genèseōs Iēsou Christou). Un orecchio allenato al genere delle genealogie bibliche si aspetterebbe che Mt 1,1-17 non si esaurisca con l’elenco delle generazioni che stanno alle spalle di Gesù, ma che prosegua a illustrare anche ciò che egli stesso ha generato. Come mai non compaiono i “discendenti di Gesù”? Ebbene, alla fine del vangelo, nella pericope proposta dalla liturgia odierna, si scopre che quella genealogia monca giunge a compimento con il fare «discepoli tutte le nazioni»: la discendenza di Gesù sono i figli della Chiesa. La genealogia del Messia si prolunga con la generazione dei «discepoli che costituisce, in Matteo, la genealogia continua. La storia si prolunga, su una modalità messianica, attraverso la generazione di discepoli. Il rapporto maestro-discepolo è, per tutti i tempi, il rapporto che Gesù instaura con i destinatari dell’evangelo» (J.P. Sonnet, Rut. Introduzione, traduzione e commento, San Paolo, Cinisello Balsamo 2021, 125). La sorpresa è grande: come Gesù fu innestato a una generazione umana per opera dello Spirito Santo, così i discepoli diventano generazione divina nell’ordine dello stesso Spirito, grazie all’innesto dello Spirito Santo.
I vv. 16-17 introducono l’esecuzione dell’ordine di Gesù di recarsi in Galilea (dato ai discepoli al precedente v. 7) e descrivono la loro confusa prostrazione (adorazione mista a dubbio) nel momento dell’apparizione del Risorto. I vv. 18-20 sviluppano tre motivi: il conferimento di ogni potere a Gesù (v. 18); il mandato missionario ai discepoli (vv. 19-20a); la permanenza di Cristo con i suoi, fino alla consumazione dei secoli (v. 20b).
Back to the future
Si ritorna nella Galilea delle genti, dove la storia aveva avuto inizio. Mentre Gv 21 racconta l’apparizione del Risorto davanti a sette apostoli che ritornano a pescare nel mare di Galilea, il vangelo odierno ha come protagonisti gli Undici discepoli che vengono convocati dal Risorto in cima a un monte della Galilea. Il monte, nel Vangelo secondo Matteo, è anzitutto un riferimento teologico. Nel brano delle tentazioni (Mt 4,1-11) l’ultima tentazione, la più insidiosa, è ambientata su un «monte altissimo». Gesù sale su “il” monte, con l’articolo determinativo, per l’annuncio delle beatitudini (Mt 5, 1-10). Ancora sul monte è ambientato l’episodio della trasfigurazione (Mt 17, 1-8). Ebbene, alla fine del Vangelo di Matteo, dopo il monte Golgota della passione, siamo nuovamente in cima ad un monte: nella stessa regione, in cui Gesù aveva cominciato a “discepolare”, la chiesa riceve il mandato di continuare l’edificazione del Regno. Si noti che per identificare il Risorto non vengono utilizzati i titoli di Kyrios e Christos, ma si parla semplicemente di ho Iēsous: la sua gloriosa risurrezione non ha offuscato la sua umanità; anzi, l’ha resa predicabile in una maniera ancora più bella e autentica.
L’Evangelista sottolinea un doppio atteggiamento alla vista del Risorto: gli Undici si prostrano in segno di adorazione, ma dubitano. Il loro dubitare è espresso con distazō (composto da dyo e stazō), ossia con lo stesso atteggiamento che Gesù riscontra in Pietro, quando comincia ad affondare dopo aver camminato sulle acque: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (Mt 14,31). È il dubitare della chiesa, in ogni luogo e in ogni tempo, che si prostra adorante davanti al Re, ma resta debole, incapace di allineare totalmente la propria identità a quella del Servo sofferente assiso sul trono della croce.
L’autorità del Risorto
Il Risorto non resta insensibile davanti a questa debolezza, ma si avvicina agli Undici per ricordare, non la loro debolezza, ma la propria potenza: «A me è stato dato [il passivo teologico edothē richiama l’azione del Padre] ogni potere [exousìa] in cielo e sulla terra» (v. 18). La terapia per vincere il dubbio non consiste in coccole e psicologismi, ma nella proclamazione della sua autorità divina, quella ricevuta dal Padre. Questa proclamazione presenta una certa affinità con la visione di Dn 7,14, in cui un personaggio simile a un figlio di uomo si avvicina al Vegliardo per ricevere da lui il potere. «L’arrivo di questa figura segna una nuova era, in cui l’universo non è più sotto l’influsso delle forze del male, simboleggiate dalle quattro bestie. In ciò è implicita la convinzione che la cosa migliore da fare per resistere alle forze del male è aderire alla presenza divina e non servirsi delle proprie forze per contrastarle» (A. Gianto, “Sull’umanità. Uno sguardo dal libro di Daniele”, in La Civiltà Cattolica, vol. I, quaderno n. 3901, pp. 27-40).
“Discepolare”
Superato il dubbio autoreferenziale con l’autoproclamazione del Risorto, gli undici sono pronti a ricevere il mandato missionario: «Andando [poreuthentes], dunque, fate (che diventino) discepole [mathētèusate] tutte le nazioni, battezzandoli [baptìzontes] nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando [didàskontes] loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (vv. 19-20a). Ai discepoli è affidato il compito di “discepolare”. Il verbo che regge tutta la frase è l’imperativo aoristo mathētèusate, una forma che conferisce perentorietà al comando: “fate immediatamente discepole…” tutte le nazioni. L’imperativo è preceduto da un participio aoristo (poreuthentes) e seguito da due participi presenti (baptìzontes e didàskontes). Tutt’e tre i participi aggiungono un triplo dinamismo al verbo della reggente. Anzitutto, il “discepolare” non avviene restando fermi o aspettando di catturare nella propria orbita qualche meteora di passaggio, ma si perfeziona in itinere, in costante movimento di estroversione, poiché la chiesa può custodire la propria identità apostolica solo “andando”. In secondo luogo, il “discepolare” avviene “battezzando”, cioè realizzando per le genti un’esperienza immersiva dentro la Trinità. Infine, il “discepolare” non è magia o proselitismo, ma deve compiersi “insegnando”, cioè rendendo continuamente ragione della speranza del Vangelo, non solo per conoscere tutto quello che Gesù ha comandato, ma anche per osservarlo.
La buona notizia dell’Emanuele
Il v. 20b conclude l’intero vangelo con la promessa del Risorto di restare per sempre in mezzo alla sua chiesa: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla consumazione del secolo». La rassicurazione circa l’assistenza divina ricorre spesso nei cicli patriarcali del libro di Genesi: Ismaele (21,20), Isacco (26,3.24), Giacobbe (28,15; 31,3; 35,3), Giuseppe (39,2-3.21.23). Il motivo “Dio-con-noi” ricorre spesso lungo le pagine dell’Antico Testamento. Nel Nuovo Testamento, il tema della costante presenza divina si ritrova in punti strategici del vangelo secondo Matteo: all’inizio (cfr. l’annuncio della nascita dell’Emmanuele in 1,23), al centro (cfr. 18,20: «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro») e, appunto, alla fine (28,20). In quest’ultimo versetto, il predicato al presente (egṑ meth’hymṑn eimi) assicura che tale presenza è stabile e perenne già da subito. Lo stesso costrutto della frase visualizza una ecclesiologia («…con voi…») “annidata” pienamente dentro la cristologia (io … sono) e in tensione escatologica («…fino alla consumazione del secolo»). La missione della chiesa, dunque, prolunga e realizza la buona novella del Gesù storico. Finalmente diventa chiaro il titolo del Vangelo secondo Matteo: i discepoli di Gesù e, d’ora in poi, gli altri discepoli, aggregati grazie al “discepolare” della chiesa, formano la discendenza di Gesù (biblos genèseōs Iēsou Christou).
L’accondiscendenza dell’Emmanuele — la presenza di Dio (la shekinàh) che camminava nel deserto insieme al popolo d’Israele — nel contesto della solennità odierna, sembra un movimento contrario a quello ascensionale. Tuttavia, a ben vedere, si tratta dello stesso mistero della salvezza: grazie all’Ascensione, Gesù può diventare Emmanuele per ogni chiesa di ogni tempo e di ogni luogo. Come l’ascensione del Risorto porta la nostra umanità “in mezzo a Dio”, così l’emmanuelizzazione del Risorto porta definitivamente la presenza di Dio in mezzo a noi. Tutt’e due i movimenti parlano di una recuperata comunione tra Dio e gli uomini. La storia dell’uomo diventa storia di Dio fino alla consumazione del secolo.
Prima lettura (At 1,1-11)
Il racconto dell’ascensione di Gesù è una costante della liturgia odierna, essendo proposta ogni anno, in tutt’e tre i cicli del lezionario festivo.
Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio.
Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo». Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra».
Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».
Dopo la solenne introduzione del libro, con un saldo richiamo al «primo racconto» (il Vangelo secondo Luca) e un breve sommario delle apparizioni post-pasquali (vv. 1-3), l’autore ricorda le ultime raccomandazioni del Signore ai suoi discepoli prima del distacco (vv. 4-8). Finalmente, nei vv. 9-11 viene raccontata l’ascensione di Gesù al cielo.
Tra la pasqua e l’ascensione
Dal vangelo di Gesù si passa al vangelo della chiesa. Nei primi tre versetti di Atti degli Apostoli si coglie la complessità trinitaria dell’opera della redenzione: i gesti e le parole del Figlio; l’opera del Padre (sottinteso nel passivo teologico «fu assunto»); la presenza permanente dello Spirito Santo. La salvezza della Trinità s’intreccia definitivamente con la missione della chiesa. Si fa riferimento a una sorta di “tempo intermedio” tra la risurrezione e l’ascensione, di quaranta giorni, prototipo dell’attuale tempo intermedio della chiesa, tra la prima venuta di Cristo e la parusia. Questi quaranta giorni ricordano alcune pagine importanti della Scrittura (cfr. Gn 8,6; Es 24,28; 34,28; Nm 13,25; 1Re 19,8; Lc 4,2) e rappresentano simbolicamente un “tirocinio” necessario, in vista dell’abilitazione a compiere una missione. I tre anni di preparazione remota durante ministero pubblico di Gesù si arricchiscono, dunque, di un tempo supplementare, in cui gli Undici si trovano ancora in compagnia del Risorto, per una preparazione prossima al dono di Pentecoste e alla missione universale della chiesa. Dopo il compimento dei giorni, tuttavia, la chiesa entra in un altro tempo intermedio, abilitata sì alla missione, ma sempre apprendista del Regno, in attesa di un ulteriore e definitivo compimento.
Ultime raccomandazioni
Le ultime raccomandazioni del Risorto sono ambientate a tavola, in un contesto conviviale con i suoi Undici, ordinando «loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre». Come prima di Natale, anche prima di Pentecoste c’è un avvento, un’attesa da vivere insieme. Deve essere preparato un grembo, non solo nell’incarnazione del Verbo, ma anche nell’inabitazione dello Spirito. Sta per compiersi, infatti, il battesimo nello Spirito, che rappresenta il giorno natalizio degli apostoli, il giorno in cui la loro vita è resa tempio; anzi, tabernacolo mobile della presenza di Dio in mezzo agli uomini. Agli Apostoli viene chiesto solo di prepararsi a questi eventi con una vigilante attesa che rende evidente la natura divina dell’impresa che li attende (cfr. anche Lc 24,49).
Questa volta, però, manca Giuda: nella gioia di condividere un pasto, gli apostoli avvertono un senso di frustrazione; dopo il tradimento — anche il loro, non solo quello di Giuda! — sentono la precarietà e l’ambiguità del pasto; capiscono che la salvezza viene da lui, non dalla loro fedeltà. Infatti, gli domandano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Più che una domanda, si tratta di un’implorazione. Risuona in essa la stessa ansia dei farisei che chiesero a Gesù: «Quando verrà il regno di Dio?». Gesù aveva risposto: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!» (Lc 17,20-21). Il corpo di Gesù risorto è il Regno ricostruito. Ma Gesù asseconda la questione mal posta degli Undici: non spetta a loro conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere. Con queste parole Gesù non vuole nascondere un’informazione — per inciso, in che modo conoscere «tempi o momenti» avrebbe giovato a superare lo scandalo del tradimento? — ma eliminare quel delirio di controllo che distrugge la nostra esistenza, la rende ansiosa e toglie freschezza alla testimonianza. Infatti, la restaurazione del Regno dovrà prendere corpo nella chiesa quando essi riceveranno «forza dallo Spirito Santo», per essere testimoni del Risorto a Gerusalemme, in tutta la Giudea e in Samaria, fino ai confini della terra (cfr. vv. 7-8). In realtà, il libro si concluderà a Roma, capitale dell’Impero, ma non del tutto capace di simboleggiare la periferia del mondo e della storia: «tra Roma e i confini della terra c’è un blanc, un vuoto occupato da tutta la storia della Chiesa lungo i secoli» (G. Rossé, Atti degli Apostoli. Introduzione, traduzione e commento, San Paolo, Cinisello Balsamo 2010, 41).
La visione di Cristo che ascende al cielo
Finalmente, passiamo all’ascensione, che riprende il racconto di Lc 24,51-52, anche se con altri accenti. Nella versione di At 1,9 si aggiunge il simbolo nube, elemento tipico delle teofanie veterotestamentarie, che segnala la presenza velata ma reale di Dio. Lungo tutta la prima parte di Atti, l’autore tornerà a parlare dell’ascensione sottolineando l’intronizzazione di Gesù alla «destra del Padre» (cfr. At 2,33; 7,55), cioè la condizione che lo rende pienamente in comunione con il Padre e partecipe dei suoi poteri.
In questo contesto, non si può fare a meno di ricordare l’ascensione di Elia davanti al discepolo Eliseo, che chiede «una parte doppia» dello spirito del maestro, ossia la parte riservata al primogenito (anche quando fosse «figlio dell’odiata», secondo il diritto di Dt 21,17). In altre parole, Eliseo vuole diventare erede di Elia a tutti gli effetti di legge. Elia risponde: «Tu chiedi una cosa difficile; tuttavia, se tu mi vedi quando io sarò rapito, ti sarà dato quello che chiedi; ma se non mi vedi, non ti sarà dato» (2Re 2,10). Si insiste sul “vedere” come condizione per soddisfare la richiesta. In effetti, Eliseo «lo vide e si mise a gridare: “Padre mio, padre mio! Carro d’Israele e sua cavalleria!”. Poi non lo vide più» (2Re 2,12). Anche nel nostro brano si insiste molto sul “vedere” degli Undici (tema che ricorre cinque volte nei vv. 9-11), quasi a voler garantire anche a loro un’eredità sicura, tra l’altro in misura che sarà senza misura: non «una parte doppia», ma lo Spirito Santo, Dominum et vivificantem. L’eredità della chiesa primogenita non è una porzione, ma un totale; non è una cosa o un diritto, ma una Persona della Trinità.
Richiamo al Vangelo
Al mandato missionario del vangelo fanno eco le parole di «due uomini in bianche vesti» con cui si conclude la prima lettura odierna (At 1,10-11). I due messi celesti si rivolgono agli «uomini di Galilea» per rassicurarli sulla seconda venuta di Gesù. La storia della salvezza non subisce un “blocco evolutivo”, ma continua gioiosamente verso un incontro definitivo. Contrariamente a quanto si possa pensare — sostiene il prof. J.-L. Ska — il racconto di Babele è più vicino alla scena dell’Ascensione che a quella di Pentecoste: «Il messaggio è semplice: il vostro futuro immediato non è il cielo, ma la terra; non è l’eternità, ma la storia. Avete una missione da compiere e un mondo nuovo da costruire. Non guardate il cielo lassù, guardate la terra e il compito che vi aspetta quaggiù. I discepoli se ne andranno, e il loro viaggio continua ancora oggi, in ogni parte del mondo. L’umanità di Gn 11,1-9 è chiamata da Dio a costruire il mondo, non a raggiungere il cielo». È il dono totale dello Spirito, appunto, che fonda la nostra responsabilità missionaria nei confronti della storia.
Seconda lettura (Ef 1,17-23)
A Efeso, centro commerciale sulle rive egee dell’Asia minore, Paolo rimane per tre anni, non cessando di ammonire «tra le lacrime», notte e giorno, gli efesini venuti alla fede (At 19,9; 20,31). Di ritorno dal suo terzo viaggio missionario, Paolo ricorda il suo zelo: «Non mi sono tirato indietro dall’annunziarvi tutto il consiglio di Dio» (At 20,27). La lettera, scritta qualche anno più tardi dalla prigionia romana, è il manifesto che sigilla gli insegnamenti di Paolo e i suoi sforzi nell’edificazione della comunità cristiana.
Fratelli, il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore.
Egli la manifestò in Cristo,
quando lo risuscitò dai morti
e lo fece sedere alla sua destra nei cieli,
al di sopra di ogni Principato e Potenza,
al di sopra di ogni Forza e Dominazione
e di ogni nome che viene nominato
non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro.
Tutto infatti egli ha messo sotto i suoi piedi
e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose:
essa è il corpo di lui,
la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose.
Dopo il saluto e l’inno di apertura (Ef 1,1-2.3-14), segue una preghiera di ringraziamento (vv. 15- 23) in cui si colloca la selezione della seconda lettura odierna. In particolare, nei vv. 15-19, dopo un meritato elogio agli efesini, Paolo porge loro un accorato augurio (vv. 16-19); i vv. 20-23, in stile innico, contengono una solenne professione di fede nel Cristo glorioso.
La preghiera di Paolo per i destinatari
Efeso, grazie alla sua posizione geografica, è stata “chiesa madre” per l’evangelizzazione dell’Asia Minore. Paolo rende continuamente grazie per questa comunità, che si è distinta per la sua fede e la carità riservata ai fratelli delle altre chiese. La congiunzione «affinché» (all’inizio del v. 16, non inserita nella selezione liturgica) introduce gli auspici della sua preghiera rivolta al «Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria». Anzitutto, Paolo invoca «uno spirito di sapienza e di rivelazione», perché gli efesini possano vivere in intimità con Dio e avere una profonda conoscenza di lui. Dio Padre è la fonte di questo dono, ma il Dono, ossia lo Spirito Santo che rivela la sapienza, è egli stesso Dio. Poi, Paolo auspica una illuminazione degli “occhi del cuore”. Com’è noto, nel mondo giudaico il cuore rappresenta il momento più autentico dell’uomo. Chiedere “occhi” illuminati per il cuore significa invocare a favore dei credenti una dinamica di autenticità. Infatti, l’illuminazione è orientata ad affinare lo sguardo sulla speranza profonda che anima la storia; sul tesoro di gloria che è l’eredità dei santi; sulla soverchiante grandezza della sua potenza.
La ridondanza di questi versetti vuole convincere gli efesini che l’azione divina, che sono chiamati a conoscere, è una dỳnamis salvifica ormai pienamente catalizzata e inarrestabile. Detto in breve: “Efesini, diventate ciò che già siete!”.
Inno cristologico
L’inno dei vv. 20-23 è una lode a Cristo risorto che siede alla destra del Padre (v. 20) e descrive uno spazio cosmico in cui si delinea il trionfo di Cristo re dell’universo (v. 21) e capo della chiesa che è il suo corpo (vv. 22-23).
La salvezza di Dio si manifesta pienamente in Cristo, risuscitato dai morti e assiso alla destra del Padre. Il prototipo di questa esaltazione e intronizzazione di Gesù è il Sal 110(109),1: «Oracolo del Signore al mio signore: “Siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi”». Si tratta di una citazione molto utilizzata nelle interpretazioni messianiche del Nuovo Testamento: cfr. Mt 22,45 (Mc 12,36; Lc 20,42); Mt 26,64 (Mc 14,62; Lc 22,69); At 2,34; Eb 1,13 (indirettamente, anche At 7,55; Rm 8,34;Col 3,1;Eb l,3; 8,l; 10,12; 12,2). Il mistero dell’ascensione racconta, in effetti, una rinnovata comunione tra Padre e Figlio, collocato in una posizione di superiorità sulla morte, sulla corruzione e su tutta la temporalità del cosmo. Tale comunione è arricchita dell’umanità del Risorto, determinando così un naturale scivolamento ecclesiologico dell’inno.
Nei vv. 22-23 si afferma, infatti, che la signoria di Gesù è adesso affidata alla chiesa, «pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose». Lungi dall’averlo separato dalla storia degli uomini, l’ascensione di Gesù è d’importanza “capitale” per la missione della chiesa. Essa è il corpo di Cristo che ha per Capo il Messia asceso. La metafora organica è un approfondimento dell’immagine sociologica di “popolo”: «Il paragone della Chiesa con il corpo illumina l’intimo legame tra la Chiesa e Cristo. Essa non è soltanto radunata attorno a lui; è unificata in lui, nel suo corpo» (CCC 789). Caput et membra, quasi una persona mystica (San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, III, q. 48, a. 2, ad 1: Ed. Leon. 11, 464). Si realizza, così, un formidabile intreccio che parte dalla cristologia, si dipana nella cosmologia e termina nell’ecclesiologia.
L’unità organica, tuttavia, non elimina la possibilità di articolare le differenze delle membra e di riconoscere la loro interdipendenza: «se un membro soffre, soffrono con esso tutte le altre membra; se un membro è onorato, ne gioiscono con esso tutte le altre membra» (1Cor 12,25; su questo tema cfr. anche il Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen gentium, 7). Quindi, soffre e gioisce anche il Capo per ciò che accade nella chiesa. Le membra del corpo non sono indipendenti dal Capo, ma neppure il Capo può funzionare senza un corpo. Insomma, l’inno cristologico, grazie al suo “scivolamento” ecclesiologico, ci invita a riconsiderare l’ascensione come un mistero di immanenza; un mistero che Paolo arricchisce con l’evocazione del Christus totus, per mettere in guardia la chiesa — di Efeso e di oggi — da ogni reflusso puritano e dalla schizofrenia spirituale. Un pezzo del nostro “inferno” è assiso alla destra di Dio, ma anche un pezzo di “paradiso” è ormai definitivamente piantato quaggiù sulla terra.
Richiamo al Vangelo
Il vangelo odierno fa scaturire la missione degli Undici dal cuore stesso della Trinità. Lo stesso rapporto organico tra Dio e la chiesa si riscontra nell’inno cristologico della seconda lettura, che celebra l’esaltazione di Cristo. La chiesa, incorporata a lui, esercita la sua missione «fino alla consumazione del secolo». Le varie corrispondenze tra le letture odierne possono trovare un’ottima sintesi nelle parole del Prefazio dell’Ascensione del Signore I: «Mediatore tra Dio e gli uomini, / giudice del mondo e Signore dell’universo, / non si è separato dalla nostra condizione umana, / ma ci ha preceduti nella dimora eterna, / per darci la serena fiducia che dove è lui, capo e primogenito, / saremo anche noi, sue membra, / uniti nella stessa gloria».

