I Domenica di Quaresima
di Carmelo Russo
22 febbraio 2026
Vangelo (Mt 4,1-11)
I quaranta giorni di Gesù nel deserto simboleggiano i momenti critici di Israele nell’esodo: la manna (Es 16 e Nm 11); la sollevazione di Massa (Es 17); il vitello d’oro (Es 32). Nel deserto delle tentazioni, Satana offre a Gesù la possibilità di riappropriarsi di quegli attributi divini dei quali si era spogliato nell’incarnazione («…ma spogliò se stesso, facendosi obbediente…»: cf. Fil 2). La posta in gioco è alta, ma Gesù ribadisce la sua identità di Figlio, mostrandosi forte e fedele
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.
Il contesto
Nel Vangelo di Matteo, battesimo e tentazioni formano un dittico importante nello sviluppo del dogma trinitario, vista la massiccia presenza del Padre e dello Spirito. In entrambe le scene, Gesù è presentato nella sua identità divina e umana. Se nel battesimo il Padre rivela la figliolanza di Gesù (cf. Mt 3,17: «Questi è il Figlio mio, l’amato»), nelle tentazioni Satana cercherà di distruggere quell’immagine filiale (cf. Mt 4,3.6: «Se tu sei Figlio di Dio»), mistificando la fragilità della sua condizione umana. Dalle acque del battesimo Gesù emerge nella sua statura di Figlio; dalle sabbie caotiche delle tentazioni, Gesù trionfa come Nuovo Adamo, vincitore sul peccato.
La progressione delle tentazioni
Che anche il Messia possa essere tentato doveva apparire contraddittorio. Eppure, la scrittura ebraica conosce bene la prova dei giusti (cf., ad esempio, i quattro carmi del servo sofferente in Is 40 – 55 o la prova di Giobbe o quella di chi affida a Dio in Sap 2,12-20). A differenza di Luca, Matteo aggiunge che «il tentatore gli si avvicinò» (4,3), sottolineando maggiormente la drammaticità della tentazione in “compagnia” dell’Accusatore.
La prima tentazione riguarda il pane: Gesù, epigono di tutta l’umanità, è già qui “crocifisso” al suo bisogno. Come nell’Eden, s’insinua il sospetto che il Creatore abbandoni le sue creature al proprio destino. Satana conosce la fragilità della condizione umana e intende sfiancare Gesù, a partire dalla mancanza più atavica, quella del cibo. La manipolazione diabolica si concentra sulla dinamica del desiderio, quel “sacrario” che abilita l’uomo alla possibilità di auto-trascendersi, di uscire dalla caverna e cercare la vita. La prima tentazione diventa, allora, un paradigma per tutte le patologie del desiderio. Le attualizzazioni sono abbastanza ovvie: l’edonismo, il rapporto ossessivo con il cibo, l’uso di sostanze, la cosiddetta “farmacolizzazione”, ossia quel processo con cui, al di fuori del contesto medico e terapeutico, si va alla ricerca sconsiderata dell’effetto biologico, abusando della tecnologia chimica per escogitare soluzioni a (falsi) problemi della vita.
La seconda tentazione matteana riguarda tradizionalmente il successo; ma è in gioco, più che altro, l’assurda pretesa di poter vivere sempre assicurati su tutto. Qui è interessante sottolineare la location: il diavolo conduce Gesù nella «città santa» (espressione che ritornerà, non a caso, in Mt 27,53, a proposito della risurrezione dei santi appena dopo la morte di Gesù), precisamente sul punto più alto del tempio, e cita persino le Scritture (cf. Sal 91,11-12). È la tentazione di chi pensa che la “pratica religiosa” possa diventare una polizza d’assicurazione sulla vita. Il Nemico è scaltro e capisce che, nella sua opera di accusa e separazione, deve fare leva su dinamiche umane ancora più profonde, non limitandosi ai bisogni corporali. Il tentatore vuole rendere Gesù un tentatore: anche il Figlio deve mettere alla prova il Padre. La battaglia si sposta sulla dimensione psicologica, che non cerca solo sazietà, ma anche equilibrio, posizionamento sociale, sicurezza. Ecco, allora, che la tentazione si specifica nella richiesta di un gesto infantile («gèttati giù»), modellata sui capricci dei bambini, quando mettono alla prova l’affetto dei genitori. Se Gesù obbedisse all’invito di gettarsi giù, costringendo Dio alla spedizione immediata di angeli-paracadute, di fatto negherebbe la propria relazione con il Padre. A ben vedere, si riassumono qui tutte le nostre pratiche autolesionistiche, in cui, magari ammantati dq giustificazioni religiose, vendiamo la primogenitura per un piatto di lenticchie; oppure ci lanciamo in imprese che ci separano da Dio, pretendendo da lui una soluzione. Carrierismo, cura estrema del corpo, visibilità, capacità di influenzare le opinioni altrui, perbenismo, ricerca del miracolo … sono solo “lenticchie” che non saziano, “paracaduti” che non si aprono.
La terza tentazione riguarda il potere, ma potrebbe essere declinata come tentazione sulla missione di Gesù. Si fa leva sull’assurda pretesa di poter ottenere tutto. Anche qui l’ambientazione è importante: un monte altissimo, quasi alla destra del Padre, da cui poter ammirare i regni del mondo e la loro gloria. Il simbolo del monte è un tema coerente con le altre pagine del Vangelo di Matteo, che ambienta in alto scene importantissime: il monte delle beatitudini (cf. 5,1), le cime in cui si ritira (cf. 14,23 e 15,29), l’alto monte della trasfigurazione (cf. 17,1), il monte degli Ulivi nei giorni che precedono la passione (cf. 21,1 e 24,3), il Gòlgota (cf. 27,33), il monte della missione (cf. 28,16). Nelle tentazioni, il simbolo positivo del monte viene pervertito, reso ambiguo, apparendo sub specie boni, ossia sotto le mentite spoglie del bene. Infatti, si spalanca davanti a Gesù il panorama della realizzazione personale, della possibilità di chiudere la sua missione in un battibaleno e con successo. La sua missione non consiste, forse, nel salvare il mondo? Ebbene, Satana gli sta offrendo questo risultato, un messianismo mondano, costellato di grandi successi. Dopo la prova sul corpo e sulla psiche (dare panem et circenses…), adesso sopraggiunge la più insidiosa delle tentazioni, difficilmente smascherabile, perché riguarda quell’obbedienza che il Padre gli ha affidato (… et religionem). Ma a che prezzo? Satana, ancora una volta, invita Gesù a gettarsi, questa volta non dal punto più alto del tempio, ma ai suoi piedi, il punto più basso del creato, e di adorarlo. In questa terza tentazione manca la protasi «Se tu sei Figlio di Dio, …», ma il sottinteso è ancora più presente e pressante; anzi, il sottinteso si spinge fino alla proposta di una figliolanza di Satana, al fine di avere controllo su tutto. È la stessa tentazione che si ripropone nelle vite dei santi, quando sono messi davanti all’alternativa di servire Dio oppure di lasciarsi assorbire dalle logiche di potere, magari mossi da finalità filantropiche. È la tentazione di chi, magari con nobili propositi, scende a patti con il diavolo per annacquare la radicalità cristiana e addomesticare il vangelo all’interno di strutture mondane di potere.
La progressione delle risposte di Gesù
Nelle risposte di Gesù, l’Evangelista Matteo mette in esercizio una lettura tipologica delle pagine più traumatiche dell’Antico testamento, mostrando che Gesù, a differenza di Israele, confidando solo nel Padre, esce vittorioso dalle tentazioni.
Nella tentazione del pane c’è un elemento di verità: evidentemente si deve pur mangiare! Da questo punto di vista la richiesta è buona. È anche quello che chiediamo nella preghiera: “Dacci oggi il nostro pane”. Pregando, appunto. Questo avrebbero dovuto fare gli Israeliti nel deserto, invece di mormorare: chiedere con fiducia, senza estorcere l’aiuto con la mormorazione (cf. l’episodio della manna nelle due versioni di Es 16 e Nm 11). Dio però è ormai abituato a confrontarsi con questa ostentata e superba debolezza dell’uomo. Come aveva cucito pelli di animali per vestire la nudità dei progenitori (cf. Gn 3,21), così anche nel deserto invita con pazienza il suo popolo a compiere un “esodo nell’esodo”. Egli sa che l’uomo è alle prese con due grandi insidie. La prima è l’idolo della sazietà fine a se stessa, la tentazione di fermarsi, di cessare ogni cammino non appena la pancia si riempie e il bisogno viene appagato. La seconda insidia è l’accumulo, quando sorge l’ossessione che questa sazietà deve essere controllabile, garantita per sempre (cf. Lc 12,19: «ho tanto pane per tanto tempo»). Nonostante le mormorazioni, Dio viene incontro alla richiesta degli Israeliti. Anche lui è del parere che non si può riconoscere Dio come Liberatore mentre si soffre la fame: «mangerete carne e vi sazierete di pane, e saprete che io sono il Signore» (Nm 11,12). Ma proprio qui sta il punto: questa sazietà non deve essere chiusa, ma aperta al riconoscimento del Signore come tale, senza renderci insensibili e ottusi davanti al bisogno degli altri. Dio dà il pane, ma a certe condizioni: si deve «raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno» (Es 16,4); solo il “pane quotidiano”. Sono le condizioni della relazione, affinché il dono resti dono; affinché quel pane nutra veramente e interamente; affinché possa aprire alla conoscenza e alla ri-conoscenza e, finalmente, liberare l’uomo dalla diffidenza e dall’ansia. Il pane che «piove dal cielo» non può essere confezionato, manipolato, capitalizzato, commercializzato. Il dono non può diventare proprietà; né la gratuità possesso; altrimenti il dono marcisce (cf. Es 16,20). Su questo aspetto – il marcire della manna capitalizzata – occorre porre la nostra attenzione. Siamo di fronte ad una sfumatura carica di significato: la cosa desiderata, ossia il dono ci salva dal bisogno, può diventare oggetto della propria condanna; può marcire dentro di noi e provocarci la morte. E questo vale anche per il Dono per eccellenza: «chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1Cor 11,29). Davanti a questo pericolo, si capisce in profondità la citazione di Dt 8,3: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». In definitiva, l’uomo vive di Dio.
Nella seconda tentazione, Gesù risponde alla citazione di Satana alludendo a Dt 6,16: «Non tenterete il Signore, vostro Dio, come lo tentaste a Massa». La sottile tentazione del successo (anche religioso) viene smascherata dal rifiuto del sensazionalismo. Satana getta tutto nella confusione e nel sospetto, ma Gesù resta fermo nella sua fiducia al Padre. Non si deve tentare capricciosamente Dio (cf. anche 1 Cor 10,9 in riferimento a Nm 21,5-6) — non serve! —, perché il Dio di Gesù è affidabile. Piuttosto, bisognerebbe rivolgersi a lui con la stessa fiducia di E. Hillesum che, in tempi assai difficili, così pregava: «L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzetto di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi» (Diario. 1941-1943, Milano 1985, 92006, 169).
La terza tentazione (il potere su tutto) ha come sfondo veterotestamentario, in negativo, l’idolatria del vitello d’oro (cf. Es 32); in positivo, le pagine di alleanza in cui Yhwh, Dio geloso, richiede un culto esclusivo. La tentazione consiste, appunto, nel voler convincere Gesù ad adorare anche Satana, gettandosi ai suoi piedi, per guadagnare tutti i regni della terra e la loro gloria. Gesù, in effetti, è re e il Vangelo di Matteo insiste su questo tema, fino al titulus crucis. La risposta di Gesù («Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto») si ispira a Dt 6,13: «Temerai il Signore, tuo Dio, lo servirai e giurerai per il suo nome». Il Figlio è solo del Padre, e di nessun altro. Gesù avrebbe potuto vantare la sua uguaglianza con il Padre, ma preferisce appartenergli. L’avvento del Regno non si prepara con ripetuti atti di vassallaggio alle logiche luciferine del mondo, inseguendo tenebre travestite di luce, ma nell’obbedienza docile del Figlio, fino alla morte in croce. «Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: “Gesù Cristo è Signore!”, a gloria di Dio Padre» (Fil 2,9-11).
La ritirata di Satana
Gesù smaschera l’inganno del Divisore, dando un esempio di adesione incondizionata al Padre. Satana finalmente «lo lasciò» e il Padre lo soccorre subito con il servizio angelico. Quello che Satana gli aveva promesso senza poterlo mantenere, il Padre lo realizza senza averlo promesso, perché Gesù è il Figlio in cui Dio Padre ha posto il suo compiacimento: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30).
Con questa gloria di Gesù, che esce vincitore dalla tentazione, inizia il nostro combattimento quaresimale, per uscire anche noi trionfanti davanti alla prova ed essere partecipi di quella stessa gloria: non malgrado la nostra fragilità, ma grazie ad essa, ormai assunta e redenta dal Verbo incarnato. Se l’intera vicenda del Verbo si può leggere in chiave di “deep incarnation” (per usare l’espressione del teologo danese Niels Gregersen), il dittico battesimo-tentazione rappresenta il simbolo più “immersivo” di quella vicenda. La gloria di Gesù, da quel momento in poi, è indissolubilmente unita alla glorificazione dell’umano, in ogni suo aspetto: somatico, psicologico e spirituale.
Prima lettura (Gen 2,7-9; 3,1-7)
Il cosiddetto peccato originale è il prototipo di tutte le cadute; anzi, più in generale, è il paradigma della caducità dell’esperienza umana. La selezione liturgica omette Gn 2,16-17, ossia il comando di Dio che darà causa alla trasgressione: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire». A partire da questo limite, il serpente antico inocula il sospetto di un Dio inaffidabile. I progenitori, ormai avvelenati, non riescono più ad affidarsi al loro Creatore. Auto-isolandosi, sono costretti a correre ai ripari, coprendo la loro nudità. Come resettare l’inganno? Bisognerà aspettare un Nuovo Adamo, che eliminerà per sempre il sospetto originario.
Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.
Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male.
Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male».
Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.
L’itinerario delle letture dell’Antico Testamento (prima lettura) nella Quaresima dell’anno A
L’itinerario delle Prime Letture della liturgia domenicale della Quaresima A ripercorre buona parte della storia della Salvezza, focalizzando le caratteristiche di alcuni personaggi-chiave su cui rileggere la novità di Cristo: Adamo, Abramo, Mosè, Davide.
I protagonisti di questa prima domenica sono Adamo ed Eva, appena creati a immagine e somiglianza di Dio, destinati all’eternità dal soffio stesso di Dio e posti nel giardino di Eden, l’anti-deserto per antonomasia. Se si comprende bene il paradigma di questa pagina di Genesi, si comprende anche la posta in gioco delle tentazioni di Cristo e il Great Reset realizzato grazie alla sua vittoria sul Tentatore.
La finezza psicologica della seduzione
Tra i tanti aspetti che si possono dire circa la prima caduta, è più pertinente soffermarsi sull’astuzia con cui il serpente ha ingannato l’uomo. Tutto ha inizio con una interrogazione apparentemente corretta, rivolta solo alla donna (che appare come una donna sola, isolata): «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?». Il Serpente ingigantisce il limite e sminuisce le immense possibilità dell’uomo, custode del creato. Tra l’altro, a ben vedere, Dio non ha detto questo (cf. Gn 2,16-17). Ma l’esca è ormai lanciata ed Eva, separata dal suo partner, abbocca e risponde alla provocazione: tutti gli alberi di Eden sono a disposizione dell’uomo, eccetto l’albero al centro del giardino. Anche la risposta di Eva apparentemente è corretta, ma non è così. Anzitutto, la donna confonde l’oggetto della proibizione divina (che riguarda solo l’albero della conoscenza del bene e del male), facendo riferimento all’albero della vita che sta in mezzo al giardino, su cui, tuttavia, non grava alcuna interdizione. In secondo luogo, Eva aggiunge una clausola alla proibizione di Dio: «Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». È vero che Dio aveva proibito di “mangiare”, ma non di “toccare”: perché Eva aggiunge anche la proibizione del “toccare”? Il veleno inoculato comincia già a circolare. La caduta è preceduta da una mistificazione della proibizione divina, che dà agio al serpente di sferrare l’ultimo attacco: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male». Il serpente scredita le parole di Dio, lo fa apparire come un essere geloso delle sue prerogative divine, e si erge a interlocutore privilegiato, sostituendosi a Dio. Ancora una volta, il serpente non usa una menzogna palese, ma con una mezza verità annebbia i progenitori, gettando il sospetto sulla relazione tra Dio e l’uomo e manipolando la loro libertà. In effetti, l’inciso «sareste come Dio» non è del tutto sbagliato: la divinizzazione dell’uomo rappresenta il culmine dell’intera rivelazione divina. «Gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura» (Dei Verbum, 2). L’obiettivo della creazione e della redenzione è rendere gli uomini «concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2,19, cf. anche 2 Pt 1,4): un desiderio infuso nell’uomo da Dio stesso e che rappresenta anche l’esito del cammino quaresimale e pasquale, con il dono dello Spirito a Pentecoste. Tuttavia, i progenitori, abusati dal serpente, si trasformano in abusatori della loro stessa libertà. Il peccato non consistette nel desiderare di diventare simili a Dio, ma nella convinzione di poter ottenere questo scopo «senza Dio e anteponendosi a Dio, non secondo Dio» (cf. Massimo il Confessore, Ambiguorum Liber).
La banalità della trasgressione
Il serpente ha terminato il suo lavoro e tace. Adamo ed Eva, posti sull’orlo del precipizio, cadranno da soli. Anzi, si spingeranno a vicenda. Spezzato il rapporto con il creatore, si spezza anche il vincolo del coniugio. E con sé, trascineranno nel baratro del sospetto anche le altre relazioni: la fraternità (cf. Caino e Abele in Gn 4), il rapporto genitori-figli (cf. la nudità di Noè in Gn 9,18-28), i vincoli sociali (cf. l’episodio della torre di Babele in Gn 11,1-9). Furbo quel serpente che, con un banale sospetto, ha reso l’uomo burocrate del male (a proposito della banalità del male) e organizzatore di strutture di peccato. Il peccato originale è tale perché origine della parabola discendente dell’umano, ormai in preda a un delirio di onnipotenza. Non si sgretola il progetto di Dio sull’uomo — che saprà recuperare a felix culpa persino la caduta originaria — ma si corrompe l’uomo, la sua libertà, la sua originaria e armoniosa adesione al bene.
La drammaticità della vergogna
La drammatica conseguenza della disobbedienza è la vergogna, che li inclina ad avere paura di Dio. A causa del serpente, il loro Creatore adesso appare come un Dio geloso delle proprie prerogative. Dopo la manducazione del frutto, gli occhi dei progenitori si aprono, come aveva detto il serpente: ma per vedere cosa? Davanti ai loro occhi, già aperti, già pneumatici, si staglia adesso come un mostro il loro stesso limite, scisso e proiettato su Dio. Si accorgono di essere nudi (in ebraico, ‘erummim), quasi a somiglianza di quel serpente furbo (in ebraico, ‘arûm). Il gioco di parole evidenzia, ancora una volta, l’abbrutimento provocato dalla caduta. Adesso i loro occhi vedono il limite (la nudità), non come opportunità per restare ancorati a quel Creatore che provvede sempre alla loro esistenza, ma come vergogna, come esperienza di fallimento e di morte. La vergogna è la più terribile delle sanzioni che l’essere umano si auto-infligge, poiché comporta un costante senso di disagio, l’espulsione dal gruppo e l’auto-isolamento.
Richiamo al Vangelo
Gesù è il nuovo Adamo. L’affermazione è entrata nella predicazione quaresimale, ma meriterebbe molta attenzione: Adamo, nell’Eden, cade; Gesù, nel deserto, resiste alla tentazione. Gesù non sospetta del Padre. Anzi, nella sua continua disobbedienza a Satana, egli confessa la sua totale fiducia in Dio. Questa fiducia è l’antitodo che interrompe l’effetto devastante del veleno antico. Adesso l’umanità, forte della vittoria del Figlio dell’Uomo, può sperare davvero di “essere come Dio”.
Seconda lettura (Rm 5,12-19)
La seconda lettura si ricollega alla prima, fornendo una rilettura di Gn 3 alla luce del mistero di Cristo. Sostituendo al serpente antico la personificazione del peccato, Paolo insiste sull’antitesi tra Adamo e Cristo, contrapponendo l’evento della caduta originaria con quello della grazia originaria. Ma la simmetria dell’antitesi finisce qui; poi, Paolo sottolinea un’eccedenza che è il vero capolavoro della sua argomentazione.
Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato.
Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.
Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti. E nel caso del dono non è come nel caso di quel solo che ha peccato: il giudizio infatti viene da uno solo, ed è per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute, ed è per la giustificazione. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.
Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.
Nella famosa pericope della lettera ai Romani, Paolo collega il peccato alla morte. Non un peccato nella sua occasionalità, ma il peccato, la cappa che avvolge tutta l’umanità. Lo stesso vale per la morte: non si definisce semplicemente attraverso la misurazione dei valori vitali, ma riguarda l’uomo ancora biologicamente in vita. Una morte, dunque, che segna il decadimento di un’esistenza quando si separa da Dio. Il peccato è una malattia mortale, altamente contagiosa: «per la caduta di uno solo tutti morirono». Quando irrompe, però, «il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo», la morte perde la sua portata “mortifera” e diventa passaggio, Pasqua. Il veleno, assunto dalla morte di Cristo, diventa per noi farmaco d’immortalità.
Tuttavia, il focus della pericope non riguarda tanto Adamo, Cristo e la legge, ma la forza dirompente della giustificazione realizzata dalla Pasqua di Gesù: «il dono di grazia non è come la caduta». L’argomentazione paolina è cristocentrica: egli sottolinea che la novità di Cristo non è solo una semplice restitutio in integrum, ossia il ripristino della situazione iniziale (ante lapso). La grazia che arriva in virtù della giustificazione è di misura sovrabbondante. La selezione liturgica non riporta i vv. 20-21 che concludono la pericope, ma conviene ricordarli: «dove però abbondò il peccato sovrabbondò la grazia, affinché, come il peccato regnò con la morte, così anche la grazia regnasse a causa della giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo, il Signore nostro». Il male e il peccato non potranno mai essere simmetrici alla grazia, la quale eccede sempre in qualità e quantità.
Richiamo al vangelo
«Le letture dell’Apostolo sono scelte con il criterio di farle concordare tematicamente con quelle del Vangelo e dell’Antico Testamento, e presentarle tutte nel più stretto rapporto possibile fra di loro» (Ordinamento delle letture della messa, n. 97). In effetti, la seconda lettura offre lo spunto per richiamare un aspetto del vangelo che merita di essere sottolineato: se Gesù è il “nuovo Adamo”, che gratuitamente salva e ci mette nella giusta relazione con Dio Padre, allora la vittoria di Gesù nel deserto sulle tentazioni non è solo un esempio positivo, che mobilita la nostra intelligenza e volontà, ma anche e soprattutto un evento salvifico da leggere nella logica dell’eccedenza di grazia. Gesù “ricrea” un umano capace di resistere al male: da allora in poi, le prove e la fragilità della nostra condizione umana non possono più essere occasione di scandalo.

